Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze, Norberto Bobbio

L'economia cinese, Francoise Lemoine

Condividi
p. 7
·         Secondo MADDISON (1998) la Cina è la seconda potenza economica mondiale davanti al Giappone; secondo STUDWELL (2002) lo status di potenza è solo un miraggio; per CHANG (2001) è all’orlo del collasso, come è stato per l’Urss
·         Si tratta di un’economia a diverse velocità e con un apparato statistico inefficiente
p. 8
·         Ha inizialmente puntato sul modello sovietico e su un’industrializzazione pianificata, allo scopo di garantirsi indipendenza politica e autosufficienza economica; negli anni ’80 ha iniziato la propria transizione verso l’economia di mercato attraverso il ritorno all’organizzazione familiare in agricoltura, per poi proseguire negli anni ’90 con la difficile privatizzazione delle grandi industrie
·         La demografia costituisce una forza ed un handicap: il ritmo di crescita della popolazione si riflette nello sviluppo, ma la produttività del lavoro rimane molto bassa (anche se a partire dal 1979 si disimpegna da processi produttivi obsoleti)
p. 9
·         Al di là della crescita spettacolare dei consumi, si è avuto un progresso limitato nei campi della sanità e dell’istruzione, mentre l’aumento della disoccupazione e della precarietà hanno rimesso in discussione le conquiste sociali anteriori alle riforme
·         Le imprese straniere lungo le coste hanno un effetto incerto, tuttavia, sul resto del tessuto industriale
pp. 11-12
·         L’unione sovietica offre un modello di sviluppo ed un sostegno economico, ma gli attriti politici ed ideologici conducono alla rottura consumata nel 1960; anche se i successivi “balzo in avanti” e “rivoluzione culturale” prendono a prestito dal modello staliniano, e una volta riparati i debiti di guerra, i dirigenti cinesi si ispirano direttamente alla NEP, a partire dal piano quinquennale del 1953-57, dopo la riforma agraria e la redistribuzione delle terre ai contadini il 28 giugno 1950
p. 12
·         Nel 1956 praticamente tutta la popolazione contadina è entrata nelle cooperative di Mao e la pianificazione è centralizzata

p. 13
·         C’è uno sviluppo vero col primo piano quinquennale (1953-57) che prevede lo sviluppo primario dell’industria pesante, per mantenere la potenza autosufficiente, e finanziato da prelievi diretti e indiretti sui prodotti agricoli, i cui prezzi sono mantenuti molto bassi; gli aiuti economici e tecnici dell’Urss e dell’Europa dell’Est hanno un ruolo primario
·         La Cina orienta dal 1949 il proprio commercio estero con i Paesi comunisti, tanto che nel 1957 gli scambi esteri con questi paesi equivalgono ai 2/3
p. 14
·         Ma ci sono colli di bottiglia e disequilibri: i trasferimenti dal settore agricolo a quello industriale sono vincolati dal livello di produzione, che raggiunge solo la sussistenza; e dopo il XX Congresso del PCUS del 1956 c’è la rottura: la Cina non ha mai ammesso la condanna ai crimini staliniani e l’apertura all’America segnata dagli incontri Nixon-Chruscev (1959) e il “grande balzo in avanti” del 1958 ha complicato le cose. IL ritiro dei tecnici russi nel 1960-61 farà fallire il balzo in avanti.
