Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze, Norberto Bobbio

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Il pensiero filosofico politico di Montesquieu

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Montesquieu (1689-1755) – L’esprit des lois
Viaggio Italia-Europa-UK, tripartizione simile a Machiavelli ma qualitativa: 1) monarchia (uno con leggi fisse e stabili) 2) repubblica (popolo) 3) dispotismo (uno senza leggi), elogio monarchia francese e avversione dispotismo, importanza fattori extra-politici, analisi principi alla base 1) virtù per democrazia 2) spirito di moderazione per repubblica aristocratica (Venezia) 3) paura per dispotismo, idee sul dispotismo di Machiavelli, Europa Stati piccoli e medi ma moderati contro Asia grandi dispotici, monarchia francese con re con legislativo ed esecutivo ma secondo leggi, parlamenti giudiziari che garantiscono legge (rifiuto editti del re), poteri intermedi subordinati: privilegi delle città e onore della nobiltà (“senza monarca no nobiltà, senza nobiltà no monarca ma despota”), nel 6 cap. dell’XI libro scrive dell’UK: no monarchia moderata perché divisione esecutivo-legislativo anche se re poteva porre veto su leggi, ma già in fase di superamento verso la parlamentare, più profondi mutamenti con Riv. Francese, democrazia diretta solo in piccolo stato.

L’esprit des lois: è essenziale fissare il numero dei cittadini che formano le assemblee, è fondamentale che il popolo nomini magistrati/ministri, il popolo deve essere guidato da consiglio/senato, è adattissimo a scegliere chi lo guida (sorteggio per democrazia, elezioni per aristocrazia), è legge fondamentale che il suffragio sia pubblico (Roma si distrusse per suffragi segreti), la massa deve essere illuminati dai nobili, l’intrigo è pericoloso in senato e fra i nobili ma non tra il popolo, solo attraverso gli intrighi il popolo può entusiasmarsi altrimenti è corrotto, solo il popolo deve fare le leggi e poi provarle (Roma e Sparta il senato faceva le leggi in prova per un anno e poi il popolo le approvava); nelle aristocrazie i nobili fanno le leggi e le fanno eseguire, quando i nobili sono numerosi occorre senato, la vastità del potere deve essere compensata dalla brevità della sua durata, i nobili devono essere vicini al popolo, la migliore aristocrazia è quella in cui il popolo è poverissimo e perciò l’aristocrazia non ha interesse ad opprimerlo; 1) servono poteri intermedi, quello più naturale è la nobiltà, il clero è pericoloso in una repubblica ma utile in monarchia, gli inglesi hanno abolito poteri intermedi a favore della libertà (che se dovessero perdere diverrebbe il popolo più schiavo della terra), 2) serve un corpo di leggi nel corpo politico (i nobili sono ignoranti o se le dimenticano), nei dispotismo non c’è un deposito di leggi e per questo ha tanta forza la religione; il despota trascura gli affari di Stato tanto che ha bisogno di un visir, per poi abbandonarsi alle passioni più brutali; il principio della democrazia è la virtù, in monarchia è meno necessario perché chi fa eseguire l leggi vi si pone al di sopra: gli basterà cambiare Consiglio o correggersi, invece un popolo democratico che non rispetta leggi non dura (‘ambizione occupa i cuori), prima i beni dei singoli costituivano il patrimonio pubblico, ora sono i singoli a possedere il patrimonio pubblico; ai nobili non serve la virtù perché hanno la forza della moderazione per autoconservarsi; nella monarchia le leggi hanno preso il posto della virtù, vi possono essere principi virtuosi ma è raro che il popolo lo sia, nella monarchia conta l’onore che fa sì che si agisca era il bene comune credendo che si agisce per i propri interessi privati, il falso onore utile alla repubblica; la paura del dispotismo serve a stroncare la possibilità delle rivoluzioni (sofì di Persia detronizzato per poco sangue contro violenze di Domiziano); la libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono (altrimenti ognuno farebbe ciò che vuole), anche la virtù ha bisogno di limiti, il potere deve arginare il potere, il legislativo deve essere