Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze, Norberto Bobbio

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Il Castello Interiore di S. Teresa d'Avila: mansioni interiori, moti dell'anima e matrimonio spirituale

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Tra gli scritti di Teresa d'Avila, sicuramente "Il castello interiore" è l'opera più matura e sistematica (il testo integrale lo trovate qui). Con la metafora del viaggio attraverso le sette dimore del castello, Teresa descrive il percorso verso la preghiera, percorso fatto di fatiche, di rischi e possibili illusioni, ma anche segnato dalla gioia e dalla consolazione.
I passi importanti sono molti, e per certi versi quanto dice Santa Teresa ricalca, in parte quanto dice Saint-Martin in merito all’importanza della meditazione, della preghiera e dell’iniziazione del Cuore.

- ​Le prime Mansioni (2 capitoli) sono le anime che hanno desideri di perfezione, ma sono ancora immerse nelle preoccupazioni del mondo, da cui devono fuggire cercando la solitudine.
- Le seconde Mansioni (1 capitolo) sono per le anime che possiedono una grande determinazione di vivere in grazia e che si danno, pertanto, all’orazione e a qualche mortificazione, tuttavia tra molte tentazioni perché non vogliono lasciare del tutto il mondo.
- Le terze Mansioni (2 capitoli) sono per le anime che esercitano le virtù e l’orazione, ma con un dissimulato amore per se stessi. Hanno bisogno di umiltà ed obbedienza.
- Le quarte Mansioni (3 capitoli) sono per le anime che sono già all’inizio delle realtà "soprannaturali": l’orazione di quiete ed un principio di unione. I frutti non sono ancora stabili; le anime devono per ciò fuggire dal mondo e dalle occasioni.
- Le quinte Mansioni (4 capitoli) sono già in piena vita mistica, con l’orazione di unione che è soprannaturale e che viene concessa da Dio come quando vuole, benché l'anima debba disporvisi. I veri segni di questa unione è che deve essere totale, che non manchi la certezza della presenza di Dio e che siano presenti tribolazioni e dolori in cui l'amore verso Dio sia messo alla prova. Qui è necessaria un’autentica fedeltà.
- Con le seste Mansioni (11 capitoli) si giunge ad un’alta purificazione interiore dell'anima, e tra le grazie che le vengono concesse, del tutto soprannaturali, ci sono le locuzioni, estasi, e altre. È presente un forte zelo per la salvezza delle anime, che porta ad abbandonare la propria solitudine. È necessaria la contemplazione dell'umanità di Cristo per arrivare agli ultimi gradi della vita mistica.
- Le settime Mansioni (4 capitoli) sono la vetta della vita spirituale, in cui si riceve la grazia del matrimonio spirituale ed un’intima comunicazione con la Trinità, da cui sgorga spontaneamente per l’anima una grande pace, rimanendone contemporaneamente attiva e contemplativa. Una contemplazione che non è solo soggettiva, ma che trascende l’uomo stesso.

Si potrebbero notare questi passi importanti:

- Mentre l’anima è fuori di sé, le vengono mostrate grandi cose, e quando ritorna in sé si ritrova con grandissimi vantaggi. Le cose della terra le appaiono così spregevoli che, di fronte a quelle vedute, le sembrano immondezze. D’allora in poi non vive quaggiù che con pena, non essendovi nulla che la possa ancora interessare di ciò che prima le soleva essere attraente.

- Tuttavia, quando il fuoco interno è violento, il cuore, benché duro, distilla come un lambicco. Se le lacrime vengono da questa fonte, non potrete non accorgervene, perché in luogo di turbare, confortano, lasciano nella pace, e rare volte fan male.

- Il dolore dei peccati cresce in proporzione dei favori che Dio elargisce; e ritengo che non cessi se non in quel luogo dove nessuna cosa può dar pena.
Però, il dolore è più o mene pungente, e non si fa sempre sentire nel medesimo modo.
E’ un po’ il fatto che ognuno porta la croce che è in grado di portare.

- Con queste grazie così elevate l’anima desidera sì al vivo di godere in pieno Chi gliele fa, che vivere per lei diviene un grande, benché delizioso tormento.
Sospira ardentemente di morire, e con lacrime incessanti supplica il Signore di toglierla da questo esilio, dove tutto l’annoia. Ha un po’ di sollievo nel ritirarsi in solitudine, ma la pena non tarda molto a tornare.

- Spesso per accendere la volontà si ha bisogno dell’intelletto.

- Mi chiedevo una volta perché Dio ami tanto l’umiltà, e mi venne in mente, d’improvviso, senza alcuna mia riflessione che ciò dev’essere perché Egli è somma Verità, e che l’umiltà è verità.
Allora quella persona comprende quanto più grandi delle pene del corpo siano quelle dell’anima, e pensa che di questa natura debbano pur essere quelle del purgatorio, dove l’assenza del corpo non impedisce all’anima di soffrire assai di più che non qui sulla terra in compagnia del corpo.
Del resto è giusto che il molto costi molto, massimamente quando serve a purificare l’anima per poi introdurla nella settima mansione, come il purgatorio purifica quelle che devono entrare nel cielo, tanto più che innanzi alla grandezza dello scopo, quel tormento si fa piccolo, come goccia di acqua di fronte al mare, nonostante che in sé sia di un’afflizione così angosciosa da superare, a mio parere, tutte le pene della terra.

- Benché nelle altre mansioni vi sian bestie velenose, grande confusione e se ne oda il tumulto, l’anima rimane al suo posto e non vi è nulla che la smuova. Il rumore che sente le può dare un po’ di noia, ma non l’inquieta, né le fa perdere la pace, perché le passioni sono vinte e temono di entrare da lei, per non doverne uscire più umiliate.
Ecco che abbiamo il corpo indolenzito ma la testa sana.

- Ella non si preoccupa più di nulla. Non vuol essere nulla in nessuna cosa, eccetto quando vede di poter alquanto contribuire nell’accrescere, anche solo di un punto, l’onore e la gloria di Dio: per questo sacrificherebbe volentieri la vita.
Non dovete però credere, figliuole, che trascuri di mangiare e dormire, benché le sia di gran tormento, e nemmeno che lasci di compiere i doveri a cui per il suo stato è obbligata: qui non parliamo che delle disposizioni interiori.

Altri passi da notare potrebbero essere i seguenti:


- Vengano anche lacrime quando Iddio ce ne favorisca; ma non si faccia nulla per procurarle. Anzi, meno ce ne cureremo, meglio inaffieremo la nostra arida terra, aiutandola più efficacemente a dar frutti con l’acqua che viene dal cielo, paragonata alla quale non ha proprio a che fare quella che troviamo noi a forza di scavare.

- Siccome il lavoro della meditazione è tutto nel cercare il Signore, una volta trovatolo, e abituatisi a cercarlo con le operazioni della volontà, l’anima non vuol più stancarsi nel mettere in moto l’intelletto. Può essere inoltre che la volontà, sentendosi infiammata, non voglia più servirsi dell’intelletto. Potendolo non sarebbe male; ma non si può, specialmente quando non si è ancora arrivati a queste sublimi mansioni, e così non si fa che perdere tempo.

- Quest’anima che Egli spiritualmente ha già accettato in sua sposa, la introduce, prima che il matrimonio spirituale si consumi, nella sua stessa mansione, che è questa settima di cui parliamo.

- In quelle anime ben disposte dovevano operare in tal modo da spogliarle di ogni cosa corporea, lasciandole nello stato di puri spiriti, acciocché potessero congiungersi, mediante questa unione celeste, con lo Spirito increato, essendo ormai fuor di dubbio che tanto più Egli ci riempie di sé, quanto più ci vuotiamo di ogni cosa creata, distaccandocene per amor suo.

- Il modo con cui Dio arricchisce ed istruisce l’anima in questa orazione è così calmo e silenzioso da fare pensare alla costruzione del tempio di Salomone, durante la quale non si sentiva il minimo rumore.
L’intelletto non ha movimenti né ricerche da fare.