p. 15
·         L’instabilità economica si avrà col “grande balzo in avanti”, periodo definito da Lemoine gli «anni bui» (1958-61)
pp. 15-16
·         Dopo l’VIII Congresso del partito del maggio 1958 che ann8uncia di »colmare il divario con l’Inghilterra in 15 anni», Mao da agosto dà vita alle comuni, su base volontaristica, con lo scopo di a) liberare l’energia delle masse b) spezzare la burocrazia c) rifiutare i modelli esterni; la febbre delle piccole acciaierie rurali prende il sopravvento (tanto che la priorità successiva sarà riabilitare l’agricoltura)
p. 16
·         Ad ogni modo nel 1966 la Cina ha interamente rimborsato i suoi debiti con l’Urss
pp. 16-17
·         La “rivoluzione culturale” inizia alla fine del 1965, e la sinistra radicale al vertice del partito, lo fa epurare da tutti gli elementi “borghesi”, e sono attive le guardie rosse sotto la spinta ideologica di Mao; l’economia non recede come durante il “grande balzo”, ma viene comunque frenata; l’agricoltura è rimasta ai margini e l’amministrazione pubblica destrutturata; c’è un enorme spreco di capitale umano, con le università chiuse nel 1966 che riprendono a funzionare solo nel 1970, più politicizzate
p. 17
·         Il partito, a brandelli, inizia a ricostituirsi nel 1969
pp. 17-18
·         La rivoluzione culturale può dirsi terminata solo nel 1976, e prima, durante e dopo la successione di Mao c’è un periodo di instabilità; il nuovo ministro Hua Guofeng (1978) nel nuovo piano economico prevede una crescita del 10% con preminenza dell’acciaio, di nuovi investimenti, dell’importazione di nuovi macchinari dall’Occidente, ma ha vita breve perché già nel dicembre il plenum del Comitato Centrale prevede subito un “riaggiustamento”
pp. 18-19
·         I prezzi e i salari nelle imprese sono fissati per via amministrativa; il sistema bancario si riduce ad una monobanca; i commerci con l’e3stero sono gestiti da una manciata di imprese emanazione dello Stato
p. 19
·         Il processo di accumulazione non ha portato però ad un esodo nelle città che avrebbe portato a forte disoccupazione e alla domanda di nuove e costose infrastrutture, ma una ben meno costosa disoccupazione rurale (dovuta all’eccesso di manodopera)
pp. 19.20
·         La pressione fiscale diretta sul mondo rurale si riduce senza sosta e migliorano i rapporti agricoltura-industria; anche se la struttura dei prezzi continua a penalizzare più l’agricoltura che l’industria
pp. 20.21
·         Lo sforzo dell’accumulazione, che è del 20-30% annuo negli anni ’60-’70, va solo per un 10% all’agricoltura, che occupa l’80% della popolazione attiva, contribuisce per 1/3 del reddito nazionale, e per il 50% per le esportazioni
p. 21
·         Lo Stato incoraggia la costruzione di piccole imprese locali, nonché una pianificazione delle colture per la produzione agricola
·         L’assenza di specializzazione regionale è uno degli effetti dell’obiettivo di autonomia alimentare cinese:
·         Gli scambi con l’estero sono limitati, e l’acquisto di macchinari comunque episodico
·         Dopo la morte di Mao e di Zhou Enlai nel 1976, i maoisti impersonati da Hua Guofeng ereditano contemporaneamente la direzione del partito e del governo, iniziando la de-maoizzazione nel dicembre del 1978 con la modernizzazione socialista, che rimpiazza la lotta di classe. Deng Xiaoping, vice-primoministro e vice-presidente del partito, avvia la liberalizzazione economica
pp. 25.26
·         Si dà il via allo sfruttamento familiare delle terre e all'eliminazione delle comuni; nell’ottobre 1984 il partito si esprime in favore di un’economia mista, dove possa coesistere economia di mercato e pianificazione, anche attraverso una pianificazione macroeconomica del credito, della fiscalità della moneta; e contemporaneamente liberalizzazione dei prezzi, decentramento del commercio dei prezzi, autonomia gestionale delle aziende
p. 26
·         C’è perciò un dualismo, una coesistenza di una doppia struttura di prezzi, statali e privati: ciò consente di attenuare una liberalizzazione brutale, ma allo stesso tempo introduce distorsioni nel network di imprese e nella struttura dei costi; e ci sono forti tensioni inflazionistiche
