Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze, Norberto Bobbio

Integrazione nell'Unione Europea ed economia

Condividi
Valli Vittorio, Politica economica europea, Roma, Carocci, 2002, pp.43-46


Politica economica europea. Macroeconomie e politiche di breve periodo. Il testo, qui.

Per Scitovsky i vantaggi erano di gran lunga superiori agli svantaggi. L’integrazione economica europea poteva dar luogo ad effetti di creazione del commercio estero (trade creation) anche superiori a quelli di sviamento del commercio verso i paesi membri a sfavore del resto del mondo (trade diversion) che arrecava svantaggi in termini di benessere collettivo. Inoltre, e soprattutto, essa poteva accrescere la concorrenza interna e lo sfruttamento delle economie di scala e dei vantaggi della produzione di massa [con il forte stimolo a correggere gli indirzzi e a ribassare i costi, oltre che fornire all’industria manifatturiera in generale alcuni incitamenti e nuove occasioni per un più ampio uso dei metodi di produzione di massa. […]
[seguendo la legge di Verdon si è arrivati ad una crescita della produttività, e quindi della competitività, con un sostanziale aumento dei salari reali (a partire dal 1958)]
Il leader federalista Spinelli invcava già nel 1941 l’istituzione della organizzazione degli Stati Uniti d’Europa […]
La forma istituzionale che ha assunto dapprima la CEE e poi l’Unione Europea è comunque lontana da quella prefiguarata dal Movimento federalista europeo e più vicina all’approccio più gradualista e funzionalista portato avanti da Monnet. Tuttavia il filo rosso che ha unito insieme i costanti, caparbi tentativi di costuire un’Unione Europea è stato da una parte la volontà di bandire per sempre le tentazioni di una guerranel cuore dell’Europa, dall’altra, soprattutto nel secondo dopoguerra, la realistica constatazione che ciascun paese europeo, da solo, poco contava contro le due grandi superpotenze [Usa-Urss] […] e poco avrebbe contato nel futuro anche rispetto alle altre emergenti superpotenze del XXI secolo: Cina e forse Giappone e India. […]
[significativo è il fatto che dapprima l’UE è nata come unione economica più che politica, giuridica o social-culturale: dopo la dichiarazione Schumann del 1950, vi fu l’istituzione nel 1951 della CECA, poi la CEE dei sei post-Trattato di Roma del 1957, infine il Trattato sul’Unione Europea di Maastrcht firmato il 7 febbraio 1992, ampliato come UE dei 15 nel 1995 e UE dei 27 nel 2007]
[senza contare l’Atto Unico ratificato nel 1986 ed entrato in vigore nel 1987, prevedente non solo nuovi principi ed obiettivi per il processo di costruzione dell’Europa, facento capo all’organo-motore del Consiglio Europeo, ma anche la revisione di un mercato interno unico, la cosiddetta “Europa senza frontiere”, nonnchè disposizioni sulla cooperazione in materia di politica estera. In realtà, però, i parametri di convergenza di Maastricht, importantissimi a livello finanziario, hanno posto in essere una dicotomia tra Paesi first comer (di prima industrializzazione) e last comer [p. 59, tra cui Italia, Irlanda, Finlandia, Spagna, Portogallo, Grecia] [Europa “a due velocità”]

Valli Vittorio, Politica economica europea, Roma, Carocci, 2002, pp.43-46
La distinzione è importante soprattutto per spiegare la velocità dei processi di recupero (catching up) per quanto riguarda PIL, PIL pro capite e produttività, e anche per comprendere la diversa situazione occupazionale e la differente struttura produttiva dei vari paesi. Un paese late comer gode infatti di alcuni vantaggi (i vantaggi dell’arretratezza economica relativa) quali quelli di poter acquisire, comprandola o imitandola, tecnologia più avanzata prodotta dai paesi economicamente più avanzati, e di poter aumentare la èroduttività media del sistema spostando massicciamente forza lavoro da un settore a bassa produttività, quale l’agricoltura, a settori a più elevata produttività, quali l’inustrai e il terziario […] L’altra faccia della medaglia sta nei possibili risvolti negativi sull’occupazione.

