Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze, Norberto Bobbio

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L'Ermafrodito

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Un uomo e una donna si avvinghiarono. Li vidi arrivar di lontano, sempre più vicini echeggiavano gli schiamazzi della processione.

Di quegli esseri in estasi udivo ora il canto fragoroso, e i miei occhi cercarono la coppia allacciata.
Ma la vidi ormai trasfigurata in una figura unica, metà uomo, metà donna: l’ermafrodito era assiso su un trono di madreperla.
La corona dell’Ermafrodito terminava in una tavola di legno rosso, su cui il germe della distruzione aveva scavato misteriose rune.
Dal fondo, irruppe al trotto in una nuvola di polvere un gregge di pecore cieche, non grandi di forme: erano gli animali al seguito del gigantesco Ermafrodito e destinati al nutrimento dei coribanti. 

Il libro di Ibbur m’appparve dinanzi, e due lettere vi fiammeggiavano: l’una, che stava a significare la donna di bronzo, con il polso agitato da un battito violento, simile a scuotimento tellurico, l’altra in lontananza infinita; l’Ermafrodito sul trono di madreperla, con una corona di legno rosso sul capo.

“... non riuscieri d’altra parte a capire il senso della vita, se dovessi supporre di esser nata donna per rimanere senza figli.
È uno dei miei sogni, immaginare che la meta ultima è la fusione di due esseri in uno – in quello che... non ha mai sentito parlare del culto egizio di Osiride? – la loro fusione in quello che può essere simboleggiato dall’Ermafrodito.”

Sotto la pietra dicono ci sia un tesoro immenso.
Questo tesoro sarebbe stato sotterrato lì dall’Ordine dei ‘Fratelli Asiatici’, i pretesi fondatori di Praga, a fondamento di una casa che sarà abitata alla fine del mondo da un uomo, o per meglio dire da un Ermafrodito, una creatura che è uomo e donna insieme.
Quest’essere avrà nella sua insegna l’immagine di una lepre; saprà che la lepre era il simbolo di Osiride, e appunto di lì trae origine l’antico costume della lepre di Pasqua.
In attesa che quell’epoca si compia, a guardia di quel luogo sta, dicono, Matusalemme in persona, affinchè Satana non fecondi la pietra e non ne nasca un figlio: il cosiddetto Armilos. Non ha mai sentito parlare di questo Armilos? Si sa persino che aspetto avrebbe, o meglio lo sanno i rabbini, se mai venisse al mondo: avrebbe i capelli d’oro divisi in due da una scriminaturae annodati dietro la nuca, occhi falcati e braccia lunghe sino ai piedi.”

Una sensazione indescrivibile e solenne s’impadronisce di me. Un lieve e vago sentimento come di una esistenza anteriore, quasi il mondo tutt’attorno sia sotto una malia – una consapevolezza trasognata di aver talvolta vissuto in più luoghi contemporaneamente.

Il muro del giardino e interamente ricoperto di mosaici. Una tinta blu turchese con affreschi d’oro, intarsiati di conchiglie in modo particolarissimo, che rappresentano il culto del dio egizio Osiride.
Nel portale a battenti è raffigurato il dio medesimo: un Ermafrodito consistente in due metà, i due battenti appunto: quella destra femminile, la sinistra maschile. Siede su un prezioso trono di madreperla – in mezzorilievo – e la sua testa d’oro è quella di una lepre. Le orecchie sono ritte e accostate, sì da apparire come le due pagine di un libro aperto.

È come se mi vedessi allo specchio, tanto il suo viso assomiglia al mio.

Gustav Meyrink, Il golem, Bompiani, 2008.
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