pp. 26-27
·         La repressione di Tian’anmen mette in luce la corruzione del regime e le riforme mal controllate: i metodi autoritari di pianificazione sono scomparsi prima che venissero implementati gli strumenti necessari alla regolamentazione di una economia di mercato. Inoltre, nell’autunno del 1988 il governo congela le riforme e ristabilisce i prezzi amministrati. Subito le contestazioni contro un ripristino del vecchio sistema, il crollo del comunismo in Unione Sovietica convince definitivamente la classe dirigente che la legittimità del potere in Cina si basa sullo sviluppo economico e sul miglioramento delle condizioni di vita della popolazione
p. 27
·         Il XIV Congresso del PCC nel 1992 definisce, con Deng Xiaoping, che rimane l’autorità suprema anche se dal XIII Congresso (1987) ha il solo ruolo di presidente della Commissione degli affari militari, un nuovo obiettivo per le riforme: l’economia socialista di mercato
p. 28
·         La liberalizzazione dei prezzi è facilitata dal calo dell’inflazione, e i prezzi amministrati permangono solo per una minima parte del commercio
·         Nel 1993, pur rimarcando la centralità del settore pubblico, il Comitato centrale prevede la diversificazione delle forme di proprietà; nel 1994 si istituisce un tasso di cambio unico
pp. 28-29
·         Nel periodo 1979-1983 c’è in Cina quella che AUBERT definisce »la rivoluzione silenziosa»: appaiono dei “contratti di responsabilità”che l’amministrazione rurale stipula con le famiglie, secondo cui i contadini si impegnano a fornire allo Stato una quantità forfettaria di prodotto; le terre rimangono proprietà della collettività ma sono ripartite fra le famiglie al momento della stipula dei contratti che, da triennali e quinquennali, diventano quindicinali nel 1984, e trentennali nel 1993. Nel frattempo lo Stato aumenta in media il 25% dei prodotti definiti essenziali, spesso solo al dettaglio per evitare derive inflazionistiche
p. 29
·         Nel periodo 1982-85 si abolisce il monopolio di Stato sulla quasi totalità dei prodotti della terra, dopo che il 1981 viene autorizzato il commercio privato su mercati lontani; soprattutto si adottano disposizioni volte a favorire la specializzazione territoriale
p. 30
·         Le comuni vengono ufficialmente soppresse nel 1983, anno della riforma dell’amministrazione: a livello locali si avranno, da questa data, i governi cantonali e i comitati di villaggio, eletti dalla popolazione
·         Ma dopo i raccolti record del 1985 lo Stato non garantisce più ai contadini l’acquisto della totalità del raccolto a prezzi garantiti: viene fissato un tetto massimo e il resto viene messo in commercio a prezzi di mercato; il problema è aggravato dalla mancanza di integrazione del mercato interno, con un Sud bisognoso di cereali e un nord in sovrapproduzione
p. 31
·         La crisi del mondo rurale si ha negli anni ’90, dal 1978 al 2000 la superficie seminata diminuisce del 12% e la pressione fiscale sui redditi dei contadini aumenta (per il finanziamento dei servizi sociali e delle infrastrutture nelle grandi città)
pp. 32-33
·         Dagli anni ’80 le imprese pubbliche hanno la facoltà di conservare parte dei profitti, che sono tassati progressivamente senza che vengano versati interamente allo Stato; gli investimenti vengono finanziati tramite prestiti bancari rimborsabili ad interesse piuttosto che con le desuete dotazioni di bilancio gratuite. Hanno maggiore autonomia gestionale e decentramento, e anche qui vengono fatti una sorta di contratti di responsabilità
p. 33
·         Ma la loro performance cala, sia in termini di risultati operativi che di produttività
pp. 33-34
·         Per ovviare ad interferenze politiche e ridurre il gap delle tecnologie obsolete, vengono spesso privatizzate, mentre le perdite rimangono socializzate
p. 35
·         Solo nel gennaio 1994 le imprese pubbliche diventano come le nostre s.r.l. o le nostre s.p.a., aprendo la partecipazione a soggetti esterni; nel 1995 il partito stabilisce di dovere privatizzare tutte le piccole imprese pubbliche e di detenere solo la proprietà dei settori strategici; nel 1998 i ministeri settoriali vengono integrati nella Commissione statale per l’economia e il commercio