disgiunto dall’esecutivo (dispotismo del sultano perché sono uniti; anche nelle repubbliche italiane sono riuniti e infatti c’è meno libertà che nelle monarchie sebbene siano i magistrati a moderare, invece in Europa il re ha i primi due e il terzo del popolo), il giudiziario non deve essere affidato ad un senato permanente (parlamenti), il legislativo rappresenta volontà generale dello Stato e l’esecutivo la sua esecuzione perciò possono essere affidati a corpi permanenti, ogni uomo libero deve governarsi da sé e quindi darsi delle leggi, ma è impossibile nei grandi stati e perciò serve la rappresentanza, il legislativo deve fare solo leggi e non prendere risoluzioni che non farebbe bene, poiché il potere dei nobili è ereditario e finalizzato a interesse personale non devono statuire ma possono solo impedire, l’esecutivo deve essere nel re perché da solo può amministrare meglio e nell’immediato, la riunione del corpo legislativo va regolata in base a periodi (stabiliti dall’esecutivo a seconda delle necessità), se l’esecutivo non avesse potere di arrestare le azioni del legislativo questo diverrebbe dispotico, invece il legislativo non deve arrestare l’esecutivo perché deve amministrare (l‘esecuzione è già di per sé limitata), il legislativo non deve giudicare la persona che è sacra, il legislativo deve essere diviso in due parti che si controllano reciprocamente; gli eserciti devono essere formati dal popolo e devono avere il suo stesso spirito (no accampamenti separati, responsabilità di fronte al popolo, se necessario arruolamento di durata limitata), l’esercito deve dipendere dall’esecutivo perché se dipende dal legislativo questo diverrà militare; le nostre monarchie non hanno la libertà come fine diretto, ma vi arrivano ad aspirarla indirettamente con la tendenza a vedere alla gloria ei cittadini, dello Stato, del principe.




· Montesquieu indica il contesto inglese come “governo libero” dinamico e autocorrettivo con strumenti propri (parlamento): espressione concreta di uguaglianza tramite potere limitato vs. “stato libero” – usato in senso generale – e riferito alla Roma delle guerre con Cartagine (prima fase della repubblica, modello storico di durata limitata), dove non c’è equilibrata dialettica o meccanismi autoregolativi interni (ma solo astratta autorità), tanto che il popolo può rischiare più facilmente di perdere la libertà (Considerations)
· lo stato misto romano era comunque suggestione potente: a) costituzione equilibrata (spirito del popolo, forza del senato, autorità dei magistrati) elimina l’abuso del potere b) il potere pubblico diviso in più magistrature si equilibra c) la libertà dei cittadini è protetta da “molti” (e non da uno, poteri limitati fra loro); città governata da leggi, amore per il bene comune, incarichi ottenuti in funzione della virtù, livellazione delle fortune, ripudio per il favoritismo, unità del popolo durante la guerra (con truppe proprie, a differenza di Cartagine)
· nell’Esprit l’espressione “stato libero” si presta a molti usi: autogoverno, legislativo che controlla l’esecutivo, giudicabilità di un cittadino da un suo pari
· le repubbliche italiane sono aristocrazie senza grandezza e gloria
· concretamente si doveva comunque scegliere – nel rispetto delle tradizioni culturali dei popoli - fra monarchia costituzionale moderata o repubblica democratica virtuosa (più difficile se non in forma federata), altrimenti c’era il baratro del dispotismo
· elementi comuni che ci sarebbero dovuti essere: 1) equilibrio dei poteri 2) etica della virtù 3) fattore sociologico-sperimentale




· con il capo dei politiques la politica è posta sotto l’egida della scienza, con un Esprit quasi scritto per “scherzare col lettore”; secondo Riccardo FUBINI il presidente del parlamento di Bordeaux era incapace di sollevarsi ad una visione globale, in realtà era (come Voltaire) fortemente attratto dalla storia
· dipendenza necessaria delle forme sociali e politiche dalle condizioni materiali, tanto che la comprensione di principi e dello spirito della società e della politica, andava fatta attraverso un metodo rigorosamente scientifico, induttivo e deduttivo al tempo stesso
