Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze, Norberto Bobbio

Storia Economica

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·         Capitalismo = accumulazione ricchezza + capacità imprenditoriale + capacità tecnica; è da vedere nella prospettiva storica [sulla scia dello strutturalista ALTHUSSER]; questa la tesi del testo principale del Beaud, da considerare in ottica sistemica (e sistematizzante)
·         “il capitalismo non è né una persona né una istituzione. Non vuole e non sceglie. È una logica che opera attraverso una modo di produzione: cieca e ostinata logica di accumulazione. Logia che si basa sulla produzione di beni, poiché il valore d’uso costituisce il supporto del plusvalore che deve fare ritorno al capitale; occorre inoltre che tale valore sia realizzato, che la merce venga venduta, altrimenti l’accumulazione si blocca e può originarsi una crisi” p. 151
·         Testo a 3 strati (descrittivo/narrativo con definizione cronologica storiografica, riflessivo con modelli di lettura della logica complessa, carte e tabelle)
·         La formula D M D1 del Beaud ricalca la concezione marxiana-ricardiana del capitalismo [Denaro-Merce-più Denaro]
·         D’altronde un sistema economico è complesso e si affronta sotto 2 approcci: 1) formale 2) storicista sostanziale; il capitalismo non può essere visto solo con un modo di produzione ma come una logica sociale complessa: che è un allargamento di campo a ricomprendere anche quelle che Marx chiamava le sovrastrutture (il modo di produzione è una specificazione, che connette i due fattori capitale-lavoro), ma al tempo stesso una restrizione: è perciò una logica che opera attraverso un modo di produzione, espressione specifica attraverso cui questo modo di produzione si esplica. È in questa forma di espressione che può vedersi la restrizione, pur tuttavia non c’è una logica unica e lineare, e ha comunque una durata [storicità dei modi di produzione, le persistenze nel tempo che ci possono comunque essere vanno via via modificandosi]
·         Il valore ha valenze unidirezionali con sostanziale relativismo. Il capitalismo è un dato della evoluzione delle cose, “non vuole e non sceglie” [assolutizzante può essere la teoria, e anche per questo si parla di più teorie, anche se qualcuno pensa alla teoria, una sola, ma la concezione è sbagliata]; alle ragioni della storia vanno ricondotte le ragioni della storia: i mutevoli fattori non-hegeliani e non-vichiani Tempo e Spazio
·         Se noi siamo costretti a classificare noi abbiamo una disomogeneità/difformità: “per quanto posso essere progressista il capitalista non produce per amor dello stivale” (Marx), tanto che dal capitale iniziale Dm si passa tramite produzione-scambio-vendita a D1
·         “La logica all’opera è sempre la stessa: costrizione al pluslavoro, allargamento al capitale che dà vita all’aumento della produzione; più merci e più plusvalore. Logica di crescita dunque, ma anche logica di crisi: perché il continuo incremento della produzione porta, in un modo o nell’altro, alla saturazione dei mercati (tenuto conto della distribuzione del potere d’acquisto), all’inasprimento della competizione, al calo della redditività. Crisi, disponibilità di capitali, aumento della riserva di manodopera: ciò significa anche ricerca di nuovi mercati, di nuovi procedimenti lavorativi, di nuove produzioni” p. 287

Siamo all’affermazione del manifatturiero e alla nascita della fabbrica, dopo le tre grandi Rivoluzione (industriale, USA, francese), con la formula sempre aperta dell’inarrestabile ciclo D M D1, che genera però nel suo andare sovrapproduzione, con manodopera [non ancora forza-lavoro] marginalizzata, e crisi dei profitti. C’è comunque però antinomìa creazione-distruzione vecchio/nuovo capitale: vista da Beaud come uno dei caratteri preminenti; ne parlano Marx, ma anche il non-marxista Smith, e soprattutto Schumpeter
·         affascinante capacità creativa e ossessionante capacità distruttrice” di Beaud, come ad esempio si vede nel passaggio dall’egemonia inglese a quella americana, parlando anche di creazione e distruzione di società
·         il modello occidentale è diventato il modello di riferimento, di produzione e di consumo, fondato sulla progressiva incorporazione e distruzione di risorse; destrutturazione di sistemi economici in crisi più o meno endemica (l’emigrazione nasce da questo)
·         “in ogni epoca il capitalismo ha operato su scala locale-regionale-nazionale e mondiale; ciò vale soprattutto oggi, per la presenza di un sistema imperialista gerarchizzato che copre i 5 continenti, di un mercato mondiale, di gruppi multinazionali, dell’indebitamento internazionale” p. 288
Sembra che la mondializzazione è il venir meno delle peculiarità nazionali (etniche, sociali ed economiche); ma Beaud appartiene alla seconda parte: quelli che credono nella tenuta dei sistemi nazionali, ed il fatto che non esista un governo mondiale è dovuto al fatto che gli Stati nazionali hanno ancora un peso. Ad esempio, l’Europa non ha una identità politica ma solo economico-bancaria; la dialettica (anche politica) sembra essere solo intrastatale, e le direttive UE non sono improvvisate: la linea politica UE è condivisa alla linea europea deflazionista, incarnando interessi di segmento dei potentati economici (sfruttamento del dumping sociale-decentralizzazione + competitività della moneta). Le politiche nazionali ad onta di quello che appare hanno una fortissima tenuta [vedi Trilaterale, in Turchia nel 2007]; dopotutto lo Stato è un aggregato istituzionale di una forza territoriale.
La mondializzazione non solo comporta il superamento (ma forse no, secondo Beaud) della segmentazione statuale, ma anche della segmentazione economica locale: questa è l’opinione diffusa ma Beaud la contraddice: la progressiva gerarchizzazione in ottica mondialista fa sì che ci sia una riaffermazione dei valori locali
·         “in ogni epoca il capitalismo è stato al contempo fattore di unificazione e fattore di accentuazione delle differenze, delle disparità delle disuguaglianze” pp. 288-89
·         il termine capitalismo non è universalmente condiviso, in genere si parla di economia/società di mercato. Sembra che la prima volta che il termine fosse adottato era il 1851
·         “il capitalismo non è prodotto intenzionalmente ed è un processo storico, non corrisponde solo alla logica del commercio o dell’arricchimento; ma si tratta di una spirale accumulazione-profitto-surplus, per lo sviluppo delle attività remunerative… tuttavia, nonostante questa logica accumulativa, i passaggi legati alla riproduzione del capitale implicano una scommessa sul futuro e diventano un punto cardine di trasformazione dell’uomo” pp. 336-338
·         se accettiamo la logica complessa dell’autore, bisogna puntare anche sulla sua storicità: inizio-evoluzione,e quindi in teoria dovrebbe avere una fine [vero problema della riflessione storica sul capitalismo]. Il Beaud scioglie il problema, perché dopo aver messo in evidenza la forza creativa e distruttiva del capitalismo [Schumpeter], dicendo che sembrerebbe che, pur riconoscendone la storicità, non ne prevedrebbe una fine imminente [trasformazione]
·         Marx dice che col capitalismo finisce la storia, perché fino ad ora è una storia di lotte di classe: finisce quella storia caratterizzata dal conflitto fra coloro che detengono i mezzi di produzione (borghesia, anche feudale) e il lavoratore. Arrivati a questo punto finisce la prei-storia ed inizia la storia, senza classe. Alla luce di una riflessione sulla storia col sorgere, il crescere e il perire di diversi sistemi economici, sino a perire con un conflitto immanente: nel momento in cui il sistema avesse ricomposto la frattura proprietario-lavoratore, si sarebbe arrivati alla riappropriazione e re-distribuzione del capitale da parte dei lavoratori che diventerebbero una classe unica. E di questo – della sua finitezza –nessuno ne parla più.
·         La prospettiva minimalista è lasciata per altre prospettive, sino a quella di massima di Beaud, con un futuro del capitalismo che ha la capacità di trasformazione e superamento nonostante le fratture attraverso la strada tecno-scientica [non tecnico-scientifica] (nonostante il difetto di produzione e consumo), con cui supererà una imminente crisi finale/sistemica del sistema stesso
·         Poi ci sono gli studiosi che non si arrischiano nemmeno a fare previsioni
·         Il riprodursi incessante smembrerebbe, anche per Beaud oltre che per altri, un destino manifesto; ad ogni modo l’interpretazione storicista di Marx ed Engels resta intatta, avevano ragione, e Bettoni condivide la loro prospettiva di finitezza
·         Persiste, al di là di questa performance fenomenologica, la formula fondamentale D M D1 cioè il dualismo capitale-lavoro [1/3 dell’umanità sono lavoratori salariati]; anche il sistema delle reti, soprattutto informatiche, si reggono strutturalmente sul lavoro salariato
·         L’elemento di connessione di tutti questi elementi c’è la produzione materiale di qualcosa, e dietro a questo c’è sempre qualcuno, al di là di come sia organizzato
·         Surplus = si pensa all’eccedenza, ma in realtà il termine viene introdotto nel 1960 da due economisti statunitensi marxisti, BARAN e SWEEZY, attraverso il libro Il capitale monopolistico – saggio sulla struttura economica e sociale americana (1966, in Italia 1968): concentrano l’attenzione sugli USA non tanto perché sono statunitensi ma perché gli anni ’60 sono gli anni del grande perno USA. Non è tanto l’eccedente, non c’è un’ottica eccedentaria, ma: la differenza tra ciò che un sistema economico produce e i costi necessari per produrlo.
·         Il surplus esemplifica un indice della produttività e della ricchezza di un determinato sistema economico, una sorta di alternativa al PIL
·         Lo sviluppo del surplus si attesta su 3 filoni: 1) produzione 2) consumo 3) sperpero [che nel PIL non viene tenuto in considerazione!]
·         Quando Baran e Sweezy valutano il surplus lo fanno tramite il surplus:
a)      presente = la differenza tra la produzione e il consumo presente, attraverso l’ottica Risparmio-Investimento
b)      potenziale = differenze tra ciò che può essere prodotto da un sistema economico il consumo necessario nel sistema economico stesso
c)      pianificato (sulla scia delle realtà ben presente negli anni ’60 dei sistemi sovietici) = visione pianificata dello Stato dei livelli di produzione e di consumo, che oggi non esiste più (anche se, solo in parte, permane in Cina e a Cuba)
·         secondo loro nel capitalismo gran parte del surplus potenziale viene sperperato nell’irrazionale sviluppo di capitalismo del tempo, tra cui: crisi di sovrapproduzione, bolle speculative, scarsa trasformazione del processo produttivo senza innovazioni, cattiva allocazione della manodopera,…

·         come per il capitale, il termine capitalismo = comunemente attribuito a Marx, è stato invece coniato da LUIS BLANC nel 185o con “L’organisation du travail”: il rapporto di produzione è un elemento chiave, tanto più che Engels (La condizione della classe operaia in Inghilterra) e Marx (La miseria della filosofia, il Manifesto) hanno già prodotto, incidendo concettualmente (soprattutto col Manifesto), soprattutto negli ambienti socialisti
·         Blanc nasce nel 1811 e muore nel 1882 ed è legato alla “Review of Progress” 1839 [importanza della stampa], uno dei protagonisti della rivoluzione 1948, e uno dei promotori degli ateliers nationaux (da Fourier-Owen), e partecipa al governo provvisorio: è un elemento vivo della tendenza rivoluzionaria iniziata nel 1820 sino a Napoleone III (e non un mero giornalista)
·         La nozione di capitalismo di Blanc nell’Organisation du Travail = appropriazione del capitale da parte di alcuni a scapito di altri. Il capitalismo è un rapporto economico-sociale/logica complessa e Blanc recepisce l’aspetto della discriminazione che si determina intorno al capitale: i riferimenti sono Smith-Ricardo-Marx, e l’appropriazione non è soltanto materiale del mezzo (tecnico, macchinario o denaro), ma appropriazione della relazione sociale sottintendente ad esso
·         Secondo l’Oxford-English 1850 dizionario inglese: il coniatore del termine “capitalismo” sarebbe un romanziere, tal TATCH RAY, sullo stile di Dickens ma non orientato al dramma popolare della Londra ottocentesca, ma ha davanti a sé la società borghese (la rivoluzione industriale ha trasformato il modo di produrre e di consumare della società tradizionale, in vorticosa evoluzione)
·         Gli autori tedeschi sono molto più critici rispetto al capitalismo = rimuovendone la nozione, ne rimuovono anche la realtà sottostante: il rigetto della nozione è il rigetto della realtà:
a) WALTER scrive per una rivista del 1901 = “nel capitalismo si racchiude l’idea di qualche cosa che non dovrebbe essere, di una incompiutezza e di un difetto dell’attuale ordinamento economico”. La realtà che ha davanti a sé è il socialismo: il modo di produzione capitalistico è da loro semplificato nel termine sintetico capitalismo, allo stesso modo di Blanc, che fa la stessa cosa, e il suo superamento [difetto dell’attuale ordinamento economico]
b) POL 1910 = “la ricerca scientifica, relativa alla costituzione economica odierna, non trova nessun appoggio nei termini capitalismo e capitalistico, anzi vi trova un ostacolo. In fondo queste espressioni non sono mezzi di conoscenza, ma di biasimo. L’uso ripetuto di queste parole a effetto serve a far percorrere al lettore o all’uditore l’intera scala dei giudizi di valore sentimentali che mirano a criticare in modo maligno l’ordinamento economico nel quale viviamo”. Ma non c’è una definizione di capitalismo! Si recupera la avalutatività dell’indagine, dati di fatto che vanno conosciuti in quanto tali, e congiungervi un’analisi critica, significherebbe – secondo Pol – uscire dalla vera riflessione scientifica, e dare giudizi di valore.