p. 36
·         Ma il cambiamento non ha migliorato le modalità di gestione e di razionalizzazione, tanto che le società quotate in borsa non hanno avuto risultati operativi migliori delle vecchie imprese pubbliche; l’unico metodo di miglioramento è sembrato, invece, quello di far entrare investitori stranieri
pp. 37-38
·         La Costituzione del 1982 riconosceva le imprese individuali con meno di 8 impiegati come complementari al settore pubblico, ma è solo con la revisione costituzionale del 199 9che le imprese private sono ufficialmente riconosciute come componenti importanti dell’economia, cui ancora oggi sono vietati certi settori di attività come le infrastrutture, aperti però alle imprese straniere
p. 38
·         Secondo le stime del 1998 il settore non statale produce il 60% del Pil
p. 39
·         Uno degli effetti delle riforme è stato la redistribuzione delle risorse finanziarie, che ha aumentato il risparmio delle famiglie dal 5% del Pil nel 1978 al 78% nel 2000
·         Nel frattempo, la capacità di finanziamento dello Stato crolla, a tutto vantaggio del sistema bancario, che dal 1983 è a due livelli: al di sopra la banca centrale (Banca Popolare di Cina) con compiti macroeconomici (tasso di interesse, politica di credito); al di sotto le quattro grandi banche pubbliche che possono farsi concorrenza (Banca dell’agricoltura, Banca industriale e commerciale, Banca di Cina, Banca della costruzione); vengono create banche anche per iniziativa delle autorità locali; nascono le finanziarie non bancarie
p. 40
·         La riforma bancaria del 1994 rafforza l’autorità della banca centrale e quella del 1995 trasforma le quattro banche secondarie in banche commerciali, creando anche banche di sviluppo
pp. 41-42
·         Il sistema bancario cinese è comunque fragile con sofferenze pari ad ¼ dei crediti totali (dati 2002); un sistema che va risanato in vista della concorrenza internazionale, pienamente autorizzata dal 2006 ad acquisire fino al 25% delle partecipazioni in banche cinesi (come imposizione dopo l’ingresso nel WTO)
pp. 42-43
·         La Borsa valori apre a Shanghai e Shenzhen nel 1990; nel 2002 sono 1200 le imprese quotate, di cui solo 100 private. In questo stesso anno si apre il mercato agli investitori stranieri per le società pubbliche, cui prima era riservato circa il 10% del mercato borsistico, laddove il 90% era in mano allo Stato e alle istituzioni pubbliche
p. 43
·         Comunque, la Borsa cinese soffre di deficienze serie, fra cui una regolamentazione insufficiente e falsi in bilancio aziendali
pp. 43-44
·         Dopo il minor gettito fiscale  degli anni ’80 e ’90, dovuto anche al decentramento amministrativo, con la riforma del 1994, che ha rivoluzionato il sistema delle imposizioni escludendo anche gettiti extra-bilancio, le entrate dello Stato sono risalite attestandosi a circa il 30% del Pil; ciononostante, la ripartizione fra il centro e le province non è coerente con la ripartizione delle spese fra i diversi livelli, causando diseguaglianza regionale e costi maggiori per le amministrazioni locali in termini di sanità ed infrastrutture
pp. 45-46
·         Dal 1978 la Cina fa ricorso a prestiti accordati a istituzioni finanziarie internazionali, in particolar modo la BM di cui è membro dal 1980; con la legge del 1979 si permettono, poi, gli IDE in società cinesi a capitale misto, favorendo soprattutto quattro ZES in prossimità di Hong Kong e Taiwan, estese poi a tutte le zone costiere (la fiscalità è addirittura ridotta dal 33% al 15%), cercando di attrarre soprattutto i cinesi all’estero
pp. 47-48
·         La Cina è diventata membro del WTO l’11 dicembre 2001, impegnandosi a: ridurre la media delle tariffe doganali dal 22% al 15% sui prodotti agricoli, dal 17% al 9% per i prodotti industriali (che non hanno più limitazioni quantitative), dal 100% al 25% quelle automobilistiche, annullare quelle sul materiale per telecomunicazioni; aprire totalmente il commercio per le imprese straniere (anche banche e assicurazioni), autorizzare investimenti stranieri nelle comunicazioni fino al 49-50% e nei fondi di collocamento in Borsa sino ad un 49%
