Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze, Norberto Bobbio

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Le Olimpiadi in Cina

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L'apertura delle Olimpiadi è stata a mio avviso spettacolare. Opinione personale, certo, ma quando i giornalisti dicevano che si sarebbero aspettati molto di più non ho ben capito a cosa si riferissero.
La coreografia è stata sublime, un countdown tamburellato con tutto il suo fascino, richiami costanti in bilico tra tradizione e modernità, un passaggio al "digitale" tutto da ricordare, danze soavi e leggiadre. L'accensione della fiaccola fantastica, accompagnata da un running etereo e sospeso nel fascio luminoso.

1800 postazioni di fuochi d'artificio, con oltre 90.000 volontari: perchè, ricordiamolo, nell'ottica cinese l'amore per la patria, l'acceso nazionalismo, fa sì che ci si dedichi anima e corpo al prestigio e al lustro della nazione, tanto da essere orgogliosi di partecipare ad un evento senza essere pagati, ma solo con la gratificazione di "esserci e partecipare". Scenografie e uomini perfettamente studiati.

Non capisco chi rivanga o, peggio ancora, rivendica l'assenza di elementi simbolici quali la rivoluzione culturale, il tibet o altre questioni. E non li capisco per due motivi: il primo, essenziale, è che i Giochi, per loro natura, debbano essere apolitici. Poi che in realtà questi giorni Pechino è e sarà la vetrina che proietta la Cina nella scena internazionale è un altro paio di maniche.

Il secondo, più personale, è che comunque vadano apprezzati gli sforzi di miglioramento che ci sono stati, e ci sono, a tutti i livelli. Non giustifico la Cina, nè la violenza adoperata verso talune frange etniche, nè quella che è stata in passato.

Dico solo che c'è stato, nell'apertura, il desiderio della Cina di dare il meglio di sè, di integrarsi con la comunità internazionale. Entrando nell'ottica cinese, il "socialismo di mercato" del Partito Comunista è condiviso e dettato dal fatto che sono i cinesi a volerlo.

I cinesi, per tradizione, sono sempre cresciuti con l'idea che la società fosse più importante dell'individuo di per sè, e che quindi andavano fatti sacrifici personali (che oggi chiamiamo negazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali) in nome dell'interesse superiore dello sviluppo della società tutta.

In questa ottica lo Stato, che assomiglia allo Stato forte che noi abbiamo avuto prima delle due guerre, ha pensato dapprima a dare una ciotola di riso a tutti piuttosto che a permettere l'esistenza di fazioni che avessero bloccato tale sviluppo.

Vediamo ad oggi, che sempre più nel partito stanno entrando elementi borghesi (leggi: globalizzati) che stanno accostando alla parola "sviluppo" quella di sostenibilità, e sempre di più. SECONDO ME QUESTO E' UN PASSO CHE VA CAPITO, RISPETTATO E APPREZZATO. Si va dai temi ambientali, tema sempre più sensibile, alla nascita di sindacati e associazioni, seppur previa autorizzazione governativa, alla tolleranza religiosa (vedi gli accordi con la Chiesa Cattolica) sino agli accordi, bilaterali o meno, con le istituzioni internazionali.

Certo, c'è ancora molto da fare, visto che molti cinesi non sanno quale sia la capitale della Corea del Nord (come se noi non sapessimo quella della Spagna) o il nome di alcune loro città (ma noi siamo sicuri di conoscerle quelle italiane???).

Il "pollo" cinese (prendere una cartina geografica per capire la metafora) è nazionalista, tutti i suoi abitanti lo sono, e non è esclusivamente colpa dello Stato ma dell'idea di grandeur che a suo tempo aveva anche De Gaulle per la Francia. E' per questo che il Tibet non può voler essere autonomo, o Falun Gong non deve imporre la propria visione del mondo, o Taiwan non può pretendere di essere la "seconda Cina": sarebbe una moncherizzazione dell'indentità cinese.

E tutti i cinesi sono d'accordo su questo. La Cina è una e unita, "è grande e sviluppata" - mi hanno detto - per vai di questa coesione, che sempre più aprirà "ai tanti agognati diritti umani ora che ha raggiunto un certo benessere". E io, un pò, ci credo, o almeno lo spero.

Anche perchè è facile attaccare un regime comunista, che non vuole invece intromissioni sulla condotta della politica interna, laddove noi non siamo in grado di guardare ai nostri problemi (in Cina non c'è mai la fila in un ufficio pubblico a differenza dell'Italia; le decisioni nazionali si prendono immediatamente senza le lungaggini dell'UE; non c'è quell'imperialismo all'ESTERNO - velato o meno - che gli Stati Uniti impongono al Sud America e altrove...).

Quello che mi fa sperare è quella colomba bianca dell'apertura delle Olimpiadi, di un popolo che è stato sempre attaccato (dall'Inghilterra per l'oppio, dal Giappone per territori ecc.) ma che in realtà non si è mai sognato di attaccare nessuno, si è dichiarato "non allineato" durante la guerra fredda (Conferenza di Banding 1955), ha sempre (o quasi) votato astenenedosi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, di cui è membro permanente dal 1971.

E' la pacificità del popolo cinese che mi fa sperare in una sua maggiore integrazione internazionale che non sia solo economica.
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