“il capitalismo si può al limite definire come l’organizzazione economica vigente vista dagli occhiali del socialismo
c) STEPHINGER di Tubingen 1912 = “un –ismo è segno di un eccesso, di una cosa in sé giusta; il capitalismo è l’abuso dei progressi tecnici dell’economia del capitale […] la forma più importante di capitalismo è data dagli abusi degli atti di scambio […] la forma originaria di capitalismo è il prestito usurario, per cui viene lucrato un interesse, che non potrebbe essere prodotto dai prestatori di denaro in rapporti economici normali”. Il capitalismo è degenerazione dell’economia del capitale e ha delle forme/espressioni di manifestazione 1) modalità tecnica: tutta la filiera del capitale si collega al prestito usurario, allo scambio [e non alla produzione D-M-D1!]; con evidente allusione al Capitalismo moderno 1902 di SOMBART e allusione all’usura ebrea (che in Sombart però non appare in maniera anti-ebraica, anzi porterebbero nel capitalismo un tocco di modernità durante il Rinascimento rispetto al Medioevo); l‘eco è anche al Libro III del Capitale di Marx dove parla di forme embrionali di capitalismo e vi mette quella “originaria” “usuraria”. L’economia non è fatta di rapporti economici normali, che si sviluppa senza creazione di interesse/sfruttamento/valori eccessivi
·         SOMBART e il capitalismo come concetto negativo = critica socialista più che voce di carattere storico economico = nella voce di dizionario capitalism esprime tre concetti di base:
1) il concetto e ancor più il termine di capitalismo devono essere attribuiti in primo luogo agli scritti dei teorici socialisti [i socialisti hanno coniato il termine]
2) Marx ha virtualmente scoperto il fenomeno
3) nonostante il fatto che il capitalismo tenda a diventare l’oggetto per eccellenza della scienza economica, sia il termine sia il concetto non sono stati ancora universalmente riconosciuti dai rappresentanti dell’economia accademica [l’ultimo dell’economia classica era Mill]
·         Di economisti non classici – che si contrappongono all’ordine economico vigente - ce ne furono molti, anti-smithiani, anti-ricardiani, anti-marxisti, ma era da riconoscere a quei tempi il ruolo egemone del marxismo, tanto che gli economisti tedeschi erano – sotto la spinta di Engels – i più famosi, tanto che il movimento operaio era fortissimo in Germania e vengono fatte delle concessioni anche dal forte Bismarck, che oltre tutto li istituzionalizza (anche per controllarli meglio). Legami con alcuni settori importanti: a) meccanico b) minerario c) siderurgico d) tessile
·         Poi c’è il livello dei teorici socialisti solidaristi-umanitari-ispirati ad idee cristiane come quelli della Fabian Society in Inghilterra
·         Diversamente in Italia la riflessione è più teorica-filosofica, ad esempio con LABRIOLA (a parte Turati e Treves), docente di Filosofia a Roma, che aveva un approccio filosofico-storico più che economico, e lo stesso gli idealisti come CROCE e GENTILE. Per questo la critica più radicale alle posizioni socialiste è proprio quella tedesca.
·         SCHMOLLER 1903 = stabilisce un’affiliazione diretta: “l’idea fondamentale alla quale è dedicata l’intera opera del Sombart sul Capitalismo moderno è stata presa dal Marx e dalla letteratura socialista. Può essere che l’uso generale linguistico abbia legittimato la parola; tuttavia la parola capitalismo esprime un’idea che brilla di tutti i possibili colori, vaga, multivoca, oscura al tempo stesso, e perciò prediletta nelle polemiche giornalistiche. Non sparirà perciò dalle pagine dei quotidiani, dubito molto che essa possa sostenere nella scienza la gran parte che il Sombart le assegna”
·         NOYMAN 1911 = il termine capitalismo è relativamente giovane in quanto si genera dall’uso terminologico marxista-socialista. Dapprima presero gli avversari antisemiti e borghesi, sostenitori di questa moderna tendenza […] esagerazioni ed eccessi capitalisti verrebbero stigmatizzati dalla letteratura socialista come se gli eccessi definissero la tendenza del sistema
·         OPENHEIMMER = se continuiamo a usare questa parola è come se volessimo individuare una grave malattia sociale
·         VON MISES 1922 = i termini capitalismo e sistema di produzione capitalista sono termini di lotta propri alle contese politiche; sono stati coniati dagli scrittori socialisti, non per servire alla conoscenza (scienza economica) ma per criticare e accusare, come un sanguinoso sfruttamento di poveri, schiavi, salariati [elemento chiave dei salariati]. I termini sono talmente oscuri da non possedere valore conoscitivo, ma i socialisti si accordano solo per usarli per la conoscenza del tempo moderno, dove appaiono i segni caratteristici di questo modo di produzione [mette in luce il nocciolo socialista sistema-modo di produzione]. E la proposta di cancellare i due termini dal dizionario economico merita la più alta considerazione.
·         POL 1910 = il capitalismo si può al limite definire come l’organizzazione economica vigente vista dagli occhiali del socialismo
·         Assodato che il termine “capitalismo” non appartiene a Marx, ma il concetto che sottintende ad esso sì; c’è un passo del Libro III del Capitale che parla del modo di produzione capitalista =
il modo di produzione capitalista è un mezzo storico per lo sviluppo delle forze produttive materiali, e la creazione di un corrispondente mercato mondiale” 1) mezzo storico = storicità + strumentalità [mezzo] 2) sviluppo delle forze produttive materiali attraverso l’evoluzione dei modi nella storia 3) creazione mercato mondiale.
C’è il farsi tramite la storia, ma il concettualizzarsi attraverso la storia, il dipanarsi in un’evoluzione di modi di produzione.
Il mezzo storico che Marx chiama “modo” ha avuto lo scopo di sviluppare/far avanzare la società con un sistema dinamico e non statico; la specificità del capitalismo in questo modo è l’allargamento progressivo a dismisura del mercato: non si dà sviluppo dell’accumulazione senza sviluppo del mercato.
·         MARX 1859 “Per la critica dell’economia politica” [testo che opera una sintesi concettuale di tutti i problemi del modo di produzione, anche se la vera prima sintesi è con L’ideologia tedesca, dove si dice che c’è una comunanza di idee con Marx, che dal 1944 non si è più interrotta] = si tratta della prefazione del 1859 e non dell’introduzione del 1857 (che viene dai “Lineamenti per una critica dell’economia politica” 1857) = “il risultato generale a cui arrivai e che una volta ottenuto, mi servì da filo conduttore nel corso dei miei studi, può essere in poche parole così formulato: nella produzione sociale della loro esistenza gli uomini vengono a trovarsi in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, cioè in rapporti di produzione corrispondenti ad un determinato livello di sviluppo delle loro forze produttive materiali. Il complesso di tali rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, la base reale su cui si innalza una sovrastruttura giuridica e politica e a cui corrispondono determinate forme di coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale è ciò che condiziona il processo sociale, politico e spirituale. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma al contrario, è il loro essere sociale che determina la loro coscienza.”
“ad un certo grado del loro sviluppo le forze produttive della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti o, per usare un termine giuridico, con i rapporti di proprietà nel cui ambito si erano mosse [le forze produttive materiali] fino a quel momento. Si arriva quindi ad un’epoca di un’evoluzione sociale. Cambiando la base economica viene ad essere sovvertita, più o meno rapidamente, tutta l’enorme sovrastruttura. Nell’osservare tali rivolgimenti bisogna sempre distinguere tra il rivolgimento materiale, che si verifica nelle condizioni economiche di produzione, e che va constatato scrupolosamente alla maniera delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, in breve ideologiche, in cui gli uomini si rendono coscienti di questo conflitto e si battono per risolverlo.”
“come non si può giudicare un individuo dall’idea che si è formato di sé, così non si può giudicare una di queste epoche di rivolgimento in base alla coscienza che essa ha di sé stessa; questa coscienza, infatti, va piuttosto spiegata partendo dalle contraddizioni della vita materiale, dal conflitto che esiste tra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non scompare mai finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive che essa è capace di creare, così come non si arriva mai a nuovi e più evoluti rapporti di produzione prima che le loro condizioni materiali di esistenza si siano schiuse nel grembo stesso della vecchia società. Perciò l’umanità si pone sempre e soltanto quei problemi che essa è in grado di risolvere; infatti, a guardar meglio, si noterà sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali per la sua soluzione sono già presenti, o almeno in via di formazione.”
i modi di produzione asiatico, antico, feudale, borghese moderno, possono essere definiti, a grandi linee, come i vari tipi, in epoche successive, di formazioni economico-sociale. I rapporti di produzione borghesi sono l’ultima forma antagonistica del processo sociale di produzione, antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale ma in quello di un antagonismo che nasce dalle condizioni sociali di vita degli individui; nello stesso tempo però le forze produttive che si sviluppano in seno alla società borghese, creano anche le condizioni materiali per il supermento di tale antagonismo; con la formazione sociale borghese si conclude quindi la preistoria della società umana.”

·         È un passo considerato la chiave di volta dell’interpretazione marxiana della storia e della storia economica, un passo complesso, in cui i punti importanti sono 7: 1) forze produttive materiali 2) rapporti di produzione 3) proprietà 4) modo di produzione 5) struttura e struttura economica [che sono equivalenti] 6) sovrastruttura 7) contraddizione fra i rapporti di produzione e le forze produttive materiali. Sono nozioni di carattere generale che prescindono dalla fase storico-produttiva, di un sistema economico determinato [quindi anche preistorica].
·         >>> 1) forze produttive materiali =
Insieme dei mezzi di cui l’umanità dispone per dominare la natura e produrre i ben i destinati a soddisfare i bisogni.
L’idea del dominio della natura potrebbe apparire lontana da una sensibilità ambientalista; ma intanto c’è una constatazione di carattere storico, dove appare evidente la grande trasformazione della prima – e siamo nel pieno – della prima rivoluzione industriale [Marx scrive nel 1840-80, e a Londra il massimo picco c’è nel 1851]; pochissimi si interesse dell’inquinamento sull’ambiente, senza tecnologie avanzate, ma il solo carbone.
a)      Ma è importante anche l’Umanesimo e il Rinascimento: importantissimi per l’affermazione del primato dell’uomo, col riposizionamento dell’uomo rispetto alla trascendenza. L’uomo è per l’Umanesimo parte della natura, e quindi pone anche la natura al centro
b)      Secondo elemento è il giusnaturalismo.
c)      Il terzo l’Illuminismo, con l’ampliamento: si codificano i diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino: l’estensione è a livello storico-filosofico
 Con la progressiva rottura, almeno sul piano del principio giuridico, di tutto ciò che implica schiavitù-servitù-sudditanza, con l’uguaglianza degli uomini davanti alla legge, non tanto sociale [non si garantisce l’uguaglianza effettiva degli uomini] ma etnico-giuridica.
L’uomo deve piegare la natura, che è quel grande involucro che gli permette di sviluppare la sua sfera privata. Marx in genere è pensato come un autore che vede muoversi classi e non individui: in realtà in lui il concetto di uomo-uomini si ripete costantemente; è l’interpretazione meccanicistica che fa vedere il rapporto di classi, loro non perdono mai di vista l’individuo, la sua specificità, ma il punto di vista è che la storia è mossa dalle classi, non dal singolo [anche Napoleone, nella interpretazione marxiana è uno degli elementi di quella fase storica, e esce con determinate caratteristiche di quella fase, che si ritrovano in quel personaggio, ed esemplifica la società di quei tempi].
Emblematico è il Manifesto: essendo un manifesto politico non si sottolinea la valenza individuale, ma collettiva.
Il dominio della natura è una sorta di necessità per l’uomo: hanno la strumentazione più perfezionata per modificarla, funzionalità organiche raffinate, ma nonostante questa apicalità siamo quelli più dipendenti dalla natura: all’approfondimento delle funzionalità c’è anche un aumento esponenziale dei bisogni, con una catena alimentare secondo cui il superiore mangia l’inferiore. Con la grande armonia tra gli uomini interferisce la dinamica della storia: ad es. il ruolo della donna nella produzione e riproduzione di beni materiali; ed è comunque un tema che va visto anche da angolazioni spaziali diverse.
Nelle forze produttive materiali rientrano
1) i mezzi di produzione (le ricchezze materiali, le risorse)
2) le tecniche di produzione e la forza produttiva umana *
3) le scorte
4) le infrastrutture (K fisso)

* le tecniche di produzione e la forza produttiva umana (centralità della forza lavoro nella trattatistica marxiana) =
È l’attività o l’energia fisica erogabile in un determinato periodo di tempo: non è solo l’energia fisica (dato implicito), ma il suo trasferimento nel tempo fuori dal soggetto; e si dice col potenziale, l’erogabile, che non è l’erogato.
a) È in relazione al Tempo che si impiega la produzione della merce, ed è in base al tempo che si determina il valore di beni e salari. Ed è la precisazione ultima della teoria valore-lavoro.
b) Lavoro universale: categoria che ha attraversato i classici (Smith, Ricardo,…), ma qui viene precisata: quell’accumulo nel tempo di esperienze-capacità operativa e tecnico-produttiva, che si è acquisita attraverso l’esperienza pratica, nella sua concezione galileiana [si noti come gli inventori non hanno grande competenza scientifica, non sono scienziati da laboratorio, ma sono dei pratici]. Alla base del lavoro universale c’è la conoscenza comune che porta ad effettuare i piccoli aggiustamenti quotidiani. Le conoscenze si sistematizzano.
c) L’innovazione: non può che essere il risultato del lavoro, delle conoscenze universali, delle tecniche. Senza innovazione non si introduce la razionalizzazione (es. catena di montaggio)
d) L’organizzazione del lavoro: si dovrebbe allargare – anche grazie all’antropologia – sui sistemi produttivi nel tempo
·         >>> 2) Rapporti di produzione = sono i rapporti instaurati dal proprietario o dal possessore dei mezzi di produzione in funzione della produzione dei beni materiali. Proprietario è chi possiede il bene, possessore è chi detiene il bene e lo usa.
La proprietà si concretizza attraverso un’impresa; siamo anche qui in una dimensione extra-temporale ed extra-spaziale.
Il rapporto di produzione c’è solo nella funzionalità produttiva, il resto sono meri rapporti sociali; nel capitalismo, diversamente dalla fase storiche precedenti, tale rapporto è fra: il lavoratore – che dispone solo della sua forza lavoro (erogabile) – e il capitalista – il detentore giuridico dei mezzi di produzione proprietario/possessore), in cui rientrano anche i capitali liquidi per acquistare materie prime e pagare salari e stipendi.