- Come deve trascurare il proprio riposo l’anima che vive così unita al Signore! Come non si deve curare dell’onore! Come dev’essere lontana dal desiderare d’essere stimata in qualche cosa! Sì, se ella s’intrattiene spesso con Lui, come sarebbe doveroso, finisce col dimenticare se stessa per esaurire ogni sua preoccupazione nel cercare di maggiormente contentarlo e nel conoscere in quali cose e per quali vie possa mostrargli l’amore che gli porta.
Questo è il fine dell’orazione, figliuole mie. A questo tende il matrimonio spirituale: a produrre opere ed opere, essendo queste, come ho detto, il vero segno per conoscere se si tratta di favori e di grazie divine.

​Se mi sfuggirà qualche cosa di non conforme a quanto insegna la S. Chiesa Cattolica Romana, ciò non sarà per malizia, ma per pura ignoranza, poiché, grazie a Dio, sono stata, sono e sarò sempre ad essa soggetta.

Possiamo considerare la nostra anima come un castello fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel quale vi siano molte mansioni, come molte ve ne sono in cielo

Il nostro intelletto, per acuto che sia, non arriverà mai a comprenderla, come non potrà mai comprendere Iddio, alla cui immagine e somiglianza noi siamo stati creati.
 benché tra il castello e Dio vi sia sempre la differenza di Creatore e creatura, essendo anche l’anima una creatura.

Sembra che dica uno sproposito, perché se il castello è la stessa anima, non si ha certo bisogno di entrarvi, perché si è già dentro. Non è forse una sciocchezza dire a uno di entrare in una stanza quando già vi sia? Però dovete sapere che vi è una grande differenza tra un modo di essere e un altro, perché molte anime stanno soltanto nei dintorni, là dove sostano le guardie

la porta per entrare in questo castello è l’orazione e la meditazione.

Non chiamo infatti orazione quella di colui che non considera con chi parla, chi è che parla, cosa domanda e a chi domanda, benché muova molto le labbra.
Alle volte sarà buona orazione anche questa, quantunque non accompagnata da tali riflessioni, purché queste si siano fatte altre volte.

Non parliamo dunque di queste anime paralitiche, alle quali, se il Signore non comanderà di alzarsi come al paralitico che stava da trent’anni alla piscina, toccherà serio pericolo e sventura assai grave.

Parliamo, invece di quelle che poi finiscono con entrare nel castello. Benché ingolfate nel mondo, non mancano di buoni desideri: di tanto in tanto si raccomandano a Dio, e, sia pure in fretta, rientrano in se stesse con qualche considerazione. Pregano qualche volta al mese, benché distrattamente, dato che il loro pensiero è quasi sempre tra gli affari

Si deve intanto considerare che la fonte, o, a meglio dire, il Sole splendente che sta nel centro dell’anima, non perde per questo il suo splendore né la sua bellezza. Continua a star nell’anima, e non vi è nulla che lo possa scolorire. Supponete un cristallo esposto ai raggi del sole, ravvolto in un panno molto nero: il sole dardeggerà sulla stoffa, ma il cristallo non ne verrà illuminato.

Anime redente dal sangue di Gesù Cristo, aprite gli occhi e abbiate pietà di voi stesse! Com’è possibile che, persuase di questa verità, non procuriate di togliere la pece che copre il vostro cristallo? Se la morte vi sorprende in questo stato, quella luce non la godrete mai più!...

Quella persona inoltre diceva di aver ricavato due vantaggi dalla grazia di cui Dio l’aveva favorita: anzitutto, un timore grandissimo di offenderlo, per cui alla vista di così gravi danni continuava a pregarlo di non lasciarla cadere; e, in secondo luogo, uno specchio di umiltà

Egli vi abita come in una palmista [palma tipica dell’Andalusia, ndr] di cui non si può prendere il buono se non togliendo le molte foglie che lo coprono.

Importa molto che un’anima di orazione, a qualunque grado sia giunta, sia lasciata libera di circolare come vuole, in alto, in basso, e ai lati, senza incantucciarla e restringerla in una sola stanza.

Torno dunque a ripetere che è assai utile, – anzi, utile in modo assoluto – che prima di volare alle altre mansioni, si entri in quelle del proprio conoscimento, che sono le vie per andare a quelle.

Ma credo che non arriveremo mai a conoscerci, se insieme non procureremo di conoscere Dio. Contemplando la sua grandezza, scopriremo la nostra miseria

Mantenendoci di continuo nella ignominia della nostra terra, le nostre correnti possono intorbidirsi a contatto con il fango del timore, della pusillanimità, della codardia

Questa mansione, benché sia la prima, è così eccellente e preziosa che se l’anima sa sottrarsi agli animali che l’ingombrano, non lascerà di andare innanzi.
terribili ed astute sono le insidie del demonio per impedire che le anime conoscano se stesse e la strada per cui camminano.

Le anime vi entrano in molti modi, e tutte con buona intenzione. Ma siccome il demonio è maligno, deve aver appostato in ogni stanza legioni di suoi pari

Ciò nonostante desiderano di non offendere il Signore, e fanno qualche opera buona.
Coloro che si trovano in questo stato devono far di tutto per ricorrere spesso al Signore, e non avendo vassalli capaci di difenderli, prendere per intercessori la benedetta Madre di Dio e i suoi santi, perché combattano per loro.

Quanto alla luce che si diffonde dal palazzo reale, dovete avvertire che le prime mansioni ne ricevono assai poca.

Non per difetto dell’appartamento, ma per ragione delle molte cose nocive, serpenti, vipere e animali velenosi

Eppure per entrare nelle seconde mansioni bisogna che si disbrighi da tutte le cure ed affari che non siano indispensabili, sia pure in conformità al suo stato.
Ciò è di tanta importanza che se non comincia subito a farlo, non solo non arriverà alla mansione principale, ma sarà pure impossibile che, senza grande pericolo, rimanga nella mansione che occupa, benché già nel castello

È per i nostri peccati se molte anime, dopo aver ricevuto tante grazie, le lasciano miseramente perire per loro colpa. Esteriormente noi siamo libere. Piaccia a Dio che lo siamo pure interiormente!

Ispira egli a una sorella desideri così violenti di penitenza, da farle credere di non aver riposo se non allora che si sta martoriando. Fin qui nulla di male.
Ma ecco che la Priora le ordina di non fare penitenza senza suo permesso. Il demonio allora le fa credere che in cosa tanto buona può prendersi qualche libertà! Ed ella si macera in segreto fino a rovinarsi la salute e a non poter più seguire la Regola.

Ma ne può venire che costei scorga gravi mancanze in ogni minimo difetto delle consorelle, e si ponga ad osservare se ne commettono per poi avvisarne la Priora.
Può intanto avvenire che per meglio zelare l’osservanza religiosa, non si accorga delle sue trasgressioni, per cui le altre, che non sanno nulla delle sue intenzioni, vedendo la cura che si prende per ciò che non la riguarda, possono aversela a male.

Ciò che qui il demonio pretende non è certo da poco. Suo scopo è di raffreddare la carità e l’amore vicendevole, il che è assai grave. Persuadiamoci, figliuole mie, che la vera perfezione consiste nell’amore di Dio e del prossimo.

Sua Maestà sa aspettare anche per molti giorni ed anni, specialmente quando vede perseveranza e buoni desideri. Questa disposizione è assolutamente necessaria

Ma qui l’intelligenza è più viva, le potenze più abili, i colpi delle artiglierie nemiche più violenti, ed è impossibile non sentirli.
I demoni mettono innanzi tutti i beni e i piaceri del mondo, che sono le serpi di cui parlo; li fanno apparire quasi eterni

E chi è che preferisca imitare il figliuol prodigo, pascendosi con il cibo dei porci, quando in casa sua ha tutto quello che gli occorre, quando soprattutto ha un Ospite così grande che lo mette in possesso di ogni sorta di beni, solo che lo voglia?

