Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze, Norberto Bobbio

Il Castello Interiore di S. Teresa d'Avila: mansioni interiori, moti dell'anima e matrimonio spirituale

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Tra gli scritti di Teresa d'Avila, sicuramente "Il castello interiore" è l'opera più matura e sistematica (il testo integrale lo trovate qui, se lo acquistate da questo link contribuirete alla crescita del blog!). Con la metafora del viaggio attraverso le sette dimore del castello, Teresa descrive il percorso verso la preghiera, percorso fatto di fatiche, di rischi e possibili illusioni, ma anche segnato dalla gioia e dalla consolazione.
I passi importanti sono molti, e per certi versi quanto dice Santa Teresa ricalca, in parte quanto dice Saint-Martin in merito all’importanza della meditazione, della preghiera e dell’iniziazione del Cuore.

- ​Le prime Mansioni (2 capitoli) sono le anime che hanno desideri di perfezione, ma sono ancora immerse nelle preoccupazioni del mondo, da cui devono fuggire cercando la solitudine.
- Le seconde Mansioni (1 capitolo) sono per le anime che possiedono una grande determinazione di vivere in grazia e che si danno, pertanto, all’orazione e a qualche mortificazione, tuttavia tra molte tentazioni perché non vogliono lasciare del tutto il mondo.
- Le terze Mansioni (2 capitoli) sono per le anime che esercitano le virtù e l’orazione, ma con un dissimulato amore per se stessi. Hanno bisogno di umiltà ed obbedienza.
- Le quarte Mansioni (3 capitoli) sono per le anime che sono già all’inizio delle realtà "soprannaturali": l’orazione di quiete ed un principio di unione. I frutti non sono ancora stabili; le anime devono per ciò fuggire dal mondo e dalle occasioni.
- Le quinte Mansioni (4 capitoli) sono già in piena vita mistica, con l’orazione di unione che è soprannaturale e che viene concessa da Dio come quando vuole, benché l'anima debba disporvisi. I veri segni di questa unione è che deve essere totale, che non manchi la certezza della presenza di Dio e che siano presenti tribolazioni e dolori in cui l'amore verso Dio sia messo alla prova. Qui è necessaria un’autentica fedeltà.
- Con le seste Mansioni (11 capitoli) si giunge ad un’alta purificazione interiore dell'anima, e tra le grazie che le vengono concesse, del tutto soprannaturali, ci sono le locuzioni, estasi, e altre. È presente un forte zelo per la salvezza delle anime, che porta ad abbandonare la propria solitudine. È necessaria la contemplazione dell'umanità di Cristo per arrivare agli ultimi gradi della vita mistica.
- Le settime Mansioni (4 capitoli) sono la vetta della vita spirituale, in cui si riceve la grazia del matrimonio spirituale ed un’intima comunicazione con la Trinità, da cui sgorga spontaneamente per l’anima una grande pace, rimanendone contemporaneamente attiva e contemplativa. Una contemplazione che non è solo soggettiva, ma che trascende l’uomo stesso.

Si potrebbero notare questi passi importanti:

- Mentre l’anima è fuori di sé, le vengono mostrate grandi cose, e quando ritorna in sé si ritrova con grandissimi vantaggi. Le cose della terra le appaiono così spregevoli che, di fronte a quelle vedute, le sembrano immondezze. D’allora in poi non vive quaggiù che con pena, non essendovi nulla che la possa ancora interessare di ciò che prima le soleva essere attraente.

- Tuttavia, quando il fuoco interno è violento, il cuore, benché duro, distilla come un lambicco. Se le lacrime vengono da questa fonte, non potrete non accorgervene, perché in luogo di turbare, confortano, lasciano nella pace, e rare volte fan male.

- Il dolore dei peccati cresce in proporzione dei favori che Dio elargisce; e ritengo che non cessi se non in quel luogo dove nessuna cosa può dar pena.
Però, il dolore è più o mene pungente, e non si fa sempre sentire nel medesimo modo.
E’ un po’ il fatto che ognuno porta la croce che è in grado di portare.

- Con queste grazie così elevate l’anima desidera sì al vivo di godere in pieno Chi gliele fa, che vivere per lei diviene un grande, benché delizioso tormento.
Sospira ardentemente di morire, e con lacrime incessanti supplica il Signore di toglierla da questo esilio, dove tutto l’annoia. Ha un po’ di sollievo nel ritirarsi in solitudine, ma la pena non tarda molto a tornare.

- Spesso per accendere la volontà si ha bisogno dell’intelletto.

- Mi chiedevo una volta perché Dio ami tanto l’umiltà, e mi venne in mente, d’improvviso, senza alcuna mia riflessione che ciò dev’essere perché Egli è somma Verità, e che l’umiltà è verità.
Allora quella persona comprende quanto più grandi delle pene del corpo siano quelle dell’anima, e pensa che di questa natura debbano pur essere quelle del purgatorio, dove l’assenza del corpo non impedisce all’anima di soffrire assai di più che non qui sulla terra in compagnia del corpo.
Del resto è giusto che il molto costi molto, massimamente quando serve a purificare l’anima per poi introdurla nella settima mansione, come il purgatorio purifica quelle che devono entrare nel cielo, tanto più che innanzi alla grandezza dello scopo, quel tormento si fa piccolo, come goccia di acqua di fronte al mare, nonostante che in sé sia di un’afflizione così angosciosa da superare, a mio parere, tutte le pene della terra.