I rapporti sono:
1) determinati = Marx è il precursore del determinismo moderno, che si contrappone alla concezione soggettivista della storia, che non è solo centralità dell’uomo, ma anche determinante dell’uomo, ed attraversa il pensiero occidentale sin dalle origini.
Il Cristianesimo delle origini con i padri che hanno ridimensionato il pensiero teologico della Chiesa di Roma, la patristica, i primi interpreti del messaggio del Vecchio e Nuovo Testamento (S. Agostino, Giovanni Crisostomo, S. Ambrogio,…): il problema era di concentrare l’individuo e la sua libertà interiore e di coscienza, la sua individualità, di conciliarlo con il piano della salvezza, con una sorta di pre-condizione inscritta nel destino dell’umanità che vede il compimento esclusivamente nella visione beatifica di Dio, che si realizza soltanto quando superato il peccato originale, e dopo il percorso di espiazione della vita umana, si raggiunge l’Eterno (nascita, vita, morte, resurrezione – dopo l’Apocalisse). Ma la capacità di scelta dell’individuo dove va a finire? La nozione agostiniana di libero arbitrio, e quindi la matrice cattolico-ortodossa, non ha risolto il problema: il guardare dentro di sé per trovare l’alimento per scegliere liberamente, e quindi scegliere o non-scegliere di non peccare, lega maggiormente l’individuo al far fronte alla salvezza eterna, ma non risolve il problema.
Ciò è ripreso dalla matrice luterana-calvinista, che secondo la predestinazione, non si sa quale sarà il nostro destino, e per questo bisogna essere sempre attivi, poiché è proprio il successo nella vita che denota se siamo destinati o meno a modificare/raggiungere un determinato piano della salvezza. Per questo Weber, ma anche Marx, parlano di etica protestante. Qui sparisce la dimensione individuale, con rapporti che prescindono dalla volontà soggettiva.
2) necessari = Ma determinazione significa determinismo, cioè inevitabilità/prevedibilità? I teorici liberisti negano la determinazione storica e non legano tutte le scelte della storia economica a eventi costanti, determinati. MONOD scrive Il caso e la necessità: in natura c’è un misto di elementi casuali e storicamente determinati, e le conseguenze stanno alla base delle premesse [per questo Galileo parla di “leggi scientifiche”, modificabili sulla base dell’esperienza, con un meccanismo sequenziale diverso dal noto]: inevitabilmente non accade ciò che dovrebbe essere accaduto, ma ogni nuovo accadimento trova nell’accadimento precedente un punto di partenza. È la concezione della dialettica storica che si ritrova in Marx/Engels: la storia procede per tesi/antitesi, un meccanismo sequenziale ma modificabile, e prescinde dalla nostra volontà che è immanente dalla storia [dialettica degli opposti].
3) indipendenti dalla volontà degli uomini [tutti concetti filosofici] = talmente cogente da neutralizzare la nostra volontà soggettiva. Gli uomini sono perciò sia elementi attivi che passivi nell’evoluzione della storia.
·         >>> 3) Proprietà = [nel passo figura non tanto come tale ma come “rapporti di proprietà” all’interno di una fase dialettica] l’opera postuma che lascia in abbozzo sono i Grundiss – Lineamenti di una critica dell’economia politica: “Proprietà, cioè il rapporto del singolo con le condizioni naturali del lavoro e della riproduzione, come corpo oggettivo della sua soggettività a lui appartenente, [cioè] obiettivo, trovato già pronto come natura inorganica” = essenza ultima: Marx non è come si crede la negazione assoluta della proprietà (al massimo dei mezzi di produzione!); per lui la proprietà è il rapporti con le condizioni costitutive dell’individuo con capacità di trasformazione, il lavoro è inteso in questo senso, con la capacità di riproduzione di sé e della propria specie: la proprietà è il possesso del proprio corpo, del proprio lavoro, della propria specie attraverso la riproduzione.
Le condizioni soggettive sono proprie degli individui e si correlano alle condizioni oggettive della produzione, ma che non esulano dal rapporto fondativo dell’Uomo con la Natura, con le condizioni naturali della propria sopravvivenza. E anche il modo di produzione è il modo in cui gli uomini garantiscono la propria sopravvivenza.
·         >>> 4) Modo di produzione = È il modo in cui gli uomini producono i loro mezzi di sussistenza (Ideologia Tedesca, 1845-46 – Marx ed Engels); relazione storicamente determinata fra forze produttive e rapporti di produzione.
Ma è anche il modo nel quale si realizza la proprietà dei mezzi di produzione, cioè il rapporto tra il singolo e i propri elementi costitutivi e la propria riproduzione.
C’è una reciprocità fra modi e mezzi di produzione in quel dato modo di produzione.
Formazione economico-sociale = modo di produzione/formazione sociale/formazione economico-sociale, sono termini che Marx utilizza per dire lo stesso concetto.

·         Formazione economico-sociale = modo di produzione/formazione sociale/formazione economico-sociale/formazione economica della società, sono termini che Marx utilizza per dire lo stesso concetto.
La forma nella filologia tedesca indica un processo statico, mentre formazione dinamico, di produzione-creazione, in questo caso di società: includendo il modo di produzione sottintende sia il rapporto sociale sia la forma di quel particolare modo di produzione [caratterizzazione processuale del processo storico-economico].
[ci sono molti studiosi che contestano questo tipo di interpretazione perché non vedono una processualità nel modo di produzione ma una implosione nel modo di produzione che porterebbe ad una fuoriuscita da quel modo, sostituendolo con uno diverso, altro-da-sé rispetto al precedente]
In Marx c’è comunque un approccio processuale, e non un’implosione, ma anche che vi siano elementi che implicano una degenerazione-decomposizione in Marx, questo è innegabile, quelle precipitazioni politiche-economiche individuate da Beaud (Cromwell e GR 1688, Riv. Usa 1776, Riv. Francia 1789 sino all’affermazione della borghesia e della repubblica post-Comune di Parigi 1871 post-Sedan; oltre che alla rivoluzione industriale); dopo la GR si afferma il costituzionalismo moderna, indipendentemente da chi sia il capo dello Stato: i principi sono la tripartizione poteriale e il liberalismo moderni, al di là del vertice. Ad esempi la codificazione napoleonica è l’espressione giuridica più avanzata che ci sia stata.
a)      Società = «un organismo capace di trasformarsi ed in costante processo di trasformazione» dice Marx [no organismo, meccanicismo, determinismo]: pur essendoci un accenno di organicismo, anche in Engels, derivante dalla matrice positivista e darwinista, con un rimando costante alla fisiologia della società al pari di un organismo naturale, di evoluzione rinvenibile nella natura [filogenesi della società], con una quantificazione della realtà storica, con dinamiche serializzabili e scientificamente catalogalizzabili; pur essendoci ciò, c’è una trasformazione perenne dell’organismo, capacità endogena ed autonoma, una concezione pre-einsteiniana non-meccanicistica ma relativizzante, con una sussunzione nell’essere supremo assolutizzante.
Anche Kant, che si pone il problema della critica del pensiero, importante per capire Marx, non parla comunque del processo di trasformazione della società; ed ad ogni modo la visione ciclica vichiana è sbagliata, nel corso del tempo ci sono sostanziali differenziazioni, nulla ritorna.
La meccanicità è compressa dalla capacità di trasformazione.
b)      «una forma sociale è dunque prodotto di un processo ma anche causa e condizione di un altro processo di sviluppo di forme di società e di rapporti sociali»
c)      la teoria delle formazioni sociali non esamina una società concreta, ma prende in esame una forma di società in generale [specificabile poi nelle singole, come quella borghese, andando a specificare il modo di produzione della società in analisi]
d)      «diverse società concrete possono appartenere o appartengono contemporaneamente alla medesima formazione sociale se la loro produzione sociale si basa in tutto o in parte sul modo di produzione che caratterizza questa formazione sociale, allora diremmo che essi appartengono alla stessa formazione sociale ma in stadi diversi»:
es. Spagna 1400-1500: scoperte-saccheggio-commercio internazionali; Olanda 1600-1700: organizzazione della produzione non solo artigianale-colonizzazione-commercio internazionale, ma anche manifatture, con organizzazione produttiva non solo con artigiani dispersi in botteghe, ma in protofabbrica-manifatture colla supervisione del capitalista-imprenditore, con soggetti all’interno ancora indipendenti che sviluppano manualmente il complesso delle operazioni; Inghilterra 1700-1800: il modo di produzione raggiunge la forma moderna, con la meccanizzazione e la formazione di conglomerati industriali, anche se embrionalmente, con l’elemento caratterizzante del rapporto tra possessori dei mezzi di produzione e della energia di lavoro. Quindi nella stessa formazione sociale, vi sono diversi gradi di sviluppo, pur coesistendo diverso modi di produzione, la cui formazione risale ad epoche differenti.
·         modo di produzione asiatico = 1) proprietà dei mezzi di sussistenza comune e non individuale, anche se 2) a poco a poco non c’è acquisizione, però non è privatistica, ma una sorta di possesso, ottenendo un tributo da quelli che prima erano i detentori dei beni materiali di sussistenza comuni; questa è la distinzione fatta da alcuni studiosi rispetto alla forma primitiva, poi quella evoluta. L’aspetto asiatico studiato da Marx è comunque quello mediato da HEGEL.
Le vere teorizzazioni sociologiche e antropologiche si avranno successivamente, con Levi-Strauss ad esempio, di cui beneficerà più Engels che Marx, perché morirà 15 anni dopo; anche perché riparte la conquista del mondo con la colonizzazione.
·         forme derivate del modo di produzione asiatico sono la slava e la celtica (cuore continentale a occidente dell’Elba), con comunità comune. Weber prende molto questa teorizzazione marxiana, di questa comunità basata sul villaggio e articolazione delle componenti interne.
·         modo di produzione antico = Marx articola la discussione del modo di produzione classico, parlando delle civiltà antiche di Roma e Grecia, basate nell’area greco-romana sulla dualità 1) città-polis 2) schiavitù, legati alla conquista, e sull’area tedesca dove l’unità economica è data dalla casa condotta sul lavoro servile, e non più schiavistico: lo schiavo è uno strumento, mentre il servo bene o male è un soggetto, ed è legato alla terra e alla gleba, da cui nascerà il feudalesimo [i Franchi in cui nasce il feudo sono un popolo germanico]. La grande letteratura di riferimento è quella di TACITO e CESARE.
·         modi di produzione feudale = proprietà di produzione fondiaria nobiliare lavorata da servi nelle realtà rurali, e fondata sulle corporazioni delle botteghe artigiane nelle città: il lavoro dei contadini è sfruttato dalle città e i proprietari – pur titolari di un feudo terriero – vivono in città, che si alimenta del lavoro dei contadini, luogo di trasformazione dei beni che vengono dalla campagna. Poi il tutto si restituisce alla campagna sono forma di manufatti finiti, poiché essa avrà solo una produzione domestica e tutt’al più un fabbro per la ferratura dei cavalli.
·         nella storiografia si è prodotta una distinzione tra formazione originarie e sistemi economici:
a)      formazioni originarie =
1) comunitarie (proprietà collettiva della terra, il lavoro di trasformazione è su base individuale e familiare, è su base comune clanica e comunitaria di villaggio inter-clanico, non ci sono rapporti mercantili di scambio ma scambio semplice)
2) tributarie (individuiamo delle gerarchie sociali, e l’appropriazione del surplus sociale tramite i tributi a chi produce il surplus – in particolar modo i contadini – [surplus qui inteso non come Baran-Sweezy, ma come semplice eccedenza dei piccoli nuclei],
3) schiavistiche (lavoro coatto come mezzo essenziale di produzione, molto di più del servaggio)

b)      sistemi economici = le modalità sono più complesse:
1) il feudalistico = prevalentemente servile, si sviluppa nella zona franca, e quando si sviluppa la città c’è una manodopera artigianale; la fine di tal sistema nella storiografia è data da due diverse visioni a) fine lenta per cambiamenti profondi con contrasto tra signori/contadini b) che vede nella città intesa con artigianato nella produzione/scambio come circolazione, la disgregazione del sistema feudale (il potere cittadino costringe la nobiltà rurale a urbanizzarsi). La parte centro-settentrionale della penisola italiana la concentrazione del potere nelle città è ancora più forte, anche se la dissoluzione del potere vera non si verifica qui, ma soprattutto nella parte meridionale dell’Uk [tant’è che Marx ne parla proprio in riferimento all’Inghilterra, quella peraltro che era il limes dell’Impero romano]
2) il mercantilistico = 1400/1700: tra la rivoluzione commerciale del tardo Medioevo e la rivoluzione industriale; gli storici economici di orientamento marxista non tutti sono d’accordo, perché dagli anni 1940 c’è una grande discussione di transizione dal feudalesimo al capitalismo, una transizione sempre più dilatata con una durata lunga: sia tra coloro che accettano la teoria delle formazioni economico sociali, sia coloro che non l’accettano, la durata lunga fa si che non tutti concordino: la discussione non è soltanto sulla qualità/cambiamento della struttura economica, ma l’incidenza del cambiamento, la sua forza d’impatto.
Se noi intendiamo un’organizzazione dell’economia come 1) produzione mercantile semplice [il produttore organizza la produzione in forma autonoma, è proprietario dei mezzi di produzione, si può avvalere della famiglia, è il produttore diretto, l’attore della vendita, il mercato è locale; la produzione era regolata dalla corporazioni economiche] oppure su 2) scambio di beni commerciali su lunghe distanze, elementi interconnessi [nato per soddisfare le esigenze dei ricchi, il commercio è fatto da un mercante-monopolista, con profitti differenziali da un mercato all’altro anche in base al diverso valore d’uso, per questo il mercante ha anche la doppia veste di mercante/prestatore di moneta-usuraio (con anche la realtà importante per il prestito di un non-mercante che è l’orafo – molto forte in Uk, meno in Italia)].
Siccome i rapporto campagna-città è strettissimo, e visto che in città non vi sono solo i poveri ma anche i ricchi, che vogliono beni di lusso è per questo che scatta il commercio su aree non-locali.