· nonostante l’ingenuità di conclusione e la scarsa conoscenza di alcune argomentazioni, vuole utilizzare parametri scientifici, che richiedono una conoscenza amplissima dei fattori oggettivi che regolano la società: se è vero che la libertà si configura all’interno della legge (“diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono”) e queste hanno un nesso con la costituzione materiale della società, il problema deve essere esaminato dentro questo ampio contesto
· democrazia e aristocrazia non sono affatto stati liberi: la libertà politica va trovata nei gouvernment moderés, antagonisti per definizione del dispotismo
· interessato all’antropologia culturale e alla sociologia istituzionale, pensa alla realtà come ad una mole di rapporti causali che costituisco un’union d’esprit, una trama in cui gli uomini si possono muovere con un arbitrio limitato (abbozzo De la politique, Traitè des devoirs, 1725 – andato perduto): nella società le leggi sono governate da un carattere comune che le fa nascere o perire
· dopo il viaggio in Europa (1720-1731) e il soggiorno a Londra (frequenta i Comuni per mezzo di Lord Chesterfield) con ingresso alla Royal Society nel 1730, capisce che due sfere sono inseparabili: il mondo fisico con le sue leggi, e il mondo umano delle sensazioni, dei sentimenti, delle capacità operative; per questo la scienza politica è una bussola per orientarci nella relatività dei fenomeni: percezione dinamica del mondo
· come Machiavelli, non ambiva a teorie prescrittive, o alla libertà astratta o ideale, o ancor meno come libido, “piacere di fare ciò che si vuole”: nelle Pensées non si può perciò ammettere una formula-tipo di governo, poiché il rapporto politica-spazio è decisivo, determinante sia il ciclo di grandezza-decadenza, sia il tipo di governo e quindi di libertà
· infatti, al contrario di Aristotele, non fa una semplice classificazione quantitativa delle forme di governo: quella che appare come disorganicità e debolezza di metodo, è espressione di una nascente scienza politica, tanto che nelle Considérations compare per la prima volta il tema del “governo libero”, distinguendo il saggio ed equilibrato governo inglese – ad ogni modo realtà dinamica, “toujours agité” - dalle repubbliche tendenti a corrompersi e a vivere negli abusi
· la libertà può reggersi e durare solo per un certo tempo e a certe condizioni, ed è lo studio di queste condizioni che bisogna affrontare (evitando formule filosofiche): il capitolo XI dell’Esprit des lois scrive sulla notissima definizione di “libertà politica”- col nesso tra libertà e sicurezza ricomposto dopo la frattura di Hobbes: consiste in quella tranquillità di spirito che proviene dalla convinzione che ciascuno ha della propria sicurezza, organizzata in modo che nessun cittadino possa temere di un altro cittadino; non vi è libertà quando non c’è separazione dei tre poteri legislativo-esecutivo-giudiziario
· tale teoria della divisione dei poteri, riproduce in forma nuova l’antica dottrina del governo misto: un discorso di ingegneria socio-costituzionale e storicistico
· l’elogio del sistema inglese si fonda su una valutazione fisicista dei rapporti istituzionali – fondati su equilibrio
· indicando lo stato libero anche in luogo di governo libero, individua una libertà soggettiva, da una oggettiva, che deriva dalla strutturazione della sicurezza dello stato, volta ad impedire la prevaricazione di uno sull’altro
· in nessun altro testo dell’età moderna, l’osmosi tra libertà dei singoli e delle istituzioni (libertà agganciata a condizioni strutturali) – nucleo centrale del governo libero – è meglio argomentata, ragionando di politica in termini scientifici in modo da non cadere in contraddizione con la realtà delle cose
· non elaborò una teoria dei diritti di natura: la condizione pre-civile è uno stato di bisogno e di debolezza, poi superato in senso evolutivo da un pacifico istinto di conservazione del proprio essere, poiché in natura la situazione primigenia è la pace e non la guerra, mentre lo stato di guerra può presentarsi proprio in società a causa dell’ambizione (concetto ripreso da Rousseau)