p. 48
·         La pianificazione ha perso terreno anche nella politica commerciale, tanto che nel 1992 riguardava solo il 20% delle importazioni; l’industria esportatrice viene altamente incentivata
pp. 56-57
·         Dal 1952 al 2001 la quota dell’agricoltura sul Pil è crollata dal 51 al 15 %, un risultato dovuto alla crescita lenta del settore, alla diminuzione dei prezzi relativi, alla sottoccupazione del settore, visto anche che la superficie coltivata è di 1/6 del territorio
p. 59
·         Nonostante ciò, la Cina ha raggiunto il proprio obiettivo di autosufficienza: fin dagli anni ’80 ha una produzione eccedente di prodotti agroalimentari, di cui è esportatrice netta
p. 60
·         D’altro canto la  crescita delle industrie rurali che si verifica a partire dal 1978 risponde all’esigenza di creare posti di lavoro per assorbire l’eccesso di manodopera agricola, e di accrescer gli introiti fiscali da parte delle autorità locali. A questo contribuiscono sia le imprese collettive che quelle private e individuali. Queste attività sono essenziali per l’economia rurale, visto che assicurano agli abitanti delle campagne quasi la metà dei loro redditi netti
pp. 60-61
·         L’industria ha due assi nella manica: le risorse naturali, che le assicurano l’indipendenza energetica (12% del totale mondiale di carbone, 2,3% di petrolio, 0,9% di gas, enorme potenziale idroelettrico amplificato dalla diga sullo Yangzi installata nel 2003), e le gigantesche riserve di manodopera, la chiave del successo della sua industria manifatturiera
pp. 61-62
·         Anche se è vero che il consumo di energia cresce molto di più della produzione, facendo aumentare la dipendenza della Cina verso il petrolio (soprattutto nei confronti di Paesi come Russia e Kazakistan)
p. 62
·         Il numero di lavoratori dell’industria in Cina oltrepassa quello di tutti i Paesi membri dell’OCSE messi insieme (131 milioni)
·         La radicalizzazione delle riforme ha imposto obiettivi di produttività ad imprese che fino a quel momento avevano solo puntato sulla crescita del fatturato, accumulando un eccesso di effettivi e senza preoccuparsi della redditività
pp. 62-63
·         Il rallentamento della crescita sperimentato dal 1997 ha accelerato questi aggiustamenti, mettendo in evidenza l’eccesso di occupazione e intensificando la concorrenza sul mercato interno, in concomitanza con la flessione della domanda esterna indotta dalla crisi asiatica del biennio 1997-1998
p. 63
·         L’industria statale è stata colpita in pieno da questi aggiustamenti: ha perduto il 35% dei propri effettivi, principalmente a causa delle nazionalizzazioni, alle quali si aggiungono le privatizzazioni
·         Tra il 1980 e il 2001 il valore aggiunto dell’industria è aumentato dell’8% annuo, crescita trascinata dalle manifatture con settori nuovi in crescita (elettricità, elettronica, agroalimentare) e tradizionali in calo (metallurgia, meccanica, tessile)
p. 65
·         L’industria cinese nel 2001 comprende 6,7 milioni di piccole imprese, ma chi realizza il prodotto sono 8.600 grandi imprese (47% del prodotto), 12.500 medie imprese (40%), e 148.000 piccole imprese (13%). Il 40% del Pil totale è comunque ancora prodotto da imprese pubbliche.
p. 66
·         Ad ogni modo, le imprese private, resi marginali da una legislazione spesso precaria e dalla mancanza di risorse finanziarie, hanno lasciato il campo libero agli investitori stranieri
p. 67
·         Ancora alla metà degli anni ottanta la produzione di autovetture per uso privato era quasi inesistente in Cina; l’espansione è cominciata solo all’inizio degli anni novanta, con l’arrivo degli investitori stranieri. Tutte le multinazionali dell’automobile sono presenti in Cina e si dividono i 4/5 di un mercato ancora protetto. La produzione di autoveicoli era inizialmente dipendente da componenti importate, ma ormai integra un’importante quota di componenti prodotti localmente.