Il grosso della pratica usuraria legata agli ebrei è legata solo al prestito al consumo; e peraltro era vincolato da norme molto rigide stabilite dai Comuni, in base ai dettami della Chiesa.
In Uk lo smantellamento feudale avviene a partire dal 1300, così come l’inurbamento dei signori in Italia (che passa da signoria di banno, con la capacità di giudicare e condannare in sede civile e penale, ad una signoria patrimoniale più grande, ma dove scompare la servitù della gleba presente in quella di banno).
Quando BRAUDEL parla di economie-mondo, intende grossi processi di uniformazione sistemica, generalizzata, con diversi livelli di aree centro-semiperiferia-periferia [non ancora globalizzazione].
3) il capitalistico [oggetto delle lezioni]
4) il collettivistico = non esiste più, solo per certi versi a Cuba e per altri in Cina; e si differenziano nettamente dalle teorie marxiste se intese come socialismo, anche se il termine collettivismo può essere usato: la proprietà dei mezzi di produzione è stata abolita, ma non del tutto: nazionalizzazione del sistema bancario-grandi settori industriali ed estrattivi, ma non di tutti; non c’è stata l’assoluta abolizione del mercato, anche perché non nell’intero mondo si è realizzato (dall’Urss) e poi le transazioni vengono sempre regolate in moneta, prima in a) sterlina, poi 2) dollaro con BW sulla base dell’oro 3) dopo BW (15/8/71) dollaro svincolato dall’oro. Le condizioni di vita sono crollate, anche se il fattore operaio, come lavoro tecnico e professionale ma anche come intelletto collettivo/sistema di conoscenze collettivo, avrebbe dovuto avere le capacità di auto-regolarsi come attori-produttori-sperimentatori-manager, cosa che non è avvenuto, ma la direzione era verticistica/dall’alto e ancora basata sul modello produttivo occidentale [divisione tecnica del lavoro e catena di Taylor nelle fabbriche di Ford, senza controllo manageriale dei lavoratori].
Tanto che il cambio dal sistema socialista è stato repentino e con scosse solo politiche, sino all’adeguamento completo ai dettami del Fmi e della Bm.
·         gli storici quindi interessati alle formazioni sociali, che pensano che i mezzi di produzione siano eterni, non si interessano all’approccio sistemico (es. CIPOLLA, che studia i sistemi pre-industriali e non gli interessa il capitalismo) vs. BEAUD che studia i rapporti di produzione nei vari sistemi e come sono cambiati col capitalismo
·         >>> 5) struttura economica della società = ha varie definizioni:
a)      complesso dei rapporti di produzione in una data epoca, cioè ritorna il discorso dell’insieme delle economie di una fase storica con connotati di fondo, elementi pre-esistenti e embrioni successivi, e differenziazione in base alle aree
b)      base reale della società, come substrato di riferimento in ultima istanza
c)      modo di produzione della vita materiale
d)      base economica
e)      condizioni economiche di produzione
f)        condizioni materiali
È, in somma, la concezione materialistica della storia per Marx, la radice ultima della matrice economico-sociale.
·         >>> 6) sovrastruttura = non è solo in relazione alla struttura economica, ma ha la chiave di lettura della coscienza sociale: interrelazione struttura economica-sovrastruttura-coscienza sociale, e laddove si elimini la coscienza sociale, come chi ha dato una visione meccanicistica della storia, non si dà una completa definizione della concezione storica.
La sovrastruttura riguarda gli aspetti giuridici e politici della storia; è vero che Marx usa il termine “si eleva” per la sovrastruttura, è l’elemento apparente che però ha la base reale nelle fondamenta, la base reale economico-storica della struttura, anche se le articolazioni sensibili che si vedono sono la politica e il diritto
Non possono essere disgiunte della coscienza sociale = «rapporto di corrispondenza», dice Marx, con la struttura (oltre alla politica e al diritto); non è una coscienza che resta nell’intimo dell’individuo, è espressione storica del molteplice, del collettivo [insieme di individualità]. L’evoluzione della struttura sociale condiziona la coscienza sociale e forme determinate storicamente, che possiamo chiamare ideologie (che sono storicamente definite) politiche, giuridiche, religiose, artistiche e filosofiche. Sono modi di interpretazione della fase attuale.
·         Filosofia della storia universale (1822-23) di HEGEL = passo che giustifica la struttura di Marx, sintetizzata con la sovrastruttura e la coscienza sociale:
«ogni passo del processo di auto-sviluppo delle idee ha il suo determinato principio peculiare. Nella storia questo principio è lo Spirito, il particolare genio nazionale, la religione, la politica, la morale, la legislazione, e persino la scienza, l’arte, la tecnica, recano la sua impronta.»
Anche se lo sviluppo delle idee è autoprocessuale, il modo di analizzarle è quello storico, fattuale, pur essendoci un processo di autovalorizzazione dell’idea.
·         La ideologia tedesca (1845) di MARX/ENGELS =
«i presupposti da cui muoviamo non sono arbitrari, non sono dogmi: sono presupposti reali, essi sono gli individui reali, la loro azione e le loro condizioni materiali di vita, tanto quelle che essi hanno trovato già esistenti, quanto quelle prodotte dalla loro azione. Questi presupposti sono dunque constatabili per via empirica
Tutto ciò che accade nella storia è frutto dell’attività umana, e non come processo dello Spirito.
·         Lettera di Engels a Bloch (1890) =
«secondo la concezione materialistica della storia il fattore in ultima istanza determinante nella storia è la produzione e la riproduzione della vita reale. Di più non fu mai affermato né da Marx né da me. Se ora qualcuno travisa le cose affermando che il fattore economico sarebbe l’unico, fattore determinante, egli trasforma quella proposizione in una frase vuota, astratta, assurda. La situazione economica è la base, ma anche i diversi momenti della sovrastruttura esercitano pure la loro influenza sul corso delle lotte storiche, e in molti casi ne determinano la forma in modo preponderante. C’è azione e reazione reciproca di tutti questi fattori.»
C’è reciprocità, azione e reazione.
·         struttura e sovrastruttura hanno una loro compiuta identità che si correlano nel processo reale della storia, tutt’altro che giustapposti; la struttura economica è in ultima istanza ciò che costituisce una fase storico-sociale. Non c’è nessun altro elemento che nella loro concezione storica possa essere dominante
·         in Italia non ci sono più di 4/5 autori che si occupano di storia economica: Gino Luzzatto sombartiano-marxiano di taglio sincretistico; Amintore Fanfani, socialista cattolico e con la cattedra di storia economica a Roma, che apre una riflessione sul capitalismo ai cattolici che ancora non si è interrotta e in contrapposizione allo spirito del capitalismo protestante: se uno spirito del capitalismo c’è non è protestante, ma risale al cristianesimo medievale; Savioli, uno studioso di orientamento marxista, ma di diritto [quando non c’erano cattedre di st. ec. c’erano gli storici del diritto]; Augusto Graziani, che scrive la voce “capitale”/”capitalismo” per la Treccani; Tagliaferri che scrive una piccola cosa. Le due teorie che si dipanano sono le fondamentali: 1) il capitalismo inizia a nascere dal 1400/1500 2) il capitalismo è un processo che c’è sempre stato nella storia, ed è l’interpretazione marxista
·         >>> 7) contraddizione fra i rapporti di produzione e le forze produttive materiali = in questa contraddizione Marx/Engels vi individuano il luogo storico-concettuale del passaggio da un modo all’altro di produzione [ma queste sono riflessioni ex-post, dopo che le cose sono avvenute, sono interpretazioni storiche, e non tesi o leggi matematiche].
Di fatto le due spinte tra gli autori è quelli di impostare la storia come dall’interno (materialismo, Marx) o dall’esterno (idealismo, Hegel), e la cosa che li accomuna è il razionalismo che vede con esso sia il materialismo sia l’idealismo (NON erano razionalisti Schopenauer, Nietzsche, Schmit, Platone) [uno conto è contemplare il paesaggio che è irrazionalismo, un conto catalogare le piante di quel paesaggio attraverso una descrizione modale; il pittore vedutista è razionalista, quello astratto che riflette le emozioni del paesaggio sulla tela non è razionalista].
a)      nei tre modi di produzione che Marx prende in considerazione:
nel mondo antico/schiavistico = il proprietario di schiavi che vive sul pluslavoro prodotto dagli schiavi
nel mondo medievale = signore che vive sul plusvalore prodotto dai servi
nel capitalismo = capitalista che vive sul pluslavoro prodotto dagli operai
b)      nei modi di produzione pre-capitalistici, i rapporti di produzione assumono la forma di servizi obbligatori, imposti da fattori extra-economici (legge o tradizione); non è legata alle necessità intrinseche al rapporto economico
c)      la cogenza del rapporto economico si manifesta nel capitalismo attraverso il valore, sotto forma di contratti salariali stipulati fra due parti liberamente contraenti [anche se la non-libertà materiale c’è: se non lavora non vive]
Nella produzione capitalistica il lavoro è esternato in una forza lavoro che è considerata una merce: 1) concentrazione della proprietà dei mezzi di produzione nelle mani di pochi
2) espropriazione da una classe più numerosa costretta a vendere i mezzi e a formare forza lavoro, che viene comprata e venduta attraverso il salario
d)      «la forza lavoro si produce e riproduce mediante la immissione di materiale naturale nell’organismo umano per reintegrare la energia consumata nel lavoro«: di conseguenza il valore della forza lavoro; di conseguenza il valore di quel lavoratore è determinato dal tempo di lavoro necessario a produrre la sussistenza del lavoratore.
La forza lavoro, a differenza di altre merci, ha la peculiarità di produrre, nel corso del suo consumo e del suo impiego una valore maggiore del suo consumo e del proprio valore [in virtù dell’innovazione e del macchinismo] di quanto sia necessario alla sua sussistenza. Questa differenza è il plusvalore, di cui si appropria il capitalista, benché esso non eserciti alcuna attività produttiva, ma se ne appropria perché dispone del capitale necessario per acquistare forza lavoro, ovvero una merce capace di produrre plusvalore (a differenza della macchina) e vendere i prodotti da essi realizzati. È qui che c’è la contraddizione: a lungo andare, questo rapporto conflittuale porterebbe al suo superamento.
·         Per Marx/Engels l’origine del capitalismo sta, dal Manifesto, 1848 =
«la scoperta dell’America [Spagna] e la circumnavigazione dell’Africa [Portogallo] offrirono un nuovo terreno alla nascente borghesia, il mercato delle Indie orientali e della Cina, la colonizzazione dell’America e lo scambio con le colonie, l’aumento dei mezzi di scambio e delle merci in generale, diedero un impulso prima di allora sconosciuto al commercio, alla navigazione, all’industria e in pari tempo favorirono il rapido sviluppo dell’elemento rivoluzionario in seno alla società feudale che si stava sfasciando. L’organizzazione feudale o corporativa dell’industria da quel momento non bastò più ai bisogni, che andavano crescendo col crescere del nuovi mercati. Subentrò la manifattura [circa 1550-1760: in cui Marx/Engels individuano la fase manifatturiera]. I maestri di bottega sono soppiantati dal nuovo ceto industriale; la divisione del lavoro tra le diverse corporazioni scomparve, davanti alla divisione del lavoro nelle singole manifatture stesse. Ma i mercati continuavano a crescere, e continuavano a crescere i bisogni. Anche la manifattura non bastava più, ed ecco il vapore e le macchine rivoluzionarie la produzione industriale. Alla manifattura subentrò la grande industria moderna; al medio ceto industriale succedettero gli industriali moderni, milionari, i capi di interi eserciti industriali, i moderni borghesi. La grande industria ha creato quel mercato mondiale che la scoperta dell’America aveva preparato. Il mercato mondiale ha dato grande sviluppo all’industria, al commercio, alle comunicazioni via terra. Quello sviluppo, a sua volta, ha reagito alle espansioni dell’industria, del commercio e delle ferrovie.»
·         dal Capitale, libro I capitolo 24, scritto solo da Marx, 1867 =
«Il capitale denaro formatosi mediante l’usura e il commercio, veniva intralciato nella sua trasformazione in capitale industriale, nelle campagne dalla strutturazione feudale, nelle grandi città dalla strutturazione corporativa. Questi limiti caddero con lo scioglimento dei seguiti feudali, con l’espropriazione e parziale espulsione della popolazione rurale [enclosures].
La nuova manifattura venne impiantata nei porti marittimi d’esportazione, o in punti di terraferma che erano al di fuori dell’antico sistema cittadino e della sua costruzione corporativa. Quindi in Inghilterra si ebbe una lotta accanita delle città corporate contro questi vivai industriali.
La scoperta delle terre aurifere [1503] e argentifere [1521] in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali [olandesi], la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale di pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica [XIV sec.].
Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali della accumulazione originaria; alle loro calcagna viene la guerra commerciale delle nazioni europee con l’orbe terraqueo come teatro.
La guerra commerciale si apre con la secessione dei Paesi Bassi [1581, le Province Unite si staccano dalla Spagna di Filippo II dopo la divisione di Carlo V], assume proporzioni gigantesche nella guerra antigiacobina dell’Inghilterra [1793 = prima coalizione antifrancese di William Pitt; 1794 = trattato dell’Aja in funzione antifrancese Uk-Province Unite; trattato di S. Pietroburgo Uk-Russia-Austria] e continua ancora nelle guerre dell’oppio contro la Cina [1 = 1839-42 e 2 = 1856-60; trattato di Tiensing 1858; trattato Francia-Uk per 12 porti della Cina; 1854 = trattato di Kanagawa del Giappone per costringerlo ad aprire all’Occidente]. I vari momenti di accumulazione originaria si distribuiscono ora, più o meno, in successione cronologica, specialmente fra Spagna, Portogallo, Francia e Inghilterra.»
«Alla fine del Seicento quei vari momenti vengono combinati sistematicamente in Inghilterra nei sistemi coloniale, del debito pubblico, tributario, e protezionistico moderni. I metodi poggiano in parte sulla violenza più brutale, come per esempio il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzionec apitalistico e per accorciare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società gravida di una società nuova, la violenza è essa stessa una potenza economica.»