- Benché nelle altre mansioni vi sian bestie velenose, grande confusione e se ne oda il tumulto, l’anima rimane al suo posto e non vi è nulla che la smuova. Il rumore che sente le può dare un po’ di noia, ma non l’inquieta, né le fa perdere la pace, perché le passioni sono vinte e temono di entrare da lei, per non doverne uscire più umiliate.
Ecco che abbiamo il corpo indolenzito ma la testa sana.

- Ella non si preoccupa più di nulla. Non vuol essere nulla in nessuna cosa, eccetto quando vede di poter alquanto contribuire nell’accrescere, anche solo di un punto, l’onore e la gloria di Dio: per questo sacrificherebbe volentieri la vita.
Non dovete però credere, figliuole, che trascuri di mangiare e dormire, benché le sia di gran tormento, e nemmeno che lasci di compiere i doveri a cui per il suo stato è obbligata: qui non parliamo che delle disposizioni interiori.

Altri passi da notare potrebbero essere i seguenti:

Frammenti di un insegnamento sconosciuto: Ouspenski su Gurdjieff

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Gurjieff afferma che in India vi sono scuole filosofiche che conducono alla Conoscenza, in Egitto in passato è stata conservata la teoria, e in Persia la pratica. Che i suoi capisaldi fossero stati la tecnica dello stop e la danza è noto, e basa il primo sulla conoscenza di se stessi a partire da quella fisica (e soprattutto sul rilassamento muscolare) e la seconda su movimenti del corpo ben precisi tesi a far scattare la scintilla per la scoperta delle leggi della natura.
Egli insiste anche sull’importanza del lavoro di gruppo che, se rettamente guidato, può fare molto grazie a coloro che sono usciti dalla prigione.

Gurdjieff parte dal presupposto che un uomo ha in se molti uomini, e dal fatto che egli è un dormiente, una macchina incapace di pensare nel vero senso della parola, utilizzando il suo vero essere. Per smettere di essere una macchina è necessario conoscere la macchina, che fino a quando non si conosce si è incapaci di fare qualsiasi cosa. Per fare bisogna essere, altrimenti tutto accade senza che possiamo fare nulla.

Su grande scala, tutto ciò che avviene è regolato da leggi cosmiche generali e influenze, è così, dice Gurdjieff, anche per le guerre. In questo c’entrano anche le influenze planetarie, e la luna gioca un ruolo importante. La luna è un pianeta allo stato nascente.

Commenti (in semplicità) al Trattato sulla reintegrazione degli Esseri di Martinez de Pasqually

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Del Trattato sulla reintegrazione degli Esseri di Martinez de Pasqually (una bella analisi è quella di Le Forestier)  esistono 7 manoscritti di cui il più conosciuto è il Matter, tradotto anche in italiano. Il settimo è quello di Saint Martin.
Lo stesso Martinez, a dìfferenza di quello che comunemente si dice, proclama la superiorità della via cardiaca rispetto alla via operativa; via cardiaca scelta da Saint Martin, ma anche consigliata a Willermoz.
Il punto da cui parte Martinez è quello di considerare il Desiderio come ricezione attrazione a se delle influenze astrali (de-siderare).
Egli reinterpreta in chiave esoterica Genesi ed Esodo, che vanno sempre intese nelle tre forme: letterale (superficiale), allegorica ed esoterica.

Siccome la Trinità non può essere raffigurata da alcuna forma sensibile, il triangolo rappresenta solo le tre essenze che cooperano nella forma materiale terrestre, cioè Mercurio, Zolfo e Sale.

Tutta la Creazione deriva dall'immaginazione di Dio.
I primi essere emanati da Dio avevano piena autonomia e libero arbitrio.
A seguito del loro peccato d'orgoglio poichè tentati dalla loro stessa potenza, pensarono di emanare esseri a loro volta, ma senza il consenso divino.

Il Creatore non può leggere nelle cause seconde, se non attraverso il pensiero dell'essere spirituale buono o cattivo, o dell'aziona buona o cattiva. Esso non può ignorare l'essere pensante demoniaco che tenta i minori spirituali e perciò ha scelto degli Eletti che facciano seguire all'uomo le sue leggi.
Dio punisce gli spiriti prevaricatori facendoli cadere nel mondo fisico della materia apparente, soggetta al tempo.

Adamo (Adam Kadmon), il primo uomo, assume il dominio sugli spiriti buoni e cattivi e sull'universo con le sue creature.
Egli, in quanto puro spirito, leggeva i pensieri e le operazioni divine.
Anche Adamo crea un essere spirituale senza il consenso divino, e crea Eva, essere spirituale racchiuso in un corpo di materia.
Adamo si pente della sua prevaricazione e la bontà divina accorda lui la possibilità di Riconciliazione.
Adamo ed Eva sono esiliati sulla terra, ma abbandonati ai sensi fisici (dando vita alla discendenza di Caino) ritardano la loro Riconciliazione.
L'altra discendenza, senza abbandono ai sensi fisici, è quella di Abele.