pp. 71-72
·         Dal 1985 al 1992 il peso degli scambi interprovinciali cinesi, quindi interni, rispetto al Pil, è diminuita dal 26 al 16%. Al contrario, l’apertura delle economie provinciali agli scambi con l’estero ha segnato un progresso impressionante passando dal 10 al 18%: insomma, per l’economia cinese gli scambi con l’estero sono diventati più importanti degli scambi interni. Questo è ancor più vero per le province e municipalità costiere, soprattutto dopo il crollo delle entrate fiscali e la loro mancata redistribuzione da parte dello Stato
p. 77
·         La produttività del lavoro aumenta grazie all’aumento del capitale disponibile per lavoratore, al miglioramento della qualità della manodopera e alle nuove forme di organizzazione. Nel settore agricolo gli aumenti di produttività estremamente rapidi (quasi il 4% annuo) sono principalmente dovuti alla decollettivizzazione e alla diminuzione dell’occupazione agricola. Negli altri settori lo stock di capitale cresce rapidamente e contribuisce all’aumento della produttività del lavoro che, a seconda delle stime, si situa tra il 3,5 e il 6%.
pp. 78-79
·         PAUL KRUGMAN sostiene come la crescita delle economie asiatiche, e soprattutto cinese, ancorché sovrastimata, sia dovuta ad un aumento dei fattori della produzione più che ad un aumento della produttività; prevede perciò un rallentamento a causa della legge dei rendimenti decrescenti. Anche la crisi asiatica del 1997-98 ha dimostrato come la Cina non sia immune soprattutto a errori di carattere di politica economica, quali sovrainvestimento, errata allocazione delle risorse, corruzione
p. 79
·         Secondo la valutazione del Pil cinese in dollari correnti la Cina è una potenza media, rappresentante il 3,4% del Pil mondiale (poco sopra l’Italia, a distanza dal 22% degli USA e dell’11% del Giappone). Ma la valutazione in dollari è errata, poiché dipendente dal tasso di cambio dello yuan: se si confronta la parità del potere di acquisto le potenzialità sono enormi (11%, contro il 20% Usa e sopra l’8% giapponese)
pp. 81-82
·         A confronto con l’altra grande potenza asiatica, l’India, la Cina gli è superiore per reddito medio per abitante (3.900 2.400 dollari), speranza di vita alla nascita (70 contro 63 anni), alfabetismo della popolazione adulta (84 contro 57%). La mortalità infantile si attesta invece al 32 per mille contro il 69 per mille di quella indiana; anche se le persone che vivono in stato di malnutrizione (al 2000) sono 10%, e il 20% quelle che vivono con meno di 1 dollaro al giorno
pp. 84-86
·         A livello sanitario la prevenzione prende la forma di campagne di vaccinazione e di miglioramento dell’ambiente sanitario (soprattutto acqua potabile); la densità di personale medico è abbastanza alta, e un sistema di cooperative vigente prima degli anni ‘90 assicurava la copertura delle spese mediche in campagna. Dopo gli anni ’90 sono però scomparse le cooperative, aumentate le disuguaglianze nell’accesso alle cure e il divario tra famiglie rurali ed urbane. La proporzione della popolazione che è coperta da una assicurazione sociale è diminuita in modo considerevole: lo Stato si occupa solo del 15% del totale, le aziende del 19%, i nuovi sistemi collettivi rurali solo del 3%
p. 92
·         Gli abitanti delle zone rurali sono esclusi dai fondi di assicurazione sociale. La popolazione attiva urbana, invece, che alla fine del 2001 aveva un’assicurazione contro la disoccupazione era del 44%, del 66% quella con un’assicurazione previdenziale di base, e del 34% quella con una copertura medica
pp. 93-94
·         Nel 1995 , viste le crescenti difficoltà per le imprese di pagare le pensioni ai dipendenti, viene riformato il sistema pensionistico, e prevede il versamento sia da parte delle imprese, che da parte del lavoratore; sia la formazione di conti personali. È un sistema che si trova subito in disavanzo, problema comunque risolto con l’indebitamento pubblico, le privatizzazioni, le buona gestione dei fondi previdenziali, un’imposta specifica destinata a pagare le pensioni
p. 98
·         La Cina effettua più della metà dei suoi scambi internazionali con l’Asia; questa dipendenza è soprattutto evidente per quel che riguarda le importazioni. Il Giappone è il suo primo fornitore, seguito da Taiwan. Hong Kong è il primo destinatario delle sue esportazioni, anche se la maggior parte si limita a transitare per il territorio e viene riesportata: più di un terzo verso gli Stati Uniti e un quarto verso l’Unione Europea. Il transito per Hong Kong quindi contribuisce a gonfiare artificiosamente la quota asiatica delle esportazioni cinesi.