·         1) quando si enuncia la teoria del passaggio dei modi di produzione, si dice che c’è un qualcosa all’interno delle società date che matura in modo tale da favorire la trasformazione di quelle società. Ma le osservazioni teoriche sono sempre successive al momento storico. Quando si dice dello Stato come “potenza concentrata”, che è la massima potenza economica, la visione è classica, hanno tutti presente il Leviatano
·         2) lo Stato impersona l’accumulo della forza, da quando c’è lo Stato ci sono le guerre, legittimate da esso, le giustifica-normalizza
·         3) lo Stato non solo si difende dall’esterno, ma anche dall’interno; legalizzando talvolta anche la pena di morte
·         la teoria marxista-marxiana/anarchica ha come punto chiave l’estinzione dello Stato, è un elemento comune, anche se le modalità sono diverse. Il problema concettaule per entrambi è che tale estensione sarebbe un concetto storiograficamente nuovo: perché con lo Stato, non si è esteso tanto lo Stato in sé, ma le egemonie politico-economiche
Di Stato ne possiamo iniziare a parlare all’inizio del 1400: conla rottura profonda delle identità feudali territorialmente ed istituzionalmente riferite: ed inizia l’Uk, con la guerra delle due Rose (guerra-simbolo).
·         ma i marxiani/anarchici non hanno però in mente lo Stato del 1400/1500, ma quello post-GR 1) sistema di rappresentanza di settori larghi della società 2) fondato sul Parlamento 3) con elementi di certezza costituzionalmente definiti, col massimo di legalità di possibile, cui si ricollegano tutte le competenze statuali a) filone politico con i tre poteri b) filone amministrativo, che manda avanti la vita quotidiana
·         la differenza più netta tra la concezione marxiana/anarchica sta – e prendiamo ad esempio l’anarcosindacalismo di SOREL – nel fatto che nella concezione marxiana dello Stato amministrativo non si può far a meno, mentre è l’egemonia di quello politico che va distrutta
·         l’espressione nel realismo marxiano sta nella Comune di Parigi (1871) preceduta dai club giacobini durante la RF, che ebbero una forza di impatto politico, ma ben più o si ebbe nel 1871. E i Soviet sono il tentativo di cristallizzazione dell’exemplum della Comune
·         il percorso del Manifesto e del Capitale è quello di spiegare la logica che sottende alle teorizzazioni per spiegare il capitalismo (laddove Smith opera solo descrizioni): 1) espansioni 2) mercati 3) implosione del sistema feudale 4) produzione-commercio-produzione
·         a) la scoperta dell’America va in relazione al mercato mondiale, sono all’inizio del discorso, poi il rapporto è fra b) grande industria-mercato mondiale:
-          i processi storici enucleati (scoperta dell’America e circumnavigazione dell’Africa) nel passo del Manifesto preparano per Marx il mercato mondiale
-          la grande industria crea invece il mercato mondiale èche non è uguale a “preparare”]
Ma si prepara e si crea in maniera impefetta, perché c’è ancora la predominanza dell’assetto artigianal-manifatturiero, che è quello che ha fatto sviluppare le manifatture, ma la grande industria è diversa: un mercato mondiale compiuto si crea con innovazioni profonde ne a) i mezzi di comunicazione b) i trasporti (navi, macchine a vapore moventi, ferro-acciaio).
·         il medium tra l’Europa e il mondo (mercato mondiale) è dato dalla colonizzazione: le colonie coincidono, si assommano, con l’aumento dei mezzi di scambio [strutture fisiche – navi, armamenti, compagnie commerciali, ma anche incremento dei mezzi di pagamento].
Colonie e mezzi di scambio portano una crescita immensa dell’industria; anche perché le colonie hanno già dei mercati strutturati tramite la domanda dei prodotti locali. La novità è che gli occidentali introducono dei beni nuovi.
E le colonie favoriscono la dissoluzione dell’artigiano corporativo, perché l’espansione fa crescere dei bisogni che l’artigianto produttivo tradizionale o quello delle campagne non è più adeguato. La manifattura ha un incremento tale, tanto da assecondare questa espansione; e la crescita della domanda per nuovi bisogni non solo digrega gli assetti produttivi tradizionali ma anche le figure ad essi collegati
·         e l’effetto è di lunga durata su spazi via via sempre più ampi; l’elemento caratterizzante non era più l’artigianato, e ad es. in Italia è più forte al sud con mercati locali e più ristretti, ma già al nord è diverso
·         la crescita dei mercati avrà rispetto all’apparato manifatturiero la necessità di superare non più solo l’artigianato, ma anche la manifattura, e si avrà già – secondo Marx – nel 1850 (anche se ad es. le ferrovie sono inglesi più che altro in quel periodo; in Italia per lo Stato Pontificio solo si pensava alla ferrovia Pio Centrale che collegasse i due porti papalini Civitavecchia-Ancona, per poi espandersi al nord, fino all’Austria Ungheria, ma solo si pensava)
·         c’è reciprocità fra scoperta-conquista-mercati-produzione/consumo
·         il secondo passo, tratto dal Capitale (1867), in sede scientifica, e non più politica come nel Manifesto (rivolto agli operai di fine 1800). Il capitolo XXIV Sull’accumulazione originaria del I Libro c’è una logica immanente: c’è una logica sistemica che porta alla necessaria trasformazione del capitale-denaro: originariamente il capitale è: a) mercantile b) usurario (“forme anti-diluviane” dirà Marx), per poi trasformarsi in capitale c) industriale.
Si coglie il passaggio dal modo di produzione feudale (mercantile, usurario) a quello capitalistico (industriale); e sebbene i rivoli del Manifesto e del Capitale siano diversi, c’è l’elemento comune della logica della accumulazione originaria, così come introdotta da Smith
1) struttura feudale nelle campagne e corporative nelle città
2) scoperta dell’America però collegata all’oro e all’argento [argento che darà il via alla “rivoluzione dei prezzi”]
3) distruzione degli indigeni, post-Cortes/Pizzarro in brevissimo tempo
4) schiavi dall’Africa e sviluppo di quelle piantagioni (zucchero, tabacco,…) che saranno alla base del futuro mercato mondiale
All’idea della scoperta, si deve collegare la pratica della conquista tramite saccheggio. E ha come soggetto davanti agli occhi soprattutto l’Olanda.
Ritorna quindi 1) il colonialismo 2) lo sviluppo delle manifatture 3) la secessione olandese, piccola potenza continentale che si muove nei Mari del nord, con una capacità di navigazione molto superiore a quella spagnola; sarà con gli Atti di Navigazione di Cromwell del 1859 che permetteranno all’Uk di raggiungere l’Olanda, che però ha 70 anni di esperienza in più
·         si sviluppa l’idea di poetenze che superano i propri limiti continentali (la prima di tutte Venezia), poi muoiono e sono sostituite da altre
·         l’Uk ha una combinazione sistematica [tasselli intersagenti] e sistemica [paradigmatica di un sistema di accumulazione protrattosi fino alla 2a riv. industriale, cioè fino a che gli USA con la 1GM non la surclasserà; e predominerà la chimica e l’elettricità] [l’elettronica sarà alla base della 3a riv. industriale]: 1) sistema del credito e del debito pubblico 2) sistema tributario 3) sistema protezionistico

·         Marx riprende quasi di sana piano da Smith e insiste sul discorso della penetrazione coloniale dello schiavismo di Giava e della Malacca, perpetuato dagli olandesi: mette in luce in questo periodo (1550-1650) non interessa assolutamente l’economia locale, ma lo schiavismo, con conseguente spopolazione
·         diverso è invece per Marx il contesto diverso della Compagnia inglese delle Indie Orientali (1600-1658), esempio emblematico: 1) dominio politico 2) monopolio commerciale 3) monopolio del trasporto delle merci
Ma fino agli atti di Navigzione di Cromwell 1851 il vero protagonista è l’Olanda (dal 1602) anche con quella delle Indie Occidentali (chiamata VOC, 1621), oltre che quella francese di Colbert sotto Luigi XIV (1664); ci sono poi anche quelle russe ma la lor è unasorta di colonialismo interno per via terrestre soprattutto e tendono a portare l’influenza di Mosca ad Est
·         il terzo cenno di Marx è il trattamento degli indigeni impiegati nelle piantagioni da esportazioni: se ci spostiamo nelle Indie Occidentali, inglesi-francesi-olandesi, ma soprattutto spagnoli-portoghesi nel centro-sud (canna da zucchero, cotone, spezie, oro e argento) che distruggono ed estinguono, e che perciò danno il via alla tratta dall’Africa
·         il ruolo delle Compagnia, con pochissime diverse a seconda del Paese, è quello di associazioni privati, commercianti che fanno investimenti finanziari e che pensano di allargare il commercio internazionale, ma mano a mano diventano i rappresentanti a tutti gli effetti che ne garantiscono appartenenza-il quadro legislativo-la tutela giuridica di fronte alle alle Compagnie. Ciò contravviene al Trattato di Tordesillas 1494 che spartiva il mondo fra spagnoli e portoghesi: quello attivava Stati, ma adesso soggetti privati e quindi formalmente non generano un conflitto giuridico internazionale, perché la spartizione resta intatta
·         Marx nel Capitale: «il sistema coloniale fece maturare come in una serra il commercio e la navigazione [necessaria reciprocità]; le società monopolia di cui parla Lutero furono leve potenti di concentrazione del capitale. La colonia assicurava alle manifatture in boccio il mercato di sbocco in una accumulazione potenziata dal monopolio del mercato. Il tesoro catturato fuori d’Europa direttamente con il saccheggio, l’asservimento, la rapina e l’assassinio, rifluiva nella madrepatria e qui si trasformava incapitale. […] Nel periodo della manifattura in senso proprio [1550-1750] la supremazia commerciale dà il predominio industriale» (il caso è quello olandese)
«oggigiorno la supremazia industriale porta con sé la supremazia commerciale»
·         l’essenza del capitale è per Marx un rapporto economico-sociale e per questo deve essere trasformato in merce attraverso la produzione di valore, e anche di plusvalore attraverso il lavor dell’operaio. E questa trasformazione non avviene nella produzione artigianale, o nella produzione domestica, ma nella manifattura
·         in questo periodo è la supremazia commerciale che dà il predominio industriale, ben presente nel manuale del Cipolla: l’Olanda non è un potenza industriale, ma commerciale, e paradossalmente precede le manifatture inglesi attraverso il commercio coloniale e prodotti che si distribuiscono all’interno dell’Europa, nell’orbe terraqueo europeo. L’Olanda nella manifattura si specializza in prodotti come la lavorazione del caffè, del tè, della birra, delle candele di sego o cera d’api: ed è tale solo in relazione al fatto che i sistemi produttivi prevalenti sono quelli tradizionale, e batte l’Uk più che sulla produzione sul prezzo, che diminuisce
·         ma perché la supremazia industriale porta con sé quella commerciale: in virtù del potenziale della grande industria, si riprende il commercio, lo si espande, si aumenta la produzione, si abbassano i costi. Ma c’è un medium, e sia in Olanda che in Uk, è il fatto che 1) le transazioni commerciali via mare dovevano essere stabilite con chi deteneva il monopolio del commercio 2) dovevano essere fatte in base alla moneta prevalente in circolazione 3) le asscurazioni e i contratti dovevano essere attuati in base alla legislazione di quella potenza [l’Olanda fino all’Atto di Navigazione 1851 di Cromwell, Uk poi]
·         1) debito pubblico = «il debito pubblico si impossessò di tutta l’Europa durante il periodo della manifattura, e il sistema coloniale gli servì da serra, così prede piede soprattutto in Olanda […] Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: esso confersce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà, i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata allo Stato viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contante.» [allora era comunque, a differenza di oggi, un meccanismo finanziario legato agli Stati]. Ci sono anche forme embrionali di s.p.a.
·         Marx parla di «bancocrazia»: fin dalla nascita le grandi banche (quella d’Uk nasce nel 1694, ma anche altre banche locali) agghindate; nel gioco dei titoli del debito pubblico, si annida anche una delle caratteristiche fondamentali del credito [a Venezia, in Olanda che è il forziere per l’Uk, in Usa il cui forziere è la City di Londra e la forza della sterlina]: il credito sostiene la potenza che emerge, grazie al fatto che l’investimento e il gioco speculativo aumenta quello stesso investimento
·         2) sistema tributario = «poiché il debito pubblico ha il suo sostegno nelle entrate dello stato che devono pagare gli interessi annui, il sistema tributario moderno è diventato l’integramento necessario del sistema dei prestiti nazionali». Forte correlazione fra fiscalità/indebitamento- costi dello Stato, sebbene ai tempi di Marx fosse ancora minimo
·         3) sistema protezionistico = «il sistema protezionistico è stato un espediente per fabbricare fabbricanti, per espropriare lavoratori indipendenti, per capitalizzare i mezzi nazionali di produzione e di sussistenza, per abbreviare con forza il trapasso dal modo di produzione antico a quello moderno». 1) i dazi protettitivi all’interno mantengono i prezzi alti all’interno 2) premi che favoriscano l’esportazione (compressione sui salari) 3) impedire che le maestranze vadano fuori dal paese. Marx fa l’esempio delle industri di cotone inglesi, e di Colbert in Francia
·         quando si parla di manifattura i due modelli principali sono 1) la manifattura accentrata inglese, che porta all’industria, ma è un modello privato 2) la manifattura accentrata francese, ma a livello statale, pubblico (arazzi, ceramiche,…) (prodotti esportati e ripresi anche dai Borbone)
·         erigendo bariere si fa si che si passi dal modello agricolo a quello manifatturiero, sempre con l’attenzione dello sviluppo tecnologico: sistema di brevetti che tutelano le innovazione interna e ne impediscono la diffusione. È qui che si sviluppa ancor di più lo spionaggio industriale.