Valli Vittorio, Politica economica europea, Roma, Carocci, 2002, pp.83-84
L’Unione Europea è sorta da una scommessa di fondo: creare gradualmente un corpo unitario partendo da paesi segnati per secoli da storie assai differenti e da conflitti anche tragici, e fare ciò conservando le diversità linguistiche, sociali e culturali più importanti, viste come una ricchezza e non come impedimento all’integrazione. Tale delicata costruzione si regge, tuttavia, su un difficile equilibrio dinamico. È assai problematico infatti dare stabilità e durata ad una struttura se ciò che la unisce non è adeguato. Le componenti possono essere assai diverse, e ciò contribuisce ad abbellire la costruzione, ma ci vuole un buon cemento che le unisca. Il cemento può essere dato da più avanzate istituzioni europee, da una buona conoscenza reciproca fra i popoli dell’Unione e da una base socio-culturale comune, una specie di minimo comun denominatore, su cui si innesti la ricchezza delle diversità, nonché da un graduale avvicinamento delle condizioni economiche che smorzi le invidie e le gelosie nazionali e riduca l’intensità delle tensioni sociali fra i paesi membri. Come si espresso Leonardi [1998, pp. 247-8]:

Leonardi R., Coesione, convergenza e integrazione nell’Unione Europea, Bologna, Il mulino, 1998, pp. 247-48
[…] non solo non esiste contraddizione fra finalità politiche di coesione socioeconomica e processo di convergenza delle economie, ma anzi la coesione dipende nel suo essere dall’ottenimento di sempre maggiore convergenza. La nuova finalità – coesione – e lo strumento principale per ottenerla – convergenza – assieme rappresentano il salto di qualità segnato dal processo di unificazione europeo dopo il 1985 […].

Valli Vittorio, Politica economica europea, Roma, Carocci, 2002, pp.87-89
[Valli parla di un approccio a tre divariche prevde cambiamneti economici, socio-culturali, socip-politici] È inoltre indispensabile un ulteriore progresso nelle istituzioni unitarie. Vi è nella UE un consistente deficit democratico. Infatti il Parlamento Europeo, che è il solo organo eletto direttamente dai cittadini europei, ha poteri assai limitati. Il potere esecutivo e legislativo è soprattutto concentrato nel Consiglio Europeo, costituito dai Presidenti del Consiglio dei Paesi membri, assisiti dai ministri degli Esteri e da membri della Commissione. Dato che il Consiglio Europeo e la stessa Commissione son oespressione dei poteri nazionali, è per essi difficile procedere nel processo di integrazione quando influenti gruppi d’interesse dei vari paesi si ritengano danneggiati […]
Un approccio più avanzato era stato proposto da un’ampia maggioranza del Parlamento europeo nel 1984 (il progetto Spinelli per un trattato sull’Unione Europea), ma il consiglio dei primi ministri e la conferenza intergovernativa, maggiormente soggetti a pressioni nazionalistiche, non lo approvarono, giungendo successivamente a un più debole compromesso concretizzatosi nell’Atto Unico e nel trattato di Maastricht. […]
In realtà forze potenti si oppongono ad un approfondimento della costruzione europea in direzione di un’unione politica. La forza tenace dei nazionalismi e delle differenze storiche non va sottovalutata. Vi è inoltre ilfatto che le grandi imprese e i maggiori gruppi finanziari sono in genere, con qualche importante eccezione, tutt’altro che “europei” o “transnazionali”, ma sono entità multinazionali con la testa e parte del corpo ancora solidamente attestati nel paese originario. Essi hanno, ad esempio, una composizione dell’alta dirigenza e della proprietà ancora in larga maggioranza composta da cittadini del paese originario, sebbene siano in atto graduali mutamenti verso una maggiore europeizzazione. […]
Ideale federalista che si propone come obiettivo finale, dopo la Federazione europea, attraverso una serie di aggregaazioni successive, una federazione mondiale che realizzi il superamento delle guerre fra i popoli e delle divisioni nazionali unitamente al rispetto delle autonomie e delle peculiarità locali. Si tratta di un idale oggi ancora in parte utopico, ma l’utopia ha spesso costituito una potente molla per il cambiamento politico e sociale. […] necessità di arrestare il pericoloso processo in atto di disgregazione e balcanizzazione dell’Europa centro-orientale e dell’ex-Urss, favorendo una rapida adesione alla UE […] e stemperandone i conflitti locali. […] opportunità di arginare le tendenze localiste e i fattori di disgregazione esistenti anche all’interno di Stati nazionali come la Spagna, l’Italia e il Regno Unito, fattori che possono essere meglio composti in un’ottica europea. […]
Un inconscio ostacolo alla costruzione dell’Europa è quindi dato dalla “paura della grande Germania” che provano alcuni leader degli Stati europei dopo l’unificazione tedesca. Il timore è appunto che la Germania, facendo leva sulla propria forza economica e finanziaria, giunga a realizzare una vera e propria egemonia sull’Europa.