Non è in queste mansioni che la manna viene dal cielo, ma più innanzi, là dove l’anima ha tutto quello che vuole, perché non vuole se non quello che Iddio vuole.

In fatto di sofferenze esterne, vi parrà d’essere pronte a sopportarle, purché Dio vi consoli interiormente.
Ma il Signore sa meglio di noi quello che ci conviene, e non ha certo bisogno che lo consigliamo noi. Alle nostre richieste potrebbe rispondere, e a ragione: Non sapete quello che domandate!
L’unica brama di chi vuol darsi all’orazione – non dimenticatelo mai, perché è importantissimo – dev’essere di fare di tutto per risolversi e meglio disporsi a conformare la sua volontà a quella di Dio.

Perciò, se qualche volta cadete, non dovete così avvilirvi da lasciare d’andare innanzi. Da quella caduta il Signore saprà cavare del bene

Il Signore dice: Nessuno va al Padre se non per me
E ancora: Chi vede me, vede il Padre mio.

Che gioia si può mai avere in mezzo a tanti timori, quando non si vuol altra gioia che di contentare il Signore?

(Salomone era figlio di David, ma nella sua tarda età rinnegò il vero Dio per darsi al culto degli dei stranieri.) Non fidatevi né della stretta clausura, né della penitenza che fate. Nemmeno vi assicuri la vostra costante occupazione nelle cose di Dio, nel, continuo esercizio dell’orazione e nel ritiro assoluto dal mondo, che vi pare anzi di odiare. Tutto questo è buono; ma non deve bastare a farvi smettere di temere.

Siccome queste anime sentono che per nulla al mondo commetterebbero un sol peccato – e molte di esse neppure un peccato veniale avvertito – e vedono che impiegano bene la loro vita e le loro ricchezze, non sanno sopportare con pazienza di trovar chiusa la porta dell’appartamento del Re, di cui si tengono e sono vassalle. Non riflettono però che molti sono i vassalli anche intorno ai re della terra, ma che non tutti possono entrare nella loro stanza.
Figliuole mie, rientrate in voi stesse e non curatevi dei vostri piccoli atti di virtù, giacché, come cristiane, siete obbligate a farne di ben altri.


Se si persevera in questo spogliamento ed abbandono di ogni cosa, si otterrà quanto si brama, a condizione però – e lo raccomando moltissimo – che ci si tenga per servi inutili né mai si creda che Dio sia obbligato a darci quei favori quasi a premio di quello che si fa.

Chi più riceve, più è obbligato a dare

Le consolazioni Egli le comparte ai più deboli: spesso è così, e l’avrete letto anche voi.
purtroppo, siamo più amici delle consolazioni che delle croci.

Iddio, volendo che i suoi eletti tocchino con mano la loro miseria, sottrae un poco il suo favore: e questo basta per dar loro a conoscere chi sono.

Un’occasione di fare acquisto di maggiori ricchezze. Riceverle, se vengono date, passi; ma procurarle, e, dopo averle ottenute, affaticarsi per acquistarne di più, abbia pure le migliori intenzioni del mondo – e veramente ottime dovrà averle, trattandosi di persona virtuosa e di orazione – stia pur sicura che non arriverà mai alle mansioni superiori, più vicine al Re.

L’importante – credetemi – non è nel portare o nel non portar l’abito religioso, ma nel praticare 1a virtù, nel sottometterci in tutto allo volontà di Dio, affinché la nostra vita scorra in conformità delle sue disposizioni, e nel non volere che si faccia la nostra, ma la sua volontà.

Quello che importa è di non fermarci colpevolmente.
Se ciò non avviene, il Signore è giusto e ci darà per altre vie quello che ci nega per questa!

Rinnegare in tutto la propria volontà, causa ordinaria di ogni nostra rovina: perciò, non una guida che abbia le stesse nostre vedute e agisca con troppi riguardi, ma che sia staccata da tutto

L’amore di Dio non sta nei gusti spirituali, ma nell’essere fermamente risolute a contentarlo in ogni cosa, nel fare ogni sforzo per non offenderlo, nel pregare per l’accrescimento dell’onore e della gloria di suo Figlio

Come non possiamo fermare il movimento del cielo che continua sempre nella sua corsa vertiginosa, così non possiamo fermare il pensiero.
E noi intanto, immaginandoci che dietro al pensiero vadano anche le altre potenze, crediamo di smarrirci e di impiegare malamente il tempo che passiamo innanzi a Dio, quando invece può darsi che mentre l’anima è assorta in Lui nelle mansioni più elevate, il pensiero si aggiri nelle vicinanze del castello soffrendo e lottando fra una quantità di bestie feroci e velenose, con grande suo merito.
Perciò non dobbiamo turbarci, né abbandonare l’orazione, che è appunto lo scopo del demonio, ma persuaderci che la maggior parte di queste inquietudini e sofferenze derivano dal non conoscere noi stessi.

Maciniamo la nostra farina senza curarci di questa battola di molino, facendo agire la nostra volontà e il nostro intelletto.

Questo disturbo si sente più o meno. a seconda della salute e dei tempi. La povera anima si rassegni a soffrire, anche se non ne ha alcuna colpa. Del resto, commettiamo tanti altri difetti che è doveroso aver pazienza!

Questi due bacini si riempiono di acqua, ma in modo diverso. In uno l’acqua viene da lontano per via di acquedotti e di artificio, mentre l’altro, essendo costruito nella sorgente, si riempie senza rumore.

L’acqua che viene per i condotti rappresenta, secondo me, i contenti che sgorgano dalla meditazione e che noi ci procuriamo con le nostre riflessioni, meditando sulle creature e stancandoci l’intelletto. Siccome sono frutto di nostra industria, quando devono apportare all’anima qualche vantaggio, lo fanno con rumore.

Nell’altro bacino, invece, l’acqua deriva dalla stessa sorgente che è Dio; e quando Sua Maestà si compiace di accordare qualche grazia soprannaturale, l’acqua fluisce nel più profondo dell’anima con pace, dolcezza e tranquillità inesprimibile, senza che si sappia donde e in che modo scaturisca.
L’acqua si riversa per ogni mansione e in tutte le potenze, sino a raggiungere il corpo: perciò ho detto che comincia in Dio e finisce in noi. In questo gusto e soavità l’uomo esteriore va tutto immerso, come sa bene chi l’ha provato.

Scrivendo queste righe, ricordo il versetto accennato: Dilatasti cor meum, nel quale si dice che il cuore si è dilatato. Tuttavia, mi pare che questi effetti, invece di nascere dal cuore, provengano da un punto più interno, come da una cosa molto profonda.

Appena l’acqua celeste comincia a sgorgare dalla sua sorgente, vale a dire dal profondo di noi stessi, sembra che il nostro interno si vada dilatando ed ampliando, empiendosi di beni eccellenti ed ineffabili, tanto che la stessa anima non sa comprendere ciò che allora riceve.
Il fuoco non si vede, né si sa dove sia, ma il calore e il fumo odoroso penetrano tutta l’anima, arrivando spesso, come ho detto, ad investire anche il corpo.

Non è questa una cosa che si possa immaginare di sentire, perché non vi riusciremmo neppure impiegandovi tutte le nostre diligenze.
E da ciò si vede che non è opera del nostro metallo, ma dell’oro purissimo della Sapienza divina.

Dopo aver fatto ciò che si esige per le mansioni precedenti, si richiede umiltà e ancora umiltà. Questa virtù inclina il Signore ad accondiscendere alle nostre brame.
E il primo segno per vedere se ne siete in possesso è credere fermamente che di queste grazie e gusti divini siete indegne, e che mai vi saranno accordati in tutta la vostra vita.