·         ma il LIST dice anche che senza il protezionismo non si sarebbe sviluppata né l’Uk, né la Francia, né gli Usa; una volta sviluppato – dice – è doveroso aprire all’estero per lo sviluppo e la stabilizzazione; la troppa apertura va però tutelata con sistemi di tutela, assicurati, a fine 1800, dall’imperialismo, cioè dal sistema delle colonie che tutelano i mercati di sbocco
1861 = trattato Cobdan-Chevalier tra Uk e Francia, che apre al liberismo solo per 20 anni in Europa, per poi richiudersi nel protezionismo
·         II e III libro (1894) del Capitale attribuiti a Marx, pubblicati solo dopo che era morto, ma con massicci intreventi di Engels, anche lui economista, e perciò difficile distinguere chi ha scritto dei due:
«non vi è dubbio alcuno che nel 1500-1600 le rivoluzioni profonde che si verificarono nel commercio in seguito alle scoperte geografiche e che intensificarono rapidamente lo sviluppo del capitale commerciale costituiscono un momento fondamentale, accelerando il passaggio dal modo feudale di produzione a quello capitalistico. L’improvvisa espansione del mercato mondiale, la molteplicità delle merci in circolazione, la rivalità fra le nazioni europee per impadronirsi dei prodotti dell’Asia e dei tesori dell’America, il sistema coloniale contribuirono fondamentalmente a spezzare il limiti feudali della produzione. Ciò nonostante nel suo primo periodo, ossia il periodo della manifattura, il modo di produzione moderno [capitalistico] si sviluppa unicamente laddove le condizioni necessarie per la sua applicazione si erano venute creando nel Medioevo. Si confronti ad esempio l’Olanda con il Portogallo. E se nel secolo XVI ed ancora in parte nel secolo XVII l’ampliamento improvviso del commercio e la creazione di un nuovo mercato mondiale esercitavano una influenza decisiva sulla rovina dell’antico modo di produzione e sullo slancio del modo capitalistico, ciò accadeva perché il modo capitalistico di produzione esisteva già. Il mercato mndiale costituisce esso stesso la base di questo modo di produzione. D’altro lato la necessità immanente del capitalismo di produrre su una scala sempre più ampia trascina ad una estensione continua del mercato mondiale, cosicchè non è il commercio che rivoluziona l’industria, ma l’industria che rivoluziona continuamente il commercio. Anche la supremazia del commercio è ora collegata alla preponderanza più o meno grande delle condizioni della grande industria. Si confronti ad esempio Inghilterra ed Olanda. La storia della decandenza dell’Olanda come nazione commerciale dominante è la storia della subordinazione del capitale commerciale al capitale industriale
Secondo le origini c’è un problema macrostrutturale/macroeconomico fino alla fase della manifattura è il commercio a dominare, ma alla manifattura non basta e perciò si crea la grande industria e l’espanione internazionale. Ma c’è un soggetto, un problema micorstrutturale/microeconomico il produttore:
«lo sviluppo del commercio orienta dovunque la produzione veros il valore di scambio […] Il commercio esercita perciò, duvunque, un’azione più o meno disgregatrice sulle organizzazioni pre-esistenti della produzione […] Ma quale nuovo modo di produzione si sostituisca all’antico, non dipende dal commercio, ma dal carattere stesso del vecchio modo di produzione, ovvero dalla solidità e dall’intima strtuttura di quest’ultimo. Il passaggio dal modo di produzione feudale [a quello capitalistico] si compie in due maniere.
1) Il produttore diventa commerciante e capitalista, si oppone all’economia agricola naturale ed al lavoro manuale stretto in corporazioni della industria medievale urbana. Quando si verifica questa trasformazione siamo in presenza del cammino effettivamente rivoluzionario dal modo feudale al modo capitalistico.
2) Oppure il commerciante si impadronisce direttamente della produzione: questo ultimo procedimento [detto del mercante-imprenditore, o del sistema dell’industria a domicilio] non portà in sé e per sé alla rivoluzione dell’antico modo di produzione, anzi ostacola dappertutto il modo capitalistico di produzione vero e proprio e scompare con il suo sviluppo»

·         Il capitalismo industriale è la forma conclusiva della fase di quel processo capitalista: l’ottica europea-Usa è quella di vedere la fase industriale come superata, ma è un’idea occidentale, che in realtà non regge: dall’esposizione di Londra del 1851, l’economia reale regge ancora su un sistema di produzione di beni materiali, senza il quale non funzionerebbe (in Europa ci sono ancora le grandi fabbriche, per non parlare del RdM)
·         L’aspetto finanziario ed informatico è soltanto una intermediazione: non siamo nel post-industrialismo, ma ancora nell’industrialismo (a differenza di quello che ci vogliono fare credere)
·         Libro II capitolo 1 del Capitale = «il capitale industriale è l’unico modo di essere del capitale in cui [la] funzione non sia soltanto l’appropriazione di plusvalore, rispettivamente di plusprodotto, ma contemporaneamente la sua produzione. Esso [il capitale industriale] è perciò la condizione del carattere materialistico della produzione; la sua esistenza implica quello dell’antagonismo di classe, tra capitalisti e operai salariati. Nella misura in cui esso si impadronisce della produzione sociale, vengono sovvertita la tecnica e l’organizzazione sociale del processo lavorativo, e con ciò il tipo economico-storico della società. Le altre specie di capitale comparso prima di esso entro condizioni di produzione passate o declinanti, non solo vengono ad esso subordinate, e mutate nel meccanismo delle loro funzioni in maniera ad esso corrispondente, ma si muovono solo sul fondamento di esso, perciò vivono e muoiono, sussistono e cadono con questo loro fondamento»
·         C’è una sostanziale omogeneità di interpretazione in 40 anni (1848 Manifesto-1894 III Libro del Capitale): il punto di partenza è l’espansione dell’Europa, e sono loro che si concentrano in tale espansione (Marx/Engels, Sombart), e rapido sviluppo del capitale industriale dopo le scoperte geografiche e la Rivoluzione Industriale. Tra 1500 e 1600 lo strumento di penetrazione saranno le Compagnie (Olanda, Uk, Francia, Russia), a differenza di spagnoli e portoghesi che avevano strumenti militari: marinai e armi
·         1) ma l’espansione è solo elemento acceleratore dal modo di produzione feudale e capitalistico
2) l’elemento fondante lo si trova leggendo non solo l’espansione del modello europeo, ma soprattutto il modo di produzione interno/organizzazione della produzione: quella tradizionale va disgregandosi e si divide in due periodi (a) manifattura, (b) si confrontano Olanda ed Uk
·         manifattura = si sviluppa dove ci sono le condizioni in cui si può sviluppare, e nasce dalla disgregazione del sistema artigianale, non è casuale e non viene dall’alto, né è uno sviluppo naturale.
L’assetto corporativo della città è una gabbia, chiusa, non compatibile con l’aumento della popolazione e della Domanda; in più se si allarga la Domanda bisogna rispondere con una capacità dell’Offerta; con le botteghe serializzate nelle Corporazioni che decidono – addirittura anche le feste – non si va lontano
·         L’equilibrio si rompe individuando una organizzazione e una modalità della produzione in luoghi non controllati dalla Corporazione: le campagne fuori dalla città dove non c’è niente: il modo di produzione è agricolo, al limite vi sono solo attività di concia, le fornaci, la legna, i mulini; ma il vero aspetto non controllato è la famiglia rurale con la produzione tessile: per rompere il corporativismo si portano i telai alle famiglie se non ce l’hanno (prima della Rivoluzione agricola di fine 1600).
L’agricoltura estensiva agricola, all’inizio del 1500, è essenzialmente di semina-raccolto (per lo più cereali) e piccola pastorizia (in Uk importanti ovini per la lana).
Il mercante impianta nella campagna una produzione domestica, che si avvia e si conclude nella manifattura: la materia prima viene approntata (lana e lino, solo a metà 1700 il cotone, l’importantissima canapa importantissima per corde, vele, stuoie, sacchi, lenzuola,… ma con pochissima produzione), suddivisa, e trasportata nelle case dei contadini, poi prendevano il prodotto finito e lo portavano in tintoria (prima e dopo l’approntamento delle pezze). Poi c’era la valchiera: un mulino ad acqua con mazze che battevano la pezza bagnata, e poi asciugata. Il manufatto finito, poi, tornava al mercante che lo manda in città.
·         Le manifatture intese invece come luogo di aggregazione e produzione di macchine e lavoratori arriva più tardi: e può essere impiantato da un mercante-imprenditore o da un suo signore (centralizzandolo) oppure dal Stati – caso francese – creando quella manifattura seriale ad alta specializzazione, che però non è divisione del lavoro [Marx parla dell’unica manifattura dove c’è anche la divisione del lavoro: quella delle carrozze]
·         È questa la disgregazione del sistema artigianal-corporativo: questo non è il commercio che lo induce, ma è intrinseco al modo di produzione feudale; il commercio l’agevola soltanto, tramite l’aumento della Domanda
·         È il caso del Portogallo e dell’Olanda: nel Portogallo ci sono gli artigiani, ma non è in grado di creare le manifatture; l’Olanda è senza manifatture e quando le crea, essendo una potenza marinara, lE schiaccia, ed ha due grande caratteristiche: 1) la pesca (navi, attrezzature, strutture) e autonomia sui mari del Nord e Baltico 2) agricoltura avanzata: piccolo territorio con necessità di rubare territorio al mare: i cereali non è possibile produrli, perciò li comprano dall’Est Europa, ma poi sviluppano l’orticoltura (acqua), la floricoltura e i foraggi alimentari per il bestiame (con la marcite, inventata dai benedettini: colture idrovegetali, vegetali sempre a bagno). E sono i prodotti che esportano: il commercio creerà quelle enclaves produttive, ad esempio anche il tabacco delle colonie olandesi; le banche; speculazioni sui viaggi delle Compagnie; il tè; il caffè
·         Mettono in campo le condizioni di accelerazione del capitalismo manifatturiero; tuttavia, la trasformazione da artigianato a manifattura è determinata dalla logica del capitalismo, tesa alla produzione e riproduzione su una scala sempre più ampia: espansione continua del mercato. La grande industria nasce su questa base di allargamento dello spazio per i prodotti.
·         Ciò pone le sue condizioni, e l’Olanda non ha più quelle condizioni maturate fino a fine 1500/inizio 1600: è per questo che si fa avanti l’Uk in stretto collegamento col tessile e l’allevamento: (b) si confrontano Olanda-Uk
·         Tralasciando la questione dell’aspetto rivoluzionario bisogna vedere quali sono gli aspetti che ci fanno parlare di capitalismo industriale; e per Marx sono: 1) «solidità» 2) «intima struttura»
·         Bisogna indagare sulla natura e sulle crepe del sistema produttivo precedente, ed è la storia che ci aiuta: il paese in cui per primo ha questa rottura è l’Uk. Nelle fasi storiche del capitale, questa si appropria del a) plusprodotto e del b) plusvalore.
Ma di quale capitale si parla prima di quello industriale? Non è il denaro, che si trasforma in capitale quando diventa una fase; è piuttosto il capitale antidiluviano (usurario e commerciale) che riguarda il periodo 1300-1650, prima della formazione delle manifatture, che si appropria del plusprodotto e il plusvalore: non è l’usurario o il commerciante che se ne appropriano ma il capitale stesso: è nella scambio tra K e L che c’è questa appropriazione, creando un qualcosa con un valore superiore al costo della sua produzione, tra cui anche il profitto per il padrone/proprietario
·         La differenza sta però nel fatto che il capitale industriale non “si appropria” soltanto ma «produce e si appropria», crea quel bene che ha in sé un valore più alto dei suoi costi. Il capitalismo industriale è onnicomprensivo, di per sé espansivo, pena la scomparsa strutturale e il passaggio ad un altro modo di produzione. Non si tratta più di “isole” locali come nella manifattura
·         E si impadronisce anche della produzione sociale: il lavoro salariato non esisterebbe senza il capitale, e nella sua pervasività crea una omologazione di carattere sociale.
E anche la riproduzione è un fatto sociale: è l’appartenenza ad un certo sistema che influenza la volontà di fare figli. Si dice che non esiste più la grande fabbrica ma non è vero: essa non è solo la concentrazione di mezzi e uomini, ma il rapporto che c’è tra datore di lavoro e lavoratori tramite un K che produce e si appropria, a prescindere dalla grandezza/strutturazione/integrazione

·         Per SOMBART è una formazione economico-sociale il capitalismo? Sombart è uno spartiacque fra il capitalismo e la sua storia. Vive in Germania fra il 1863 e il 1941; muore a Berlino dopo aver visto i passaggi notevoli della storia. Anche lui è un sociologo, ha un rapporto stretto con Weber con cui fonda l’Arkif nel 1904 (rivista di sociologia) e nel 1909 la società tedesca di sociologia
·         La sua attenzione per la storia è molto più accentuata che in Weber; e appartiene ad una scuola che fonda la sua ricerca sui documenti antichi; l’esponente più importante di questa scuola è SCHMOLLER, è una scuola storica che accede alle fonti, a differenza di quelle che analizzano la letteratura storiografica (come ne caso di Marx/Engels)
·         Le opere di Sombart, che inizia da socialista e finisce da nazista: L’economia politica tedesca nel XXI secolo 1901; Il capitalismo moderno in Ia edizione nel 1902 e IIa nel 1916, ampliata solo in tedesco, tradotta solo in parte in italiano nel 1925; Il socialismo tedesco 1934
·         Il capitalismo moderno è stato criticato molto, e Sombart dice che non è stato compreso: «volevo mettere in evidenza per quante e quali vie si è estrinsecato il capitalismo, che non ha una causa unica» dice nel 1916, anno in cui fa il punto di approdo
·         Accetta la tesi di un processo di accumulazione, caratteristica del capitalismo, che è via via accelerata. Ma ne riduce a due fattori
1) lo sviluppo della rendita urbana, che fa sviluppare redditi e ricchezze per reinvestirli nella produzione
2) lo Stato, attraverso a) il lusso delle corti b) armamenti e aspetti militari, che favoriscono l’accumulazione capitalistica
3) poi vi sono gruppi particolari che facilitano, come gli ebrei (lo mette in luce anche Weber)
·         Il capitalismo moderno = definizione moderna del capitalismo sia nel 1902 che nel 1916 = «per capitalismo intendiamo un determinato sistema economico con le seguenti caratteristiche: è un’organizzazione economica di scambio, in cui normalmente due gruppi diversi della popolazione, cioè i possessori dei mezzi di produzione, i quali nello stesso tempo hanno la direzione e sono soggetti dell’economia, e lavoratori nullatenenti (come oggetti dell’economia) collaborano uniti nel mercato e che è dominato dal razionalismo economico»
·         C’è l’accettazione del a) sistema economico b) organizzazione economica; ma non è il modo di produzione marxiano, il capitalismo non è per la produzione, ma per lo scambio: è il mercato la connotazione del capitalismo.