Sapir André, Aghion Philippe, Bertola Giuseppe, Hellwig Martin, Pisani-Ferry Jean, Rosati Dariusz, Vinals José, Wallace Helen, Europa, un’agenda per la crescita, Bologna, Il Mulino , 2004, pp. 141-159
Inoltre, il ricorso sempre più frequente al concetto di «governance» evidenzia quanto i processi di elaborazione delle politiche in atto nelle istituzioni pubbliche e tra gli operatori privati siano determinanti per la definizione delle strategie […]
Più l’Unione procede sulla via dell’integrazione e si prefigge traguardi ambiziosi, più le strategie si diversificano rispetto alle intenzioni originarie. Gli Stati membri, poco inclini a delegare ulteriori competenzee poteri all’Unione si sono avvalsi di metodi paralleli di elaborazione delle politiche – soprattutto il coordinamento – e hanno introdotto metodi nuovi – in particolare il benchmarketing, il confronto dei risultati conseguiti, una teconica applicata sempre più spesso. […]
[in particolare nel quadro della strategia di Lisbona, 2000, metodo aperto di coordinamento] gli Stati membri sono sempre più inclini a ravvicinare le loro impostazioni e i loro obiettivi, nonché a concordare una metodologia comune per valutare i risultati o per darne comunicazione. Alcune forme di convergenza avvengono anche per emulazione tra gli Stati membri, che scelgono di tendere verso un modello strategico comune [allineamento “volontario” e trasferimento di politiche]. L’Unione ha sempre praticato certe forme di governance organizzate in rete, talvolta per porre in essere un’impostazione più collettiva, talvolta direttamente come strmento di gestione. È quindi completamente errato pensare che l’Unione debba ridursi a scegliere «il metodo comunitario», da un lato, o forme di cooperazione «intergovernativa» dall’altro. Già oggigiorno è possibile riscontrare una grande diversità di metodi comunitari e molteplici forme di cooperazione tra paesi, nonché impostazioni intermedie, che si traducono, a livello di istituzioni europee e nazionali, in una estrema diversità di ruoli e competenze in ciascun settore […]
La resistenza a nuovi trasferimenti di competenza si è quindi tradotta in nuovi modelli di cooperazione volontaria e di lavoro in rete, nonché in altre forme di coordinamento flessibile. Si tratta di una svolta rilevante rispetto all’alternativa tradizionale fra delega ed autonomia. Dato che la stratega di Lisbona può richiedere forme di intervento basato sun incentivi (piuttosto che su divieti) e scelte discrezionali nel tempo e nello spazio, il suo esito dipende da azioni parallele da opera delle autorità nazionali. Ne consegue che si farà sempre più affidamento sui livelli intermedi dei metodi di governance: l’impegno e il coordinamento.

