Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze, Norberto Bobbio

Povertà, risorse e riti

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I popoli primitivi hanno pochi beni ma non sono poveri. La povertà non consiste infatti in una scarsa quantità di beni, e nemmeno in un semplice rapporto tra certi fini e certi mezzi; è prima di tutto un rapporto tra gli uomini, una condizione sociale.

Ad esempio, i cacciatori-raccoglitori lavorano meno di noi. La ricerca del cibo, lungi dall’essere un lavoro continuo, è intermittente; lo svago non manca, e nel corso della giornata si dorme di più, per persona e per anno, che non in qualsiasi altro tipo di società (vedi gli aborigeni australiani, i Boscimani ‘Khung, gli Hazda dell’Africa, i Siane dell’Oceania.E’ una tesi dello studioso Marshal Sahlins.

L’abbondanza viene sempre considerato un dono divino, sollecitata con opportune pratiche sacrificali che stabiliscono una sorta di rapporto contrattuale con gli dei i quali sono tenuti a restituire e ricambiare in percentuale di cento volte maggiore.

I rituali dell’abbondanza stabiliscono sempre un rapporto di reciprocità tra gli uomini e gli dei.
In fondo, non esiste sacrificio che non abbia un che di contrattuale. Entrambi le parti si scambiano servizi e ciascuna vi trova il suo tornaconto.

Infatti anche gli dei hanno bisogno dei profani. Se dal raccolto nulla venisse messo da parte, il dio del grano morirebbe; perché Dioniso possa rinascere bisogna che, nelle vendemmie, il capro di Dioniso venga sacrificato; il soma che gli uomini libano agli dei, dà loro la forza contro i demoni.

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