La prima, che per ricevere queste grazie è necessario amare il Signore senza alcun interesse. La seconda, che è mancanza di umiltà credere che i nostri meschini servizi possano meritare un tal bene.
La terza, che la vera disposizione per noi, che abbiamo tanto offeso il Signore, non è già di aspirare ai gusti spirituali, ma di bramare sinceramente di soffrire e di renderci simili a Lui.
La quinta ragione è che faticheremo inutilmente. Siccome quest’acqua non è condotta per via di canali come la precedente, se la fonte si rifiuta di produrla, ci stancheremo senza alcun risultato.
Voglio dire che nonostante le nostre frequenti meditazioni e gli sforzi che facessimo per versar lacrime, l’acqua non verrebbe ugualmente, perché non scaturisce da qui. Dio la concede a chi vuole, e spesso nel momento in cui meno si pensa.

Si tratta di un raccoglimento che mi sembra anch’esso soprannaturale.
Benché non consista nello starsene al buio, nel chiudere gli occhi e in altre cose esteriori, tuttavia gli occhi si chiudono e si desidera la solitudine.
E con ciò pare che senza alcuna fatica si vada costruendo l’edificio dell’orazione precedente. I sensi e le altre cose esteriori sembrano rinunciare a ogni loro diritto, per dar modo all’anima di ricuperare i suoi che aveva perduti.

A guisa di buon pastore, emette un fischio tanto soave da non esser quasi percepito, ma con il quale fa loro conoscere la sua voce, acciocché lasciata la via della perdizione, rientrino nel castello.
E ciò fanno immediatamente, perché quel fischio è di così grande efficacia da districarli da tutte le cose esteriori fra le quali vivevano.

Ma non crediate che si possa ottenere il raccoglimento procurando di applicare l’intelligenza a considerare che Dio è in noi, o cercando di rappresentarcelo nell’anima mediante l’immaginazione.
Questo sarà un ottimo ed eccellente metodo di meditazione, perché fondato sulla verità dell’inabitazione di Dio, ma non è quello che io intendo dire

Ciò non fu certamente per le orecchie, con le quali non si percepisce nulla, ma per aver sentito un certo vivo desiderio di ritirarsi soavemente nell’interno.

In queste cose di spirito fa più chi meno pensa e meno vuol fare. Dobbiamo essere come un povero bisognoso che sta innanzi a un grande e ricco imperatore: chiedere, abbassare gli occhi e aspettare con umiltà.
Quando Dio ci farà capire per certe sue vie segrete che ci sta ascoltando, allora, giacché ci ha permesso di stargli innanzi, sarà bene che ci mettiamo in silenzio, procurando – ciò che potendo non sarà male – di non porre in moto l’intelletto.

La seconda ragione è che queste operazioni interiori sono soavi e pacifiche, mentre ciò che vien fatto con pena è più di danno che di vantaggio. (Chiamo fatte con pena quelle azioni che esigono uno sforzo, come i1 trattenere il respiro).
L’anima deve abbandonarsi nelle mani di Dio, affinché Egli ne faccia quel che vuole; deve dimenticarsi di ogni suo interesse e fare il possibile per rassegnarsi alla sua divina volontà.

Quanto più progredisce nella conoscenza di Dio, tanto più bassa è l’opinione che si fa di sé.
E avendo assaporato le dolcezze del Signore, ritiene per immondizie quelle della terra, da cui si allontana a poco a poco, rendendosi, a ciò fare, sempre più padrona di sé.

Tuttavia questo stato non dura che pochissimo, benché si ripeta di frequente e l’anima torni a sospendersi. Tuttavia, se non è per debolezza naturale, questa orazione non solo non abbatte il corpo, ma nemmeno è causa di affezioni esteriori.

Tuttavia, arrivare anche solo alle porte è sempre una grande grazia di Dio, perché molti sono i chiamati e pochi gli eletti

Ma è una morte deliziosa: morte, perché l’anima si sottrae a tutte le operazioni che può avere dall’unione col corpo; deliziosa, perché sembra che si separi dal corpo per meglio vivere in Dio.

I piaceri, le ebbrezze e le consolazioni della terra, nonché non essere paragonabili con i sentimenti che Dio produce, non hanno con essi alcuna relazione di origine, e ben diversa è l’impressione che ne risulta, come voi stesse avrete forse provato. Ho detto in altro luogo che è come se gli uni si sentano alla superficie del corpo e gli altri nel midollo delle ossa.

Ma che certezza si può mai avere di una cosa che non si vede?
Io non lo so. Sono opere di Dio. Ma so di dire la verità. Se non vi fosse questa certezza, si avrebbe, secondo me, non già un’unione di tutta l’anima con Dio, ma soltanto di una sua potenza, oppure di un altro genere di grazie fra le molte che il Signore usa fare.
Dopo tutto, non è il caso d’indagare come questi fenomeni avvengano. A che tanto affaticarci quando la nostra intelligenza non li può comprendere?

Da noi, con i nostri sforzi, non vi possiamo entrare: bisogna che ci introduca Lui. Ed Egli lo fa quando entra nel centro dell’anima nostra. Qui, per meglio mostrare le sue meraviglie, vuole che altro non facciamo che assoggettargli la volontà, guardandoci bene dall’aprir le porte delle potenze e dei sensi che giacciono addormentati, perché intende entrare nel centro dell’anima senza passare per alcuna porta,

Tuttavia per ottenere che il Signore ce ne favorisca, possiamo far molto col disporci.

Osservate qui, figliuole mie, quello che con l’aiuto di Dio possiamo fare: che Sua Maestà diventi nostra dimora fabbricata da noi stessi, come lo è in questa orazione di unione.

E lo possiamo benissimo, ma non già aggiungendo o togliendo a Dio, bensì aggiungendo o togliendo a noi, come quei piccoli vermi, perché non avremo ancora ultimato quanto sarà in nostro potere che Egli verrà, e unendo alla sua grandezza la nostra lieve fatica, che è un nulla, le conferirà un valore così eccelso da meritare che Egli si costituisca in nostra stessa ricompensa.
Non contento di aver sostenute le spese maggiori, vorrà pure unire le nostre piccole pene alle molto grandi che Egli un giorno ha sofferto per non farne che una cosa sola.

E poi muoia, muoia pure questo verme, come il baco da seta dopo aver fatto il suo lavoro!
Allora ci accorgeremo di vedere Iddio e ci sentiremo sepolte nella sua grandezza, come il piccolo verme nel suo bozzolo.

Dico che quando il verme entra in questa orazione e vi rimane morto a tutte le cose del mondo, esce mutato in piccola farfalla bianca.

Non è dunque da meravigliarsi se questa piccola farfalla, sentendosi straniera fra le cose della terra, cerchi di riposarsi in qualche altra parte. Ma dove andrà la poverina?
Tornare donde è uscita non può, giacché, come ho detto, non è cosa in suo potere, nonostante ogni suo possibile sforzo, finché Dio non si compiaccia di favorirla nuovamente. Che nuovi tormenti cominciano allora per lei! O Signore!...
E chi lo può credere dopo grazie così sublimi?
Sì, finché si vive, in un modo o in un altro si ha sempre da soffrire. Se qualcuno afferma di essere giunto a questo stato, sempre fra consolazioni e delizie, gli rispondo che non vi è giunto affatto o, per lo meno, che essendo entrato nella mansione precedente, vi ha goduto qualche rara consolazione, aiutata anche quella dalla sua naturale debolezza, per non dire forse dal demonio che gli abbia dato un po’ di pace per muovergli in seguito una guerra più accanita.

Non voglio dire con ciò che gli abitanti di questa mansione non abbiano la pace: l’hanno e molto grande, perché le stesse sofferenze sono qui tanto preziose e di così eccellente radice che, nonostante la loro alta intensità, generano pace e contento.
Dal disgusto che ispirano le cose del mondo nasce nell’anima il desiderio di abbandonarlo; ed è un desiderio così penoso che la poverina, per aver un po’ di sollievo, deve pensare essere volontà di Dio che viva in esilio.

Oh, grandezza di Dio! Pochi anni, forse pochi giorni prima, quest’anima non pensava che a se stessa. Chi ora l’ha posta in sollecitudini così penose?