Sapir André, Aghion Philippe, Bertola Giuseppe, Hellwig Martin, Pisani-Ferry Jean, Rosati Dariusz, Vinals José, Wallace Helen, Europa, un’agenda per la crescita, Bologna, Il Mulino , 2004, pp. 167-168
Dat che l’estendersi delle responsabilità dell’Unione non è stato accompagnato da uno sviluppo  dei suoi strumenti d’azione – se si eccettua la politica monetaria -, essa si è fondata sempre più sulla cooperazione tra governi, attraverso ‘impegno e il coordinamento. […] Da un’analisi attenta emergono instabilità nei principi ispiratori, lacune nell’arsenale degli incentivi e un’incertezza in ordine al ruolo dei vari soggetti. Quando l’attuazione di una politica comunitaria dipende dalla cooperazione tra vari livelli di governo, esiste un rischio di «annacquamento» dovuto a carenze ammnistrative oppure all’insufficienza – o addirittura inesistenza – degli incentivi a cooperare.

I negoziati d’adesione con i dieci paesi candidati (otto paesi dell’Europa centrale e orientale, oltre a Cipro e a Malta) sono stati portati a termine nel Consiglio europeo di Copenaghen del dicembre del 2002. le decisioni di quel vertice hanno spianato la strada all’ammissione dei nuovi Stati membri dal 1° maggio 2004. [elaborare una strategia di integrazione a “geometria variabile”]

Sapir André, Aghion Philippe, Bertola Giuseppe, Hellwig Martin, Pisani-Ferry Jean, Rosati Dariusz, Vinals José, Wallace Helen, Europa, un’agenda per la crescita, Bologna, Il Mulino , 2004, p. 208
in anni recenti si sono viste affiorare nuove forme di regolamentazione basate sul sistema di retti, che può funzion are in modo centralizzato («reti pilotate») o decentrato («partenariati»). Le forme di regolamnetazione possono evolvere ulteriormente, col procedere dell’integrazione dei mercati. […] Affinché possa però innescarsi un processo evolutivo, l’Unione ha bisogno di mantenere una flessibilità sufficiente nelle sue procedure  decisionali e nel suo quadro giuridico.

Sapir André, Aghion Philippe, Bertola Giuseppe, Hellwig Martin, Pisani-Ferry Jean, Rosati Dariusz, Vinals José, Wallace Helen, Europa, un’agenda per la crescita, Bologna, Il Mulino , 2004, p. 211
Nel prendere in considerazione questi cambiamenti, non va però commesso l’errore di credere che l’integrazione comperterà ineluttabilmente un ulteriore trasferimento di competenze verso l’Unione. Ciò potrebbe avvenire in alcuni settori, ma vi sono forti ragioni per ritenere che gli Stati membri vorranno salvaguardare la propria autonomiain ambiti che ritengono essenziali ai fini del contratto sociale nazionale [tanto che si presuppone una collaborazione con le categorie interessate. È qui che subentra il multi-level della libertà d’associazione europea, p. 281]

Sapir André, Aghion Philippe, Bertola Giuseppe, Hellwig Martin, Pisani-Ferry Jean, Rosati Dariusz, Vinals José, Wallace Helen, Europa, un’agenda per la crescita, Bologna, Il Mulino , 2004, p. 284-287
I riscontri del dibattito al riguardo nel libro bianco sulla governance, pubblicato dalla Commissione nel 2001, e nella giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee, quale emerge dalla cosiddetta dottrina Meroni, hanno indotto a ritenere che le norme vigenti del trattato autorizzino una delega di competenze solo in un numero limitato di casi […] Un’integrazione maggiore […] generalmente richiede un processo di accentramento, mentre col crescere dell’estensione geografica e della diversità è preferibile un decentramento […]
Il decentramento potrebbe facilmente provocare un’incertezza giuridica e dare adito a controversie estremamente complesse.

Nessun commento:

Posta un commento

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...