È forte l’influsso marginalista (neo-classico); è il gruppo (termine sociologico) che soppianta la “classe”: i due gruppi collaborano, in maniera diversa dalla “cooperazione” di Smith-Ricardo-Marx, che è solo un dato di fatto e che entra in conflittualità a causa degli interessi diversi.
In Sombart non è così: si denota la differenza in gruppi (chi ha i mezzi di produzione-soggetti dell’economia e chi ha i mezzi del lavoro-oggetti), in una organizzazione economica basata sul razionalismo economico = ricerca del profitto (attraverso un calcolo razionale e l’organizzazione scientifica della produzione)
·         Concentrando l’attenzione sul mercato c’è una a-valutazione sul dato/valore della produzione, e anche una sottolineatura della differenza tra società feudale/rapporto su base autoritaria del signore e quella capitalistica/rapporto sul mercato: non più su base giuridica ma economica
·         Sombart scrive nella rivista Arkif nel 1909 (tra la Ia e IIa edizione del Capitalismo Moderno) = enuclea le 5 condizioni alla base del capitalismo, sotto la forte influenza marginalista, prevalente ancora oggi =
1) organizzazione economica privata = non ci sono più le ragioni né i condizionamenti extra-economici, cioè quelli del feudatario e della corporazione. Chi domina ed è alla base del mercato è il privato
2) differenza di produzione e di vocazione fra le singole economie = è alla base di ogni concezione che guarda allo sviluppo dei mercati; il tutto è comunque una valutazione asettica, senza dire che cosa comporti
3) organizzazione dei mercati = è un tema ripreso molto dalla scuola di POLANI (1930-40); si intende una organizzazione autonoma dei mercati, senza regole extra-economiche indotte dalle autorità. I mercati vengono divinizzati. E Sombart è anche il primo che scrive dell’intreccio internazionale della finanza (sviluppo delle banche e delle società finanziarie tedesche, genovesi, francesi)
4) fattori della produzione appartenenti a diversi gruppi sociali = l’espressione “fattore” è assolutamente neo-classica, portata al massimo splendore da SCHUMPETER nella sua opera maggiore (Teoria dello sviluppo economico)
5) il fattore lavoro differenziato dal capitale
·         Ancora nel Capitalismo Moderno = «mi sembra più corretto considerare che il “capitalismo” non è presente in un dato tempo finche non si verifichino due condizioni: a) che volontà opposte di uomini economicamente attivi vengano asservite ad un fine acquisitivo per mezzo del denaro b) che in questo asservimento di volontà opposte siano comunque già in ogni modo fissati i termini per una riorganizzazione dei rapporti economici, nel senso della razionalizzazione della vita economica dal punto di vista della massima redditività. In una parola: il requisito minimo perché si possa parlare di “capitalismo” è una impresa capitalistica, anche se solo allo stato embrionale»
L’impresa è il massimo della razionalizzazione volta alla redditività (lo dice anche Weber); per realizzare questo obiettivo abbisognano le due volontà: che ci siano dei capitalisti e degli operai che vogliano acquisire: a Sombart non interessa la differenza fra salario e profitto del capitalista [definizione assolutamente sociologico-fenomenologico-comportamentale che non scava nelle ragioni economiche]
·         Parlando di organizzazione economica apre anche un’altra chiave di lettura: dice che l’organizzazione economica è 1) di scambio 2) libera 3) privata; la forma si basa su 1) regole 2) organizzazione, con l’obiettivo dell’acquisizione di ricchezza.
L’elemento nuovo sta nel fatto che il profitto non è un dato di fatto del capitalismo, ma un principio innato, non un dato di fatto storico che evolve con la storia del capitalismo, bensì un principio naturale che coinvolge tutti gli uomini, l’homo economicus
·         Anche Sombart dà una classificazione storica del capitalismo (ricordiamo Marx: forme antidiluviane-manifatture-industrie): in lui si ritrova marginalmente l’interpretazione di Marx nella distinzione fra
1) primo capitalismo (1200-1700)
2) capitalismo maturo (1750-1914) (fino al momento in cui scrive la IIa edizione)
·         Primo capitalismo (1200-1700) = (a) 1200-1400 (b) 1400-1700; anche se alcune caratteristiche del primo capitalismo arrivano a quello maturo:
«se vogliamo delimitare l’epoca del primo capitalismo nella storia economica europea nel suo complesso, dovremo distinguere fra un’epoca più ampia ed una più ristretta: la più ampia va dalla metà circa del 1200 fino alla metà del 1800 [già fase matura!], e comprende il periodo della prima comparsa del capitalismo in Europa [1200] sino al passaggio al capitalismo maturo di tutti i Paesi dell’Europa Occidentale [1800].
L’epoca più ristretta si colloca invece nel periodo della metà circa del XV secolo fino alla metà del XVIII [1450-1750], cioè il periodo dell’inizio generale e decisivo del capitalismo, fino al passaggio nella fase del capitalismo maturo di un grande Paese europeo [Uk]»
·         Sicuramente Sombart restringe il gradiente di sviluppo del capitalismo, ma ad ogni modo ne parla a partire dalla formazione delle economie cittadine e non così tardi come in Marx, che ne parla a partire dal 1500.
Ci sono così 4 punti distinti ed intrecciati, dell’Europa Occidentale/Centro-settentrionale (parla pochissimo dell’Est – Polonia e Russia – dell’Ovest estremo – Spagna e Portogallo – e del Nord Estremo – Svezia e Norvegia):
a)      1200-1250 = prima comparsa del capitalismo in Europa; inizia l’epoca ampia
b)      1450 = inizio generale e decisivo [senza specificazioni, almeno Marx lo lega allo sviluppo delle manifatture!]; inizia l’epoca ristretta
c)      1750 = l’Uk passa alla fase del capitalismo maturo; si conclude l’epoca ristretta
d)      1800 = tutti i paesi dell’Europa descritta passano al capitalismo maturo; si conclude l’epoca ampia
·         Nella definizione della determinazione storica del primo capitalismo =
«La prima fase del capitalismo moderno, quindi il primo capitalismo, incomincerà nel momento in cui fenomeni di massa di natura capitalistica compaiono in qualunque punto dell’Europa. In quale momento e dove, dobbiamo supporre, si sia verificato l’inizio del capitalismo moderno?» Tenendo conto dell’acquisività, di soggetti sociali diversi, dello scambio, di aree diverse, si può definire un’area?
Si possono prendere in considerazione 3 città dell’Italia Centro-Nord, Siena-Firenze-Venezia, che costituiscono la base di reti commerciale ma sono solo primi segni di sviluppo capitalistico:
1) Siena = si muoveva sulla base della finanza internazionale, fortemente collegata alle fiere del Nord (Vicenza e Champagne); anche altre città lo erano, come Arezzo
2) Venezia = ruolo importante per i traffici verso l’Oriente
3) Firenze
·         Però non va sopravvalutato il ruolo di queste città perché in generale ci sono elementi che denotavano la difficoltà di questo decollo = a) esiguità del giro d’affari b) predominio della struttura commerciale ancora basata sulla produzione artigianale; la caratterizzazione è urbana ma ancora con un mercato ristretto c) nel ceto mercantile prevale una concezione dell’economia ancora pre-borghese/pre-capitalistica: si vende per coprire un fabbisogno, senza l’idea del profitto
·         Nel 1450/1500 c’è una forte spinta in avanti, la spinta espansionista che riabbraccia l’alveo tradizionale della storiografia.
·         Nel 1850 inizia il capitalismo maturo in Uk, e Sombart l’individua nell’introduzione del carbon coke nel processo produttivo (1760-1770) e non come tanti altri per la meccanizzazione del settore tessile e poi l’introduzione della macchina a vapore = per lui è più importante il carbone, perché è con quello che si sviluppa la macchina a vapore
·         Elementi di fondo del capitalismo maturo =
«Questa fase del capitalismo è un fenomeno unico: un individuo storico che non può essere accostato ed equiparato a nessun altra epoca economica. Se ciò vale per il primo capitalismo, che pur tuttavia mostrava tratti analoghi allo sviluppo economico di altre culture, a maggior ragione vale quindi, in modo ancor più esclusivo, per il capitalismo maturo. Esso ha provocato una radicale trasformazione della vita economica in base ad un motivo dominante, l’aspirazione al guadagno, si è sprigionata una vita economica di tale portata, grandezza e potenza, che nessun epoca precedente ha mai visto; nel perseguimento di questa meta è stato possibile garantire l’esistenza di centinaia di milioni di uomini, trasformare la cultura fin dalle radici, fondare e distruggere imperi, costruire i mondi magici della tecnica, cambiare l’aspetto stesso della terra»
«Il processo di trasformazione del capitalismo quando il processo iniziato su un’area ristrettissima della terra, ha sviluppato nelle sue forme più evolute e nel resto del mondo. Dobbiamo, per non perderci nella confusione dei singoli eventi, identificare un centro capitalistico, un gruppo centrale di paesi capitalistici, ed una massa di paesi periferici rispetto a questo centro.
Il centro del capitalismo è stato nel corso della prima metà dell’800, l’Inghilterra; quindi, durante la maggior parte dell’epoca del capitalismo maturo l’Europa Occidentale [Svezia meridionale, Parigi, Milano/Italia settentrionale, Berlino]; infine nel corso dell’ultima generazione [a ridosso della 1GM] la parte orientale degli Stati Uniti [della prima colonizzazione] è stata incorporata in questo centro, rendendo più complesse le relazioni economiche mondiali.
Il capitalismo maturo, benché dominante, non è stato l’unico sistema economico in base al quale si sia configurata la vita economica nel secolo e mezzo passato. Ciò è ovvio per i paesi marginali dal punto di vista capitalistico; ma vale anche per i paesi nei quali il capitalismo ha dominato.
Accanto al capitalismo, l’artigianato e l’economia contadina sono sopravvissuti e hanno sviluppato forme economiche improntate al nuovo spirito, le quali sono chiamate ad assumere nella vita economica del futuro una posizione determinante: mi riferisco alle forme economiche comunitario-cooperativistiche»
·         In Sombart la concezione di sistema economico non è un modo di produzione specifico come in Marx, ma sostanzialmente «l’organizzazione della produzione e del consumo» in senso generico; disaggregando i paesi in aree, ognuno è un sistema economico
·         Le specificazioni sono altrove: concetto di epoca economica = un periodo storico in cui domina un determinato sistema economico: sebbene utilizzato in maniera generica lo reimpiega per specificare una epoca. E il capitalismo è un’epoca, dunque è un sistema unico.
·         È vero che parla di forma embrionali contro piene e mature, ma se è unico significa che qualcosa c’è prima 1) fase contadina 2) fase artigianale 3) fase capitalista, in cui l’Elba è uno spartiacque, al di là c’è ancora la fase contadina
·         Il sistema economico è una forma particolare di economia nel cui ambito regna una determinata mentalità economica, e si applica una determinata tecnica
·         E per economia = per Sombart è l’attività umana volta alla ricerca di sussistenza [stessa definizione di Marx per il “modo economico”]
·         Concetto di mentalità = non c’è mai nella interpretazione marxiana della storia; in Sombart si apre invece la prospettiva della ricerca (poi ampliata da WEBER con “lo spirito del capitalismo”): ciò che interessa è che nel capitalismo c’è ed influenza l’atteggiamento dell’uomo
·         Tecnica = premessa concettuale in Sombart, che sarà sviluppata da SCHUMPETER [e oggi RIGLE e MOLLY], cui legano alla tecnica l’evoluzione della storia dell’economia
·         Un altro concetto fondamentale è l’ottica del guadagno
·         Concetto importante del centro/periferia del capitalismo di Sombart, ripreso dall’inglese SIDNEY POLLARD = il centro è il modello inglese di trasformazione profonda della struttura economica con la Rivoluzione Industriale; poi arrivano gli studi fondamentali del francese MANTOU, MARX/ENGELS: tutti pongono l’attenzione sul centro.
Sombart e Pollard invece elaborano e studiano anche la periferia = essendo il modello quello inglese per via dell’impiego di risorse naturali mai utilizzate in maniera così massiccia (1) carbon fossile trasformato in carbon coke 2) vapore, entrambi simboleggiati dal treno).
POLLARD sviluppa il concetto di semi-periferia = i paesi che più si improntano al modello inglese, come il Belgio che nasce nel 1830.
L’allargamento dell’area semi-periferica si ha perché vediamo nella costa orientale Usa una miriade di innovazioni: la conquista dell’Ovest è tardiva!, e 1) ci si va col treno 2) spostando la coltivazione granaria 3) sviluppando innovazioni per l’agricoltura estensiva.
1830/40/50 = prima del West ci sono perciò le innovazioni, che comprendono a) sviluppo delle macchine agrarie b) sviluppo della navigazione fluviale (ferro, vele, motore a carbone nelle navi). È semi-periferica perciò perché viene dopo l’espansione inglese.
La periferia secondo il modello di POLLARD che sviluppa il Sombart è più tardivo = Europa meridionale (Italia nel 1880 con al siderurgia a Terni 1884 e trasformazione industriale che si concluderà nel 1960; Spagna; Portogallo; l’Europa balcanica non esiste; nemmeno l’Austria esiste se non in piccola parte; non esistevano per niente a livello industriale i Paesi al di là dell’Elba)
·         Sombart influenza anche BRAUDEL (storico del 1900): è quello che in maniera più netta definisce l’evoluzione dell’economia in centro-periferia. Mentre in Pollard l’attenzione è concentrata sull’industrializzazione, in Braudel riguarda il sistema economico nella sua totalità.