Caino uccide Abele, ma viene a sua volta ucciso per errore dal figlio Booz.
Enoc tenta con i suoi discepoli la Riconciliazione col divino, ma uno di questi tradisce e ciò significa la caduta dell'intero genere umano verso i piaceri della materia.

Il diluvio universale fu mandato da Dio non solo per punire l'umanità che aveva abbandonato il culto per il divino, ma anche per sottrarla all'influenza degli spiriti perversi che l'avevano sottomessa.
Dopo il diluvio i figli di Noè erano destinati ad operare un culto misto spirituale e materiale, perchè anche se non avevano commesso crimini, vivevano comunque del ricordo dei crimini commessi dai loro contemporanei prima del diluvio.
La seconda posterità di Noè poteva invece operare solo spiritualmente.

Il calcolo lunare è il primo che il Creatore ha dato all'uomo, ed è quello che più innalza l'uomo alla conoscenza della natura universale.
Quello solare è stato successivamente adottato dai cristiani, e si tratta della suddivisione dell'anno in due solstizi e due equinozi.

I 10 culti di cui parla Martinez erano i 10 utilizzati da Mosè in Israele e da Salomone nel Tempio.

Abramo che toglie il figlio dal rogo rappresenta lo spirito che il creatore invia in aiuto degli uomini che pagano il tributo alla sua giustizia.
Isacco rappresenta il tipo di Cristo inviato da Dio sulla terra per realizzarvi il vero sacrificio.
I tre tipi di Abramo, Isacco e Giacobbe rappresentano il fatto che Dio era in 3 persone e ha operato tre azioni divine e distinte le une dalle altre in favore dei tre minori spirituali che a loro volta dovevano formare 3 tipi distinti nell'universo.
Esse non sono la divinità, che è indivisibile, ma rappresentano appunto le 3 azioni divine.

Se Noè riconcilia i mortali con il Creatore, Mosè riconcilia la posterità di Abramo, Isacco e Giacobbe.
Mosè rappresenta la triplice essenza divina nella sua creazione universale, generale e particolare, poichè: la sua nascita rappresenta l'azione del Creatore, la sua operazione di riconciliazione rappresenta l'operazione di riconciliazione del Figlio, la condotta del popolo di Mosè rappresenta lo Spirito divino che conduce.

Nell'operazione di riconciliazione si offre corpo e anima a Dio.
L'anima come legame fra corpo e spirito nella notte si ritira; la stessa cosa capita durante la contemplazione quando è abbastanza forte a far impressionare vivamente l'anima. Essa è staccata dal corpo solo in azione spirituale  e non in natura.

Il culto del Creatore e il suo cerimoniale sono sempre restati fra gli uomini della terra, ma la debolezza e l'iniquità degli uomini gli ha fatto dimenticare quelle divine conoscenze.
“Ugualmente, senza la reazione demoniaca, nulla avrebbe vita spirituale fuori dalla circonferenza divina”.

Lo spirito settenario per Pasqually assolve alla funzione di essere la guida dell'essere umano durante e dopo l'incorporazione fisica.
Le dodici tribù d'Israele sono la rappresentazione di un corpo unico in intimo legame, e la loro separazione l'una dall'altra rappresenta la caduta nell'ignoranza.

Trattato sulla reintegrazione degli esseri. Le concezioni teurgico-massoniche dell'Ordine dei cavalieri eletti Cohen dell'universo

L'Eneide e Virgilio: storia e percorso artistico

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Il testo completo dell'Eneide lo trovate qua.
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L'Eneide (29-19 a.C.), poema epico di 12 libri, narra le peregrinazioni di Enea e gli scontri da lui sostenuti contro i latini per dare vita a un nuovo popolo, che avrebbe in seguito fondato Roma. L'opera fu composta nell'ultimo decennio di vita di Virgilio e rimase incompiuta perché la morte del poeta troncò il lavoro di rielaborazione e rifinitura. Virgilio aveva espresso, per questo, la volontà che l'Eneide fosse distrutta dalle fiamme, ma Vario Rufo e Tucca, gli esecutori testamentari, la consegnarono ad Augusto, il quale ordinò che fosse pubblicata senza alcuna correzione, nonostante qualche incoerenza e 58 versi incompiuti, e avesse la massima divulgazione possibile: l'Eneide rappresentava infatti il poema da lui tanto atteso.

La composizione fu lunga e travagliata perché Virgilio non possedeva una tradizione alla quale potesse rifarsi e perciò doveva scegliere fra le molte versioni del mito, narrare il crollo di una città antenata di Roma, creare un “padre fondatore”, esule ed errante.
Era necessario rappresentarlo come un combattente e accettare la tradizione secondo la quale una guerra sanguinosa era stata combattuta fra i progenitori di Roma e quelli che sarebbero stati i suoi alleati storici, i latini. Virgilio si stacca dal presente, risale alla leggendaria caduta di Troia