Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze, Norberto Bobbio

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Pico della Mirandola, Discorso - esoterico - sulla dignità dell’uomo

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Il testo integrale qui.

"Prese allora l'uomo, opera di aspetto indefinito, e postolo nel mezzo dell'universo, così gli parlò: "Non ti abbiamo dato né una sede determinata, né un aspetto tuo proprio, né alcun dono speciale; o Adamo, perché quella sede, quell'aspetto che  tu in sicurezza avrai bramato, tu, per tua desiderio, per tua decisione ce li possa avere e possedere."
Per tutti gli altri la loro natura già di per sé definita è costretta entro leggi da noi prescritte: tu, non costretto da nessuna limitazione, di tuo libero arbitrio, sotto la cui potestà ti ho posto, te la determinerai da solo".

Qui Pico sembra un altro Socrate: parlando dell'uomo posto nel mezzo dell'universo senza alcun dono speciale e quasi senza importanza in realtà ne esalta la centralità affermando che c'è - fra le altre - una legge speciale per lui (che noi chiamiamo libero arbitrio), che è la creazione di qualcosa di nuovo attraverso ciò che vogliamo, la nostra volontà, che è superiore perfino agli angeli, che non hanno libero arbitrio, ma lodano costantemente l'Uno a prescindere. Inoltre abbiamo la parola per esprimere questa volontà e siamo per forza di cose i più vicini a Dio, non tanto per altezza ma per la linea verticale del nostro corpo, laddove gli animali sono in linea orizzontale.

"...penetri l'animo una per così dire santa ambizione, talché, non soddisfatti delle mediocrità, aneliamo alle altezze e quelle, dal momento che si può quando si vuole, ci sforziamo di raggiungere con tutte le nostre forze."

Qui è chiara la sacralità del Desiderio (la traduzione italiana "ambizione" è limitativa come accezione)
"Sdegnamo le cose terrestri, trattiamo con indifferenza quelle del cielo, e volgendo infine le spalle a tutto ciò che appartiene al mondo, voliamo al consesso oltremondano che è il più prossimo alla più eccelsa divinità."
Arde il Serafino del fuoco della carità; rifulge il Cherubino dello splendore dell'intelligenza; sta il Trono nella fermezza della giustiziaSe dunque, dediti alla vita operosa ci assumeremo con retto criterio il governo delle cose inferiori, saremo resi saldi con la ferma solidità dei Troni. Se, riusciti a liberarci delle cose pratiche, meditando nella creazione il Creatore, nel Creatore la creazione opereremo nella quiete della contemplazione, rifulgeremo da ogni parte di cherubica luce."


Meditazione e contemplazione.

"toccare le scale del Signore con il piede sporco o con mani mal pulite? All'impuro, come sta scritto nei misteri, non è lecito accedere al puro. Ma quali piedi? quali mani? Di certo il piede dell'anima: che è quella parte dispregiatissima che per sua natura si poggia sulla materia come al suolo della terra."

2 considerazioni:
- se i piedi stanno a terra, ben ancorati, e ci permettono di stare eretti; e se le mani si possono muovere a piacere attraverso le braccia un motivo c'è senz'altro;
- ritualità bianca e nera adoperano gli stessi mezzi, lo stesso zolfo e mercurio, ma la prima opera quando essi sono allo stato puro, l'altra allo stato impuro (toccare le scale del Signore con il piede sporco o con mani mal pulite? All'impuro, come sta scritto nei misteri, non è lecito accedere al puro).

"Ma non sarà abbastanza neppur questo se aneliamo a divenire compagni degli angeli che percorrono la scala di Giacobbe se non saremo stati prima messi bene in grado ed istruiti a procedere di gradino in gradino nel modo dovuto, a non esorbitare mai dalla tratta delle scale e ad incontrare gli alterni percorsi."

Umiltà nel procedere; alterni percorsi (bianco e nero, positivo e negativo, sole e luna)

"Giacché che cos'altro stanno a significare i gradi osservati negli arcani dei Greci per gli iniziati? Ai quali, resi mondi dapprima per mezzo di quelle che abbiamo detto quasi arti purificatrici, la morale e la dialettica, era dato il permesso di accesso ai misteri. Che cos'altro può essere se non l'interpretazione, attraverso la filosofia, della natura più occulta?"

La filosofia, allo stesso modo di Socrate-Platone, si evince che non è il discutere su qualcosa, ma un mezzo per raggiungere e disvelare questa natura più occulta.

"...dopo che attraverso la morale ci saremo sia liberati dei fluidi bisogni delle passioni traboccanti, sia avremo tagliato le punte delle unghie come se fossero le acute prominenze dell'ira e gli aculei dell'anima, allora finalmente incominciamo a prendere parte alle sacre cerimonie, vale a dire ai già menzionati misteri di Bacco e ad attendere alla nostra contemplazione di cui a ragione è detto padre e guida il Sole. In ultimo ci consiglierà di nutrire il gallo, che è come dire pascere con la conoscenza delle cose divine, quasi solido cibo e ambrosia celeste, la parte divina dell'anima nostra. Questo è il gallo il cui aspetto il leone, cioè ogni potenza terrena, teme e riverisce. Questo è il gallo a cui leggiamo in Giobbe essere stata data l'intelligenza. Al canto di questo gallo l'uomo aberrante si ravvede. Questo gallo nel crepuscolo mattutino, di concento con gli astri del mattino canta ogni giorno lodiamo il Signore."

Qui "morale" non ha il significato noto: si può interpretare come Conoscenza.
Liberazione dai bisogni-passioni-7 e più vizi;
bisogna prender parte alle cerimonie sacre, e la nostra guida è il sole;
va nutrito il gallo con il suo zolfo, "ambrosia celeste" e parte divina;
e bisogna operare al crepuscolo, di concerto con gli astri e con la Parola.

"Interrogandolo i discepoli su come potevano ottenere anime alate con ali bene impiumate, rispose: "irrigatele con l'acque della vita." Di nuovo chiedendogli da dove prendere quest'acqua, rispose loro, come era abitudine del nostro, con una parabola: "Da quattro fiumi è bagnato ed irrigato il Paradiso di Dio."

L'anima alata, corpo lunare e solare, deve avere ali "ben impiumate": la purificazione deve essere ben compiuta e l'astrale ben fissato; e ciò va costantemente alimentato con gli umori dei 4 fiumi del paradiso.

"Mantenere dunque queste cose nascoste al volgo, da comunicare ai perfetti, fra i quali soltanto dice Paolo di esprimere la sapienza, non fu frutto di umano provvedimento, ma di divino precetto. E questa prassi gli antichi filosofi osservarono scrupolosissimamente. Pitagora non lasciò niente per scritto, se non alcune poche parole che morendo affidò alla figlia Damo. Le sfingi scolpite sui templi egizi di questo ammonivano, che i mistici dogmi fossero custoditi coi nodi degli enigmi inviolati dalla massa profana."

Dell'opera non bisogna parlarne, non solo per il pericolo di "cattive mani" ma perchè l'aria sgonfia l'opera se il silenzio non viene rispettato


"Passati quaranta giorni l'Altissimo parlò e disse: Le cose che scrivesti prima mettile a disposizione di tutti, che le leggano i degni e gli indegni: ma questi ultimi settanta libri li conserverai onde affidarli ai sapienti del tuo popolo. Giacché in essi risiede la vena dell'intelletto e la fonte della sapienza e il fiume della scienza. E così ho voluto."
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