L’abbandono con cui quest’anima si è rimessa nelle mani di Dio, unito al grande amore che ella gli porta, la rende così soggetta da non sapere né volere che una cosa: che Egli faccia di lei tutto quello che vuole.
Credo infatti che Dio non conceda mai questa grazia se non all’anima che già ritiene tutta sua. E così, senza che ella se ne accorga, fa in modo che esca da questo stato segnata con il suo sigillo.

La cera non s’imprime il sigillo da sé: essa non fa che tenersi pronta a riceverlo con la sua mollezza. Ma anche in questo non è essa che si modifica: ciò che essa fa è soltanto di stare immobile senza opporre resistenza.

Se così insopportabile è il tormento di un’anima la cui carità, dopo tutto, non è neppure paragonabile a quella di Cristo, che cosa avrà mai provato il Signore, e quale sarà mai stata la sua vita, avendo sempre innanzi ogni cosa e vedendo continuamente le gravi offese che si facevano al Padre suo?

Dovete avvertire che non tutte le pene sono del medesimo genere. Alcune – come pure alcune gioie
Queste non solo non impediscono che l’anima stia unita alla volontà di Dio, e non la turbano con moti violenti afflittivi e di lunga durata, ma passano anche presto, e, come ho detto parlando delle delizie dell’orazione, lungi dal penetrare sino al fondo dell’anima, non toccano che i sensi e le potenze.
Il loro campo principale è nelle mansioni precedenti, mentre in quelle che dirò per ultimo non entrano neppure.

Persuadetevi intanto, figliuole mie, che il verme deve assolutamente morire, e morire a nostre spese.
Nell’altra unione l’aiuta molto a morire la nuova vita che l’attende; ma qui bisogna che l’uccidiamo noi, pur continuando a vivere di questa vita. Ciò non si può fare se non a prezzo di grandi lotte

Per noi la volontà di Dio non consiste che in due cose: nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo. Qui devono convergere tutti i nostri sforzi.

Il segno più sicuro per conoscere se pratichiamo questi due precetti è vedere con quale perfezione osserviamo quello che riguarda il prossimo.
Benché vi siano molti indizi per conoscere se amiamo Dio, tuttavia non possiamo esserne sicuri, mentre lo possiamo essere quanto all’amore del prossimo.
Anzi, più vi vedrete innanzi nell’amore del prossimo, più lo sarete anche nell’amore di Dio

No, sorella mia! Il Signore vuole opere. Vuole, ad esempio che non ti curi di perdere quella devozione per consolare un’ammalata a cui vedi di poter essere di sollievo, facendo tua la sua sofferenza, digiunando tu, se occorre, per dare a lei da mangiare; e ciò non tanto per lei, quanto perché sai che questa è la volontà di Dio.

Mi pare che bramiate conoscere cosa faccia la colombina e dove vada a riposarsi, perché, sapendo ormai volare molto alto, non si ferma più né fra le dolcezze spirituali, né fra le soddisfazioni della terra.

Supponiamo nel caso nostro che il contratto sia già stipulato, che l’anima sia ben informata di quanto quell’unione le convenga, e sia decisa a sottomettersi in tutto alla volontà dello Sposo, non tralasciando nulla di quanto vedrà di suo gradimento.
Intanto il Signore, vedendo che l’anima è proprio in queste disposizioni, si dichiara contento di lei e, volendo farsi meglio conoscere, le concede la grazia di venire, come suol dirsi, a un incontro, per poi unirla a sé.
E tutto questo in brevissimo spazio di tempo, non essendovi di mezzo più alcun contratto, ma soltanto uno sguardo, mediante il quale l’anima vede – e in maniera molto misteriosa – chi sia lo Sposo che deve prendere, riportandone una tale conoscenza, quale non potrebbe acquistare neppure in mille anni con l’esercizio dei sensi e delle potenze.
Con quel semplice sguardo lo Sposo, essendo Quegli che è, fa l’anima più degna di andare a dargli la mano, mentre l’anima ne rimane talmente rapita da far poi tutto il possibile per realizzare il fidanzamento.

Eppure ho conosciuto alcune persone molto avanzate che dopo esser giunte sin qui, il demonio è riuscito a far sue, mediante insidie ed astuzie sottili. Credo che, pur di riuscirvi, debba mobilitare tutto l’inferno, essendo persuaso che rovinare un’anima sola di queste è rovinarne una moltitudine.
V’è da ringraziare il Signore nel considerare il gran numero di anime che Dio attira a sé mediante il concorso di una sola. Quante migliaia ne han convertite i martiri!

Quest’anima non si perderebbe se si tenesse continuamente unita alla volontà di Dio. Ma viene il demonio con le sue grandi astuzie, e sotto colore di bene la distacca a poco a poco da quella divina volontà in certe piccole cosette, ingannandola in varie altre col farle credere che non siano cattive.

Però vi faccio osservare quest’altra cosa: il Signore potrebbe permettere tutto questo per vedere come si diporti quell’anima di cui vorrebbe servirsi per illuminare le altre, perché se ella ha da essere infedele, è meglio che lo sia subito, piuttosto di divenirlo quando può far danno a molte altre.

Presupposto di non mai commettere la pazzia di confidare in noi stesse, dobbiamo esaminare con particolare cura ed attenzione come ci esercitiamo nella virtù, se progrediamo o torniamo indietro, specialmente in ciò che riguarda l’amore vicendevole, il desiderio di essere tenute le ultime di tutte, e così pure come disimpegniamo le cose ordinarie.
Esaminandoci seriamente e pregando il Signore a illuminarci vedremo subito dove guadagniamo e dove invece perdiamo.
Non dovete credere che Dio, dopo avere elevato una anima tanto in alto, l’abbandoni poi sì facilmente che il demonio, per ciò ottenere, non debba molto faticare.

Con l’aiuto dello Spirito Santo, veniamo ora a parlare delle seste mansioni, nelle quali l’anima, già ferita dall’’amore dello Sposo, cerca con maggior cura di starsene in solitudine, sfuggendo, per quanto il suo stato glielo permette, tutto ciò che la potrebbe distrarre.

Ma lo sposo, invece di guardare all’ardore con cui ella desidera che si celebri il fidanzamento, vuole che i suoi desideri si rendano più intensi, e che quel bene, superiore a ogni bene, le costi almeno qualche cosa.

Quando un’anima arriva a non curarsene, molto meno si curerà delle critiche: queste anzi la ricreeranno come una musica soave. E ciò è verissimo, perché i frutti di quel cammino fanno l’anima più forte: lei stessa lo riconosce e vede che chi la perseguita non lo fa con offesa di Dio, ma solo perché così Egli permette allo scopo di farle ricavare maggiori beni.

Bisogna però dire che il dolore non dura sempre nella sua più alta intensità, perché Dio non dà più di quello che si può sopportare, e prima di tutto infonde pazienza. Ma in via ordinaria manda sofferenze molto gravi e malattie di ogni specie.

Forse chi non ha tanto offeso il Signore sarà condotto per altre vie, ma io preferisco sempre quella della croce, se non altro per imitare nostro Signore Gesù Cristo. Lo farei anche se non vi fosse alcun altro vantaggio

Per questa tempesta non vi è rimedio di sorta: bisogna aspettare la misericordia di Dio, il quale, con una sola parola o con qualunque fortuito avvenimento, toglie immediatamente ogni angoscia quando meno si pensa.
Allora l’anima si sente inondata di gioia, e così piena di sole da sembrarle di non essere mai stata fra le tenebre. È come un soldato uscito vittorioso da una tremenda battaglia, e ringrazia il Signore che ha combattuto per lei, ottenendole di vincere.
Da parte sua è persuasissima di non aver affatto combattuto, perché le armi con cui poteva difendersi le sembravano tutte fra le mani dei nemici. E così conosce la sua grande miseria

Oh, Gesù! ... Che spettacolo veder un’anima così abbandonata, a cui giovano a nulla tutte le consolazioni della terra! Sorelle, se vi succede di trovarvi in questo stato, non crediate che i ricchi e quelli che godono libertà siano in grado di aver rimedio più di voi. No, no.
A quel modo che tutti i piaceri del mondo, posti innanzi ai condannati a morte, non solo non li confortano, ma accrescono il loro tormento, così qui, perché si tratta di una pena che vien dall’alto e non può esser guarita da alcuna cosa al mondo. Dio vuole che conosciamo la sua sovranità e la nostra miseria, essendo ciò importantissimo per quello che ha da venire.

