Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze, Norberto Bobbio

La Cina nell'economia mondo

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· Dopo le riforme del 1980 l’apertura alla divisione internazionale del lavoro e alla globalizzazione è stata graduale, sia per una scelta interna che per le leggi-embargo degli altri Paesi
· Le riforme politiche, sociali e tecnologiche possono essere “pagate” solo con le esportazioni: il commercio estero è così subordinato alle esigenze interne della solidarietà sociale; invece il dogmatismo liberale privilegia anzitutto l’espansionismo, che possa creare dei vantaggi comparati, dei plusvalori, e quindi dei profitti

 · la storia della globalizzazione capitalistica non è quella del successo delle politiche di recupero fondate sull’aggiustamento del mercato e sui vantaggi comparati, ma quella della polarizzazione centri-imperialistici periferie sfruttate
· inoltre, l’apertura del conto capitale, dei flussi di capitali, considerando l a moneta merce alla stregua delle altre, ha amplificato problemi, contribuendo a creare la crisi finanziaria del sud-est asiatico e della Corea nel 1997. Tuttavia questa crisi non ha spinto i liberali cinesi a rivedere le loro scelte fondamentali: si continua a dare la priorità alle industrie “export-oriented”, si riprende il discorso dell’Fmi attribuendo la crisi a cause secondarie, e si propone come rimedio la semplice riforma del sistema bancario
· l’adesione al Wto comporterà un disastro nell’agricoltura cinese. Per via delle regole imposte al commercio internazionale dalla istituzione, obbligando la Cina a rinunciare all’autonomia alimentare che aveva conquistato e a smantellare industrie fondamentali che però risultano troppo costose
· l’idea aprioristica che il settore privato sia più efficiente ha portato a trasformare le imprese di Stato in s.p.a.; e il discorso – vero – del disavanzo e delle tecnologie superare spiega senz’altro la crisi di competitività (che si può correggere), ma è sbagliato a identificarla anche con quella di efficienza
· e il rischio è che si privatizzino anche servizi sociali come la sanità o l’istruzione (es. del sangue: la gente delle campagne dona il sangue, la cui donazione è obbligatoria, al posto dei ricchi che non lo vogliono donare, facendosi dare dei soldi; spesso è sangue malato; e quando il ricco ha bisogno di una trasfusione, spesso deve pagare ancora per avere sangue non infetto)
· le tre prospettive di sviluppo della Cina all’alba del XXI secolo sono secondo Samir Amin: 1) un progetto imperialista di smembramento del paese e di sfruttamento delle regioni costiere da parte del capitale straniero 2) uno sviluppo capitalistico “nazionale” 3) un progetto che associ in modo complementare e conflittuale allo stesso tempo le logiche capitalistiche e quelle sociali (che dei tre sembra quello posto in essere oggi)
· ma l’apertura al mercato e la deregolamentazione non è una forma di democratizzazione, bensì l’affermazione autocratica del potere delle classi dirigenti
· ma la centralità del dibattito sta nei mezzi politici statali utilizzati: se dare (modello 2) o meno (modello 3) la priorità alla riduzione delle diseguaglianze sociali, cui Samir Amin dà particolare importanzasi deve guardare ad una democratizzazione reale, piuttosto che ad una «democrazia a bassa intensità» proposta dalla ideologia occidentale dominante, inteso – da Samir Amin – come pluripartitismo politico reso impotente dalla dittatura di mercato

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