pp. 99-100
·         Le statistiche cinesi mostrano che nel decennio 1991-2001 i ¾ degli IDE in entrata vengono dall’Asia, la metà dei quali da Hong Kong. I flussi di investimento in provenienza da Hong Kong includono non solo le operazioni delle società del posto, ma anche quelle di imprese straniere che, non volendo o non potendo investire direttamente in Cina, usano le società del territorio come intermediari. Compresi – si stima – un 25% di IDE illegali, cioè capitali cinesi trasferiti a Hong Kong e ritrasferiti in Cina per approfittare delle vantaggi concessi agli IDE stranieri
pp. 100-101
·         Se si esclude Hong Kong, il primo investitore sono gli Stati Uniti, davanti a Giappone, Unione Europea e Taiwan; se invece ci si concentra solo sui paesi OCSE (dell’Asia fanno parte dell’OCSE solo Giappone e Corea del Sud), si nota che in relazione al totale gli IDE diretti in Cina sono una quota modesta (5%), poiché i paesi OCSE realizzano l’80% degli IDE fra di loro
p. 101
·         La maggioranza degli IDE diretti in Cina è destinata alla creazione di nuove imprese, che aumentano la capacità produttiva del paese ben più di semplici partecipazioni o acquisizione (che però si svilupperanno nel futuro)
pp. 102-103
·         Gli investitori asiatici delocalizzano soprattutto per il basso costo della manodopera, mentre americani ed europei sono soprattutto interessati al mer5cato interno cinese, per il quale sviluppano specifiche linee produttive, e in particolar modo (60%) inerenti all’industria manifatturiera. Per ciò che attiene l’elettronica domina l’assemblaggio (pochissimo la produzione)
pp. 104-105
·         Mentre per Stati Uniti ed Europa le esportazioni verso la Cina sono costituite soprattutto da prodotti destinati al mercato interno, quelli del Giappone e degli altri Paesi NIE1 asiatici sono costituite da prodotti da assemblaggio: con questi ultimi la Cina è in netto disavanzo, ma tale assemblaggio gli ha permesso di sostituire i prodotti assemblati in Occidente con prodotti assemblati in Cina, creando un forte avanzo coi Paesi occidentali
p. 106
·         I ¾ delle esportazioni tradizionali (che non siano tecnologia) sono invece realizzate da imprese cinesi
p. 107
·         Allo steso modo, si constata il declino relativo del Giappone, che nel 1980 pesava negli scambi mondiali il 6%, come tutti i Paesi NIE1, NIE2 più Cina messi insieme; nel 2001, invece, la quota di questi Paesi è salita al 14%, e la Cina è quella che ha contribuito di più (toccando una quota del 18%)
·         Ma la Cina non può essere la locomotiva del commercio, poiché ha una scarsa autonomia, e una scarsa domanda autonoma
pp. 109-113
·         Gli scambi con i Paesi dell’ASEAN (con l’eccezione di Singapore), pur in rapida crescita, restano ancora limitati. Questi Paesi infatti considerano la Cina un concorrente sui mercati mondiali dei prodotti a forte intensità di lavoro e nei flussi internazionali di capitali (considerata anche la dipendenza dalla Cina, soprattutto per l’import/export, di una Regione Amministrativa Speciale come Hong Kong, e di Taiwan). La Cina tenta però di migliorare i propri sforzi in favore di una cooperazione regionale: si noti l’accordo a quattro (Asean, Pechino, Seul, Tokyo), l’accordo di cooperazione monetaria del 2000, l’accordo per un’area di libero scambio del 2002. Dato l’indebolimento del Giappone, infatti, la Cina può stabilire in modo sempre più netto la propria leadership economica delle regione
pp. 113-114
·         Le relazioni commerciali tra i Paesi europei e la Cina sono relativamente poco intense, a causa delle rispettive integrazioni nelle aree geografiche di appartenenza e della distanza che le separa. Solo il 2,5% delle importazioni totali viene dalla Cina (materiale elettrico ed elettronico, tessile) e solo l’1% le è destinato (macchinari e attrezzature, materiale elettrico ed elettronico); il disavanzo europeo è significativo
p. 115