Che deve fare la povera anima se quel suo stato si prolunga per vari giorni? Se prega, è come se non pregasse (in riguardo, dico, ad averne consolazione) perché non solo non penetra il senso della preghiera, ma non sa neppure cosa dice, nonostante preghi vocalmente.
Per l’orazione mentale, meno che meno: le sue potenze non vi sono disposte. Di maggiore pregiudizio le è pure la solitudine: e, ciò nonostante, non può soffrire la compagnia, né sentire alcuno che le parli senza sperimentarne un nuovo e particolare tormento.

Si tratta di cose indicibili, di pene ed angustie spirituali che non si sanno nominare. Il miglior rimedio, non già per farle scomparire – che non ve n’è – ma solo per poterle alquanto sopportare, è di occuparsi in opere di carità o in altre cose esteriori, fiduciosi nella misericordia di Dio che non manca mai a chi in Lui confida.

Quanto alle sofferenze esteriori causate dal demonio, non credo utile parlarne, perché devono essere molto rare e non tanto penose. Per quanto facciano, credo che i demoni non arrivino mai a inabilitare le potenze e a turbare l’anima nel modo che ho detto

Eppure, pare che lo Sposo, dalla settima mansione ove risiede, faccia sentire la sua voce senza dire parola, e che gli abitanti delle altre mansioni – sensi, immaginazione e potenze – non osino muoversi.

L’effetto che ne risulta è che l’anima si va struggendo in desideri, pur senza sapere cosa brami, perché vede d’avere Iddio con sé.
Voi mi direte: Ma se l’anima ha questa conoscenza, che altro desidera? Di che si affligge? Che cosa vuole di più?
Non lo so. Ma so che questa pena sembra compenetrarla intimamente, e che quando le vien tolta la saetta da cui è stata ferita, le pare, per il grande amore di cui arde, che con la saetta le strappino pure le viscere.

Primo, perché credo che il demonio non produca mai una pena così deliziosa come questa. Se può dar delizie e soavità che sembrano spirituali, non è però in suo potere unire alla sofferenza – e a tale sofferenza – tanta gioia e tranquillità di spirito.

Per i grandi vantaggi che ne derivano all’anima, i più comuni dei quali sono, fra gli altri, la risoluzione di patire per Iddio, il desiderio di avere molte croci e una determinazione fermissima di fuggire le soddisfazioni e le conversazioni del mondo, e altre cose consimili.

E’ per far intendere che lo Sposo è presente e che muove l’anima a un dolcissimo desiderio di goderlo, per cui essa rimane disposta a grandi atti e a impiegarsi tutta nel lodarlo.

Per giudicare se tali parole vengano da Dio, non è buon criterio badare al modo con cui si sentono, se dall’esterno, dall’interno dell’anima o dalla sua parte superiore. Secondo me, i segni più sicuri sono i seguenti.
Il primo e più rassicurante è la sovrana potenza che quelle parole hanno in sé, perché sono insieme parole ed opere.
Mi spiego meglio. Un’anima si trova immersa in quelle pene ed inquietudini interiori di cui ho parlato, arida e con l’intelletto fra le tenebre; ma con una sola di quelle parole, come: Non affliggerti! ella si ritrova nella pace e nella tranquillità, immersa nella luce e affatto libera da quella afflizione

Il secondo segno è che l’anima rimane in una grande quiete, in un devoto e pacifico raccoglimento e in una disposizione che la porta a lodare Iddio.

Il terzo segno è che queste parole non escono di mente neppure dopo moltissimo tempo. Alcune poi non si dimenticano mai, ciò che non avviene di quelle che si odono quaggiù; dico di quelle che udiamo dagli uomini, le quali, benché dette da persone gravi e sapienti, tuttavia non s’imprimono come queste, né come queste si credono nel caso che si riportino ad avvenimenti futuri.

Il fatto si svolge nel più intimo dell’anima: con l’udito dell’anima s’intende il Signore che pronuncia delle parole, ma in un modo così chiaro e segreto da non dovervi temere alcuna ingerenza diabolica, sia per la maniera con cui s’intende, come per gli effetti che ne vengono e che ci permettono di crederlo.

Terzo, perché nelle locuzioni di Dio l’anima è come una persona che ode, mentre in quelle dell’immaginazione è come una che compone a poco a poco quel che desidera di udire.

Quarto, perché le parole sono molto differenti: con una sola di Dio si comprendono più cose che non sappia comporne l’intelletto in così breve spazio di tempo.

Quinto, perché spesso, mentre si percepiscono, si comprende assai di più di quello che esse significano
Se è il demonio che parla, lo si conosce più presto.
Tuttavia non potrà simularne gli effetti: non solo non lascerà nella tranquillità e nella luce, ma riempirà di confusione e d’inquietudine. Aggiungo però che se l’anima è umile e nonostante le parole che ode, non agirà che dopo aver preso consiglio, il demonio non le potrà fare gran danno: anzi, non gliene farà affatto.

E da ciò l’anima comprende che un Signore assai grande governa il castello: cosa che la compenetra di devozione ed umiltà. No, non vi è alcun mezzo per evitare di ascoltarlo.
Si degni Sua Maestà di dirigere i nostri pensieri a non contentare che Lui, dimenticandoci di noi stessi!

Osservate ora in che modo il Signore viene a conchiudere questo fidanzamento: favorendo l’anima con dei rapimenti che la fanno uscire dai sensi.
Se l’anima conservasse l’uso dei sensi, credo che nel vedersi vicina a così grande Maestà non le sarebbe possibile rimanere in vita.
Sempre che si tratti di veri rapimenti, e non di certe debolezze a cui noi donne andiamo soggette, ritenendole per estasi e rapimenti.

Così purificata, il Signore la unisce a sé, senza che alcuno ne sappia il modo, eccetto loro due. Anzi, neppur l’anima lo sa.

In quella visione egli dovette intendere molti altri segreti che poi non seppe manifestare, perché se avesse visto soltanto una scala sulla quale scendevano e salivano gli Angeli, e non avesse avuto una maggiore luce interiore, non avrebbe certo inteso così grandi misteri.
Neppur Mosé seppe dire tutto quello che vide nel roveto: disse soltanto quello che Dio gli permise. Certo che se il Signore non gli avesse mostrato dei segreti, e con tale certezza da fargli credere e vedere che Egli era Dio, mai Mosè si sarebbe gettato in tanti e così gravi travagli.

Appena entrata, rimasi molto sorpresa, e domandandomi a che fosse utile quell’ammasso di cose, vidi che tanta diversità di oggetti poteva servire per lodare il Signore.
Ma ora sono molto contenta di potermene giovare nella presente circostanza. Mi sono trattenuta là dentro per un bel pezzo, ma vi era tanto da vedere che dimenticai subito ogni cosa: non mi rimase memoria di alcun oggetto, come se non li avessi visti, per cui non saprei dire come fossero. Mi ricordo soltanto di averli veduti.

Ho detto vedere: dunque, è visione immaginaria? No, io non parlo che di visioni intellettuali
Se in questi rapimenti l’anima non intende alcun segreto, ritengo che non si tratti di veri rapimenti, ma di certe debolezze naturali che sogliono venire alle persone di gracile complessione

È un nulla quello che facciamo o possiamo fare per un Dio che così si comunica con un verme!