La concezione storica è generale; una concezione euristica, che serve ad interpretare la storia, concezione portata agli estremi dall’oggi direttore del “Centro Braudel USA” WALLENSTEIN
·         Oggi si dà per assunto che ci sono aree sviluppate ed altre arretrate, ma sono categorie che si utilizzano solo dopo SCHUMPETER; SOMBART che scrive tra il 1902 e il 1916 [non c ‘è stata ancora la Rivoluzione d’ottobre] parla di coesistenza tra vecchie (artigianato e contadinato) e nuove forme = le vecchie si stanno trasformando in forme comunitario-cooperative, in cui vede una certa prospettiva per il futuro [è la posizione della socialdemocrazia europea, anche se Sombart sono teorie che non prende in considerazione perché le considera fuori dal capitalismo maturo]
·         1858 = “Lo sviluppo del capitalismo in Russia” di Lenin; ma Sombart non prende in considerazione quest’opera perché parla della Russia e a lui non interessa: non fa parte del capitalismo maturo.
Le cooperative di cui parla sono ad esempio le leghe, quelle europee occidentali: forme interne al capitalismo maturo, contrassegnate dalla mentalità acquisitiva e del guadagno, fossero socialdemocratiche, cattoliche o protestanti.
Non pensa e non auspica ciò che sarebbe successo nel 1917, la centralizzazione socialista.
·         Il centro riemerge: l’Uk, importantissima fino alla 1GM deve lasciare il posto al centro Usa
·         Nello schema teorico di Sombart, i termini detti li concretizza in parole precise, in 5 fasi:
secolo XIII, con le prime forme embrionali di capitalismo
fruh-kapitalismus = 2° fase, prima della Rivoluzione Industriale
kapitalismus = capitalismo della Uk
hoch-kapitalismus = capitalismo fino alla 1GM
spath-kapitalismus = tardo capitalismo in cui vive, dopo la 1GM; con la trasformazione in sistemi comunitario-capitalistici

·         In WEBER (1864-1920) molto importante è il suo insegnamento. Nelle sue opere l’intreccio tra economia, politica e diritto è costante perché si laurea in SP, Economia Politica e Giurisprudenza. L’approccio delle sue tesi è molto moderno e nel 1898 ha il Dottorato in “Storia nella società commerciale nel Medioevo”; poi diventa docente di Diritto Romano a Roma; nel 1894 è professore a Friburgo; nel 1896 a Hidemburg; nel 1897 pubblica “Sui rapporti agrari nel mondo antico”.
Poi, per nervi sospende l’insegnamento e va in Usa (1899-1903); nel 1904 scrive “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”; nel 1919 riprende a insegnare a Vienna e pubblica il “Corso di critica positiva della concezione materialistica della storia” (critica a Marx); nel 1919 è chiamato a Monaco e insegna Scienza Sociale ed Economia Politica, facendo il corso su “La storia sociale universale”.
Nel 1920 muore di polmonite a Monaco.
In Economia e società, opera postuma, si parla di economia ma l’approccio non è storiografico.
·         Il tema è il capitalismo moderno con l’influenza di Marx e di Sombart. La genesi e gli aspetti del capitalismo moderno sono fondamentali in lui.
Sui rapporti agrari del mondo antico = rapporto travagliato di pubblicazione: Ia ed. 1897, IIa 1898, IIIa 1909 (successiva all’Etica): è automatico fare il confronto.
La domanda a cui rispondere è: esiste nell’antichità dal punto di vista storico-culturale una economia capitalista?
Tenendo sempre presente Marx e Sombart, per chiarire ciò definisce la nozione di capitale =
«il capitale è un bene produttivo (di cui ci si è appropriati) che serve ad ottenere un profitto, profitto che si ottiene nella circolazione del bene» = a differenza di Marx il K non è un rapporto di produzione, ma K = Pr. = circolazione: al centro non c’è il rapporto ma il mercato; in Marx invece c’è la produzione di plusvalore e plusprodotto
«è capitalistico ciò che si fonda in ogni caso sull’economia di scambio, per cui capitalismo non indica un modo specifico di produzione del capitale [NON è un modo di produzione] ma è ravvisabile ovunque, oggetti di possesso, che siano anche oggetti di circolazione, vengono usati dal privato per ottenere un utile nell’ambito della circolazione stessa.
Intere epoche della antichità rivelarono allora, in modo inequivocabile, una fisionomia capitalistica» =
Ma allora questo capitalismo dell’antichità? Per Weber andrebbe chiamato capitalismo politico = una forma economica molto condizionata sotto il profilo politico, etico ed ideologico
·         Ci sono perciò nello sviluppo delle economie ragioni solo economiche e/o ragioni extra-economiche che nei modi di produzione in “Per la critica dell’economia” in Marx si cercano di congiungere: nell’antichità in Marx la sovrastruttura è determinante.
Ad esempio nella polis greca o nel Medioevo italiano è la struttura (politica) del potere che condiziona l’economia, così come i valori dell’etica, o le particolari visioni del mondo (dialettica servo-padroni come caratura culturale).
Questo asse interpretativo non si rinnega nemmeno nell’edizione del 1905.
·         Ma per il capitalismo moderno nell’Etica ri-orienta la prospettiva:
«il capitalismo moderno è:
1) orientato attraverso la produzione
2) funziona tramite imprese
3) opera attraverso il mercato»
Forte influenza di Marx e Sombart anche nella distinzione funzionalismo/operatività.
·         Quindi c’è un capitalismo tout-cour/capitalismo ovunque e un capitalismo che si specifica nella a) fase antica e b) nella fase moderna (che nasce nel 1500 col protestantesimo). Non c’è la differenziazione che fa Marx (forme antidiluviane).
Differenza tra capitalismo antico e moderno: «la differenza sta nella categoria del mercato del lavoro», che in Marx non compare: c’è una intellettualità/lavoro universale vs. lavoro specifico, formalmente libero che si distingue da quello dell’antichità incentrato sulla schiavitù: specificazione sociologica e giuridica (schiavo/lavoro).
E ritorna così il discorso del rapporto di produzione, anche se all’interno del mercato.
E si differenzia anche dal capitalismo nel Medioevo = mercato limitato ai beni di lusso: quello limitato ai beni di sussistenza non è capitalismo perché c’è il monopolio della corporazione e quindi non c’è concorrenza;è ibrido e non compiuto.
C’è un’eco di Marx: l’allargamento del mercato agevola la trasformazione del mercato, e con questa distinzione (beni di lusso/di sussistenza) apre una prospettiva estremizzata da BRAUDEL = mercato normato/regolato dagli Statuti dei Comuni vs. il contromercato = mercato che fuoriesce da tutte le regole comunali e corporative, che ha uno spazio suo con regole proprie
·         Nel 1940 PIPPOLANI, antropologo-economico, tirerà fuori la stessa cosa da Weber
·         Il capitalismo moderno in Weber si distingue perciò da quello 1) antico 2) medievale 3) forme proto-moderne = qui prevale ancora la speculazione bancaria e coloniale, che per Weber è irrazionale =
non si fonda sul calcolo economico ma A) sull’appalto delle imposte B) sul commercio coloniale tendente a sfruttare le opportunità politiche legate alla politica statale, più che al calcolo economico e a previsioni di costi-ricavi [una sorta di forme antidiluviane marxiane]
·         Capitalismo moderno =
1)       c’è un K fisso investito nella produzione di beni per la sussistenza di massa
2)      i proprietari del K si appropriano dei mezzi produttivi ed organizzativi
3)      si realizza la contabilità razionale del K per un profitto
4)      si sviluppa l’orientamento a cogliere le opportunità di mercato
5)      organizzazione razionale del lavoro e disciplina del lavoratore
6)      sviluppo di una tecnologia razionale
Le suggestioni subite sono a tempo lungo: elementi che vede nascere nel momento in cui scrive (Osl di Taylor/Ford e metodi razionali): l’adeguatezza dei mezzi ai fini è razionale, e il fine è il profitto [se non guarda al profitto non è razionale], che porterà al capitalismo di massa
·         Come si è arrivati al capitalismo moderno? Weber non nega che ci sia una storia economica, e in questo ci sono affinità con Marx. Ma molto si rifà agli assetti 1) istituzionali 2) intellettuali 3) matematici 4) dei soggetti collettivi (nella loro valenza sociologica), in primis l’imprenditore [fondamentale anche per SCHUMPETER: imprenditore come volano del sistema economico].
Il soggetto collettivo cardine, l’imprenditore, dal 1500 in avanti ha individuato e mobilitato tutte le risorse economiche, ha usato tutte le opportunità, ha «manifestato uno spirito diverso» [complesso multivalente, non trascendentale, modo di concepire il mondo, attitudini,…] e un «approccio religioso diverso»
·         Il protestantesimo è cristianesimo, e la selezione protestante è aggiuntiva o disgiuntiva della patristica (300-400 d.C.) (anche in merito alle pratiche religiose): il presupposto è un cristianesimo che si rinnova.
Nella tradizione papalina:
1) «non c’è spazio per una ricerca sistematica del guadagno» = la prassi è secolare e terrena, l’attività economica si giustifica da sé, non come i domenicani e i francescani che vedevano l’economia in ottica trascendentale. La visione economica protestante è laica.
2) «i compiti umani e mondani sono meno rilevanti»
3) «nel cattolicesimo non c’è adesione all’innovazione, ma alla tradizione»
·         Weber prende spunto da CALVINO (1509-1564) per le sue teorie: il calvinismo, dominante a Ginevra o non-dominante con gli ugonotti in Francia o i valdesi in Piemonte, ha in sé la tensione  fra 2 concetti chiave: 1) predestinazione (elezione divina) 2) riconoscibilità ed immodificabilità. Noi non sappiamo quale sarà il nostro destino oltre-mondano.
Per i cattolici c’è qualche via di fuga con la fede o la preghiera [interazione], per i calvinisti no.
Il polo della predestinazione si muove in tensione con l’ansia del credente che ha una prospettiva di salvezza (seppur inconoscibile ed immodificabile): scatta la speranza di essere fra gli eletti e porta il credente a fare leva sulla propria attività economica «per mettere alla prova la propria statura morale», una sorta di sfida.
Atteggiamento etico sottostante: a) prendere sul serio quello che la propria attività e condizione impongono b) prenderli con impegno «indefesso, esclusivo, razionale», rimuovendo tutte le remore di carattere tradizionale
·         Rapporto calvinismo/spirito del capitalismo = la base etica sottostante il capitalismo fa sì che
1) si rimuova la negazione dell’aspirazione al guadagno
2) si metta alla prova la propria statura morale secondo un nuovo dover-essere dato da
a)      razionalità
b)      modernità, che per Weber è sperimentazione e innovazione [il capitalismo è di quanto più innovativo ci possa essere stato, e questo lo diceva anche Marx
c)      l’individualismo = non c’è né solidarietà né compassione
d)      darsi e realizzare sempre nuovi obiettivi
e)      la moralità diventa la capacità di realizzare obiettivi modificabili, di cui si può calcolare tutto quello che serve per conseguirli
·         Nell’Etica: «Il capitalismo è la più grande forza della nostra vita moderna. La sete di lucro, l’aspirazione a guadagnare denaro più che sia possibile, non ha di per sé stessa nulla in comune col capitalismo. Il capitalismo può anzi identificarsi con un disciplinamento o perlomeno con un razionale temperamento di un tale impulso irrazionale [non è il guadagno, ma è la smodatezza che è incompatibile col capitalismo, la sete insaziabile].
In ogni caso il capitalismo è identico con la tendenza al guadagno in una continua e razionale impresa capitalistica, cioè ala guadagno sempre rinnovato, ovvero alla rendibilità [lo spirito non è perciò irrazionale, ma razionale attraverso l’impresa].
Quando si tende in modo razionale al guadagno capitalistico, l’azione corrispondente è orientata secondo il calcolo del capitale. Ciò vuol dire che esso è ordinato secondo un impiego prestabilito di prestazioni reali o personali [tutte le iniziative istituzionali o giuridiche connesse all’impresa, o personali: le prestazioni dirette] quali prezzi per realizzare un profitto, in modo tale che la consistenza patrimoniale stimata in denaro alla chiusura dei conti, superi il capitale, ossia il valore di stima messo in bilancio dei beni strumentali reali impiegati nell’acquisto a mezzo dello scambio»
·         Quando esce Economia e società, manoscritta nel 1908, e pubblicata dalla moglie nel 1922 (poi la IIa ed., di oggi, del 1956), Weber elenca i mezzi per realizzare la razionalità formale del calcolo del capitale, riprendendo tutti i lavori del liberismo e del liberalismo:
1)      libertà di mercato dei beni
2)      libertà d’impresa
3)      lavoro libero e libertà di mercato del lavoro e di selezione dei lavoratori
4)      libertà di contrattazione economica
concetti tutti e quattro molto pertinenti storicamente, fondati su 4 presupposti del liberismo teorico che anche Marx aveva individuato nella rottura del feudalesimo (la contrattazione economica si stava rompendo nel Medioevo con i mercati paralleli al di fuori delle corporazioni); un conto è definirli storicamente, un conto ideologicamente
5)      tecnica e meccanica (logica) razionale
6)      amministrazione e diritto formalmente razionali
7)     separazione d’impresa ad economia domestica =
all’origine di molte imprese c’è una spinta soggettiva che coinvolge un’intera struttura familiare (ad es. la identificazione della Fiat con Agnelli è tipica). Via via che si passava dal manifatturiero all’industriale, si esce anche dalla manifattura domestica, differenziandosi il destino della economia d’impresa
8)      ordinamento formalmente razionale del sistema monetario =
costruzione libera di moneta: nei processi di formazione degli aggregati bancari, nonostante ci fossero le zecche pubbliche, emettevano moneta non regolandone il flusso, e ciò andava ri-regolato. La prima BC, inglese 1864, serviva solo esclusivamente alla Corona per finanziare le spese di guerra, ma non regolamentava assolutamente il mercato monetario.

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