·         L’apertura dell’economia cinese risulta perciò, in definitiva, distorta: le importazioni della Cina risultano di gran lunga inferiori alle esportazioni, e solo il 50% di queste importazioni va a soddisfare il mercato interno, visto che il resto è destinato ad essere ri-esportato
pp. 115-116
·         La bilancia dei pagamenti cinese è in netto avanzo, sia commerciale, sia in conto capitale (visti gli IDE), tanto che le riserve valutarie – sebbene ci sia stata paura relativa della svalutazione dello yuan nel periodo 1997-99 – sono del 70% in dollari, del 10-15% in euro, il resto in yen
pp. 121-122
·         Ad ogni modo, nel XVI Congresso del PCC (2002), oltre a ribadire il principio della liberalizzazione economica, di un maggiore sfruttamento delle terre, della privatizzazione, di un più largo accesso ai finanziamenti (anche per gli stranieri), si è detto che si ammetteranno all’interno del PCC anche imprenditori privati
p. 136
·         Ciò è un grandissimo passo avanti rispetto al passato poiché autorizza esperienze limitate di elezioni dirette a livello locale; in più, alcune forme di democratizzazione interna del partito possono contribuire ad allargare le sue fondamenta e a rafforzare il processo di negoziazione interna, consolidando così la legittimità del suo potere. Allo stesso modo, una affermazione dello Stato di diritto ne migliorerebbe anche l’immagine internazionale, e l’intensa attività legislativa che la Cina sta attraversando è volta anche all’armonizzazione con la legislazione internazionale. Per Pechino il rafforzamento e l’omogeneizzazione del sistema giuridico rappresentano anche un mezzo per riaffermare il controllo centrale sui poteri provinciali. Ma la creazione di uno Stato di diritto non può ridursi ad assicurare la regolarità degli atti amministrativi; richiede anche l’indipendenza del potere giudiziario, soprattutto dall’influenza del partito
pp. 122-134
·         I problemi, comunque, di cui si dovrà tener conto sono quelli tipici di ogni Paese sviluppato o invia di sviluppo: invecchiamento della popolazione, con conseguente aumento della spesa sociale (anche per via di una crescita demografica frenata, che condiziona anche l’aumento della popolazione in età lavorativa), la limitazione delle risorse naturali e il degrado ambientale (tra il 3 e l’8% il costo sul Pil in termini di vite umane e cure mediche, costi azzerabili con opportune politiche ambientali e una nuova fase di industrializzazione che migliori la qualità delle industrie e del carbone), l’urbanizzazione con la conseguente formazione di bidonville e del sottoproletariato urbano, necessità di risorse idriche soprattutto per le zone agricole (Nord)
pp. 125-126
·         Nel 2000 il Pil cinese rappresenta circa il 3% del Pil mondiale; se si assumesse una crescita annuale come quella attuale (7% del Pil all’anno), la quota passerebbe al 7% nel 2020 (restando però 1/3 di quello europeo e la metà di quello giapponese); senza però contare Hong Kong Taiwan, che lo spingerebbero al 10%
pp. 127-128
·         Allo stesso modo, le esportazioni cinesi per il 2020 sono stimate al 10% della totalità mondiale, contro il 7% giapponese, l’11% statunitense, il 31% europeo
p. 130
·         Il rischio per l’Occidente è che vi sia una redistribuzione internazionale della produzione a vantaggio della Cina, che ha i vantaggi di bassi livelli salariali e di economie di scala associate alla produzione standardizzata di massa
pp. 130-131
·         Comunque, la Cina è un paese le cui risorse naturali sono limitate e, in ogni caso, un’accumulazione di avanzi commerciali strutturali provocherebbe un apprezzamento della sua valuta, che andrebbe a detrimento della competitività delle esportazioni. Nella logica in cui importazioni ed esportazioni evolvono più o meno allo stesso ritmo, la Cina avrebbe avanzi crescenti con Usa ed Europa, ma disavanzi crescenti con i Paesi asiatici e l’Asean

Nessun commento:

Posta un commento

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...