Ritornando ora a quello che dicevo, lo Sposo comanda di chiudere le porte delle mansioni, nonché quelle del castello e del muro di cinta. Infatti, quando il rapimento comincia, cessa il respiro e manca la forza di parlare, nonostante che gli altri sensi si conservino alle volte un po’ di più.
Talvolta invece si perde subito ogni senso: il corpo e le mani si raffreddano sino a sembrare di non avere più anima, tanto che alle volte non si sa nemmeno se si respiri.
Ma ciò non dura molto – intendo dire nel medesimo grado – perché, scemando un poco questa grande sospensione, il corpo ritorna alquanto in se stesso e si rianima, ma per tornare a morire e a dar maggior vita all’anima. Però questa estasi così grande non dura molto.

Sembra che il Signore voglia far intendere che quell’anima è sua, e che nessuno la deve toccare. Che si attenti al suo corpo, al suo onore, ai suoi beni, ciò sia alla buon’ora, ne verrà gloria al Signore; ma all’anima no.

Perciò avviene che in un solo istante le siano spiegati un’infinità di segreti, dei quali ella non giungerebbe a conoscere la millesima parte, neppure se per ordinarli vi si affaticasse molti anni con l’immaginazione e l’intelletto.

Tre cose che si sentono in grado molto alto: la prima, il conoscimento e la grandezza di Dio, perché, più son le cose che di Lui si vedono, più Egli ci appare magnifico; la seconda, l’umiltà e il conoscimento di noi stessi, nel pensare che un essere così vile abbia osato offendere il Creatore di tante meraviglie e osi ancora guardarlo; la terza, il disprezzo di tutte le cose della terra, eccetto di quelle che siano di aiuto nel servizio di così grande Signore.

Le chiacchiere della gente non la preoccupano che di poco, a meno che non sia sgridata dal confessore come se ella possa in ciò qualche cosa.

Il Signore ispira a quest’anima un così vivo desiderio di non offenderlo, neppure nelle più piccole cose, e di evitare, potendolo, qualunque minima imperfezione, che per questo solo motivo, se altri non ve ne fossero, vorrebbe fuggire gli uomini, e invidia grandemente coloro che vivono e son vissuti nei deserti.
Nel contempo vorrebbe anche cacciarsi in mezzo al mondo, per fare che anche un’anima sola lodasse Iddio di più.

In questi grandi desideri di vedere Iddio, occorre che avvertiate una cosa: cioè, che essi alle volte si fanno molto violenti, e allora invece d’aiutarli bisogna reprimerli.

Il pensiero che Dio ha perdonato e dimenticato le nostre colpe, lungi d’alleviarne la pena, l’aumenta di più, mettendo innanzi quell’eccelsa Bontà che non lascia di favorire con le sue grazie chi non ha meritato che l’inferno. Questo pensiero doveva essere il martirio di S. Pietro e della Maddalena, perché, accesi di amore e favoriti di tante grazie come erano, comprendevano meglio la grandezza e la maestà di Dio: grande doveva essere la loro pena, accompagnata da tenerissimi sentimenti.

Separarsi da ciò che è corporeo per bruciare continuamente di amore è proprio degli spiriti angelici, non di noi che viviamo in corpo mortale. Se abbiamo bisogno di trattare, pensare e accompagnarci con coloro che, pur essendo come noi, compiono per Iddio delle magnifiche imprese, a maggior ragione non dobbiamo separarci dalla sacratissima Umanità di nostro Signore Gesù Cristo

Ecco un’anima che vuol tutta impiegarsi in amare: non vorrebbe far altro.
Eppure, nonostante lo voglia, non può, perché se non è morta la volontà, è morto il fuoco di cui suole avvampare, e per farlo ardere è necessario che qualcuno vi soffi sopra.

Dunque, quando la volontà non arde di quel fuoco di cui ho parlato, né si sente in noi la presenza del Signore, è volere di Dio che ce ne andiamo in cerca, come la sposa dei Cantici.
Domandiamo alle creature, come insegna S. Agostino – credo nelle Meditazioni o nelle Confessioni – da Chi siano fatte, e guardiamoci dallo star là come sciocchi, perdendo il tempo nell’attendere quello che ci è stato dato una volta. Può essere che da principio il Signore non ritorni a favorircene, non solo in un anno, ma neppure in molti. Egli ne conosce il perché, e noi non dobbiamo cercare di saperlo

Appena cominciano a toccare l’orazione di quiete e ad assaporare le delizie e i gusti che il Signore concede, pensano di non dover far altro che continuare a goderne.
Ma, come ho detto in altro luogo, si guardino bene dal lasciarsi troppo assorbire, perché la vita è lunga, ed è così piena di travagli che per sopportarli con perfezione, si ha sempre bisogno di considerare come li han sopportati Cristo, nostro modello, i suoi apostoli e i santi.

È un fatto che, pur sapendo di esser sempre alla presenza di Dio, molte volte trascuriamo di pensarci. Ma qui la cosa è impossibile, perché l’anima è tenuta sveglia da Dio stesso che le sta vicino. Perciò, più frequenti sono pure le grazie di cui abbiamo parlato, perché l’anima è quasi sempre in continui atti d’amore verso Colui che vede o sente vicino.

Ne viene intanto che l’anima, lungi dal credersi più degli altri, si persuade d’esser quella fra tutti che meno serve il Signore. Le pare di esservi obbligata più degli altri, e la minima mancanza che commette le trapassa le viscere, non senza grande ragione.

Dio poi è fedele, e non permetterà mai al demonio di aver tanta forza sopra un’anima, la cui unica brama è di piacergli e di sacrificare anche la vita per il suo onore e la sua gloria: anzi, farà in modo che ne esca presto disingannata.

Non devono esse pensare che una sorella sia migliore delle altre perché è favorita di tali grazie. Il Signore guida ognuna secondo che crede meglio. Se è vero che quei favori, quando sono corrisposti, aiutano a divenire delle grandi serve di Dio, è pur vero che alle volte il Signore non li comparte che alle più deboli.
Perciò non bisogna né approvare né condannare, ma considerare la virtù. Sarà più santa colei che servirà il Signore con maggiore mortificazione, umiltà e purità di coscienza.

Lo splendore di quell’immagine è come una luce infusa, simile a quella che avrebbe il sole se lo si coprisse di una cosa trasparente, come il diamante; e le sue vesti sembrano di tela d’Olanda. Ma quando il Signore accorda questa grazia l’anima entra quasi sempre nel rapimento, perché uno spettacolo così tremendo dall’umana debolezza non può essere sopportato.

Costoro, in seguito alla debolezza della loro fantasia o all’attività del loro intelletto o non so per quale altro motivo, s’immergono in tal modo nelle loro immaginazioni da essere sicurissime di vedere tutto quello che pensano.
Ma esse comprenderebbero tosto il loro errore, se avessero avuto una qualche vera visione

Vi succede come una gran commozione, ma poi subito si fa tutto tranquillo, e l’anima si ritrova in possesso di così grandi verità da non aver più bisogno di alcun maestro, perché la vera Sapienza l’ha liberata dalla sua ignoranza, senza che ella si affaticasse.

Siccome è una cosa che i confessori non possono vedere, e la persona che ne è favorita non sa alle volte spiegarsi, essi han tutti i motivi di temere. Perciò si deve procedere con circospezione e attendere che il tempo ne mostri i frutti, osservando se l’anima ne esca più umile e più fortificata in virtù. Il demonio, se è lui, darà presto dei segni e si lascerà sorprendere in mille falsità.

È vero che devono essere di grande aiuto per avere virtù più perfette; ma le virtù acquistate con le proprie fatiche sono degne di maggior premio. Io conosco una persona, anzi due – una delle quali è uomo – a cui il Signore aveva concesso queste grazie. Eppure esse desideravano così ardentemente di servire Iddio a proprie spese, senza tanti favori, ed avevano una brama così viva di patire per amor suo, che si lamentavano con Lui perché così le favoriva, disposte pure a resistere se avessero potuto.