· non crede perciò nella dottrina del contratto sociale: la libertà non va dal basso verso l’alto, o viceversa, ma un amalgama, un impasto di fattori, che lo studio della storia può contribuire a dipanare, anche se è sempre accompagnata dalla suddetta relatività (esprit général)
· nell’estrema relatività del tutto, l’arbitrio individuale c’è, ma è limitato a seconda dei vari assetti storicamente e sociologicamente predeterminati
· le norme positive si presentano come jus gentium, il più vicino all’ordine naturale: il legislatore deve attenersi al carattere del popolo e alla ragione universale – da II libro dell’Esprit – dove le leggi positive vengono messe in relazione con l’ordine di natura, non libertà negativa in senso hobbesiano (assenza di impedimenti materiali) lockeano (Stato che tutela i diritti naturali) o libertà positiva dei filosofi classici, bensì:
1) no costrizione da parte di un potere arbitrario
2) in conformità a quanto le leggi consentono
3) le leggi positive sono il prodotto di un corpo collettivo bilanciato e convergente, in accordo con la costituzione materiale della società-leggi generali e principi degli ordinamenti concreti-leggi particolari [le leggi formali determinano il valore marginale/aggiunto che fa aumentare o diminuire la libertà: massimo delle città libere rette a repubblica o monarchie costituzionali rappresentative, minimo dei regimi dispotici]
· la scienza politica può guidare l’opera del legislatore nella ricerca del giusto mezzo, stabilendo la conformità delle forme di governo alle condizioni materiali di vita ed alle esigenze del popolo, intendendo la libertà su 2 livelli a) costituzione del sistema di governo b) il suo funzionamento
· non ha ragione Hobbes nella libertà del principe una volta investito di autorità per mezzo del contratto sociale col popolo, perché dimentica il principio di diritto naturale del pacta sunt servanda, secondo cui il popolo lo ha autorizzato alla condizione del rispetto della convenzione col popolo che non prescinde dal suo volere
· avendo presente Locke riflette sul concetto di rappresentanza politica: una libertà politica inglese basata su una dialettica di forze, dove il cittadino non rinuncia a se stesso per amor di patria (o dove l’aristocrazia diventa casta e pretende il popolo suddito) (anche se “quasi tutti i popoli dell’Universo sono ben lontani dalla libertà cui aspirano”)
· il tema del relativismo motesquieuviano provocò fastidio a illuministi e conservatori: la libertà è maggiore in proporzione alla giurisdizione legalitaria delle repubbliche grandi o federate (in quelle piccole non vige libertà) o alla pluralità di elementi personali e di giurisdizione nelle monarchie miste; in Inghilterra la libertà politica ha preso il posto dell’onore ed è avvenuta una saldatura tra costituzione e spirito di libertà, una libertà come “bene che permette di godere di tutti gli altri beni”, all’interno di un governo misto con equilibrio di fattori (e non nel governo misto a predominanza parlamentare di Locke!): gioco di forze e contro-forze in accordo col movimento necessario delle cose [grado di libertà in base alla distribuzione dei tre poteri
· “bisognerebbe che il corpo del popolo avesse direttamente il potere legislativo; ma poiché ciò è impossibile nei grandi stati, ed è soggetto a molti inconvenienti nei piccoli, bisogna che il popolo faccia per mezzo dei suoi rappresentanti tutto ciò che non può compiere direttamente”, “non bisogna dunque che i membri del corpo legislativo provengano in generale da tutta la nazione, ma conviene che, in ciascun luogo importante, gli abitanti si scelgano un rappresentante […] il grande vantaggio di avere dei rappresentanti è che essi sono capaci di discutere di pubblici affari. Il popolo non ne è affatto in grado, e questo costituisce uno degli inconvenienti principali della democrazia”


Fonti:
Le forme di governo, Nicola Matteucci
Alla ricerca del governo libero, Carlo Carini
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