Se si sforzano di servirlo con maggiore attenzione, non è per la gloria che ne avranno in ricompensa, a cui non pensano neppure, ma soltanto per soddisfare all’amore, la cui natura è di sempre operare, in tutte le maniere. L’anima, se lo potesse, escogiterebbe nuovi mezzi per consumarsi in amore.

Il demonio guadagna molto e prende molto piacere nel vedere un’anima afflitta ed inquieta, perché sa che tale stato le impedisce d’impiegarsi nell’amare e nel dar lodi al Signore.
Sua Maestà si comunica ancora in altri modi; molto più sublimi e meno pericolosi, nei quali le contraffazioni del demonio non credo siano possibili. Ma siccome si tratta di cose molto occulte, non è troppo facile parlarne

Anzitutto ci copre di confusione, facendoci meglio vedere la malizia dei nostri peccati, in quanto li commettiamo mentre siamo in Dio: si, dentro di Lui.

Supponiamo che Dio sia come una stanza o un palazzo molto grande e bello. Il palazzo, ripeto, è lo stesso Dio. Ora, il peccatore per commettere le sue iniquità può forse uscire dal palazzo?
No. Tutte le abominazioni, le scellerataggini, le disonestà che noi peccatori commettiamo, si consumano tutte in quel palazzo, vale a dire nello stesso Dio. Oh, verità spaventevole e degna di somma riflessione!

È verità indiscutibile che da parte nostra non abbiamo nulla di buono, ma solo miseria e niente.

Accenno, dunque, a quelle ansie, lacrime, sospiri e grandi impeti, di cui ho parlato: cose che sembrano derivare dal nostro amore quando sia molto sentito. Tuttavia, sono come un fuoco che dà fumo, si possono sempre sopportare, sia pure con pena, e non sono neppure da paragonarsi con quello che ora voglio dire.
Mentre l’anima va così ardendo in se stessa, ecco che in seguito a un minimo pensiero o a una parola che senta sulla lentezza della morte, le viene – non si sa da che parte, né in che modo – come un colpo o una saetta di fuoco.

Tanto da esserci impossibile, finché esso continua, di ricordarci ancora di noi.
Immediatamente le potenze si sentono così impacciate da non essere più capaci di nulla, eccetto di quelle cose che possono aumentare il tormento.

Vi concorre pure il Signore col dare una così viva cognizione di sé da portare la pena a un alta grado d’intensità, per cui la persona che ne soffre finisce col prorompere in alte grida, senza potersi contenere, neppure se molto paziente e abituata a grandi sofferenze, perché i tormenti di cui parlo non si sentono nel corpo ma nel profondo dell’anima.

In quel grado d’intensità non dura molto: tutt’al più, tre o quattro ore. Più a lungo non lo credo possibile, tranne che per un miracolo, perché la nostra naturale debolezza non la potrebbe sopportare.
A quella persona accadde una volta che non durasse più di un quarto d’ora, ma ne uscì come fatta a pezzi.

Possiamo considerare ognuna di queste anime non già come una cosa stretta e limitata, ma come un mondo interiore, suddiviso in tante e meravigliose mansioni. Ed è giusto che sia così, perché in esse ha sua stanza il Signore.

Una volta introdotta in questa mansione, le si scoprono, in visione intellettuale, le tre Persone della santissima Trinità, come in una rappresentazione della verità, in mezzo a un incendio, simile a una nube risplendentissima che viene al suo spirito.

Ciò che crediamo per fede, ella lo conosce quasi per vista, benché non con gli occhi del corpo né con quelli dell’anima, non essendo visione immaginaria.

Quella che passa tra il fidanzamento e il matrimonio spirituale è come quella tra due fidanzati e coloro che più non possono separarsi.

Ho già detto che si ricorre a questi paragoni perché non ve ne sono altri di più adatti. Però si tenga presente che qui al corpo non si pensa, non altrimenti che se l’anima ne fosse separata, e nient’altro che puro spirito.

Il Signore appare nel centro dell’anima – non per visione immaginaria ma intellettuale

Non è così nel fidanzamento spirituale nel quale spesso i due soggetti si separano, come nemmeno nell’unione, nella quale, pure avendosi congiunzione di due cose in una, tuttavia queste si possono dividere, e sussistere ognuna da sé. Ordinariamente infatti si tratta di una grazia che passa rapidamente, lasciando l’anima priva della compagnia che aveva: priva nel senso che non la sente più.
Non così invece nel matrimonio spirituale, perché l’anima rimane sempre in quel centro con il suo Dio.

Sì, è Dio che dà vita all’anima.

Ma a quel modo che non si può avere alcun getto d’acqua senza un principio che la muova, così nel nostro interno quanto alle operazioni che ho detto: vi dev’essere qualcuno che scagli quelle saette e che dia vita a quella vita, un sole fortemente luminoso che dall’interiore dell’anima diffonda luce per tutte le potenze.
Ciò nonostante l’anima non si muove dal suo centro, né perde la sua pace.

Dio introduce l’anima nella sua stessa mansione che è il centro della medesima anima.
così questa mansione, per cui l’anima che vi fu introdotta non va più soggetta ai movimenti che suole avere nelle potenze e nella immaginazione, o per lo meno esse non le sono di danno, né le tolgono la pace.
Sembro voler dire che una volta arrivata a questa grazia, l’anima sia sicura della sua eterna salute, e non tornerà più a cadere.

Quanto alle penitenze, più ne fa, più ne sperimenta diletto. Ma la sua vera penitenza è quando il Signore le toglie la salute e le forze necessarie per farla.

Tornando a quello che dicevo, non bisogna credere che le potenze, i sensi e le passioni si mantengano sempre in questa pace. Invece l’anima sì, benché nelle sue mansioni inferiori non manchino di tanto in tanto guerre, fatiche e sofferenze, le quali, però, non sono mai tali da toglierla dal suo luogo, né da farle perdere la pace, almeno in via ordinaria.

Anzitutto un grande oblio di sé, così profondo da farle credere di non esistere più. Si sente trasformata in tal maniera da non riconoscersi più. Non pensa né al cielo che l’attende, né alla vita, né all’onore, ma solo a impiegarsi alla maggior gloria di Dio.

Quanto alle opere esterne, vi è ben poco da dire. E questo costituisce la sua pena, per esser costretta a vedere che le sue forze non valgono a nulla. Ma se può qualche cosa, e vede che è di gloria al Signore, nulla al mondo la trattiene.

Dico vera pace, non perché questa di cui parlo non sia vera, ma perché allontanandoci da Dio, possiamo ricadere nella guerra di prima.

Non dovete credere, sorelle, che gli effetti di cui ho parlato si mantengano sempre nel medesimo grado.

No, non è uno stato che duri molto: al massimo un giorno o poco più. Il mutamento avviene di solito per qualche grande occasione, e allora nello scompiglio che ne sente, l’anima apprezza meglio la santa compagnia in cui si trova, grazie alla quale il Signore le infonde fermezza per non deviare in nulla dal suo servizio e dalle buone risoluzioni
Se questo stato non dura molto è perché il Signore vuole che l’anima non perda il ricordo della sua miseria, si conservi umile, intenda meglio il molto che gli deve, e lo ringrazi per la grandezza del favore che le fa.

Quella fra voi che si sente più sicura, tema più di tutte, perché dice David: Beato l’uomo che teme il Signore!

Benché la vostra orazione sia giovevole a tutto il mondo, tuttavia non dovete pensarlo, ma contentarvi che sia tale per quelle che sono con voi, verso le quali siete più obbligate.
In tal modo la vostra opera diverrà molto più grande, non essendo certo da poco ottenere che con la vostra umiltà e mortificazione, con i vostri servizi in favore delle sorelle, con la vostra carità verso di esse e con il vostro amore per Iddio, diveniate un fuoco che tutte le bruci, e che le stimoliate continuamente con le vostre virtù.
Se in questo che ho scritto troverete qualche cosa di buono, credetemi: l’avrà dettato il Signore a vostra consolazione. Io non vi ho aggiunto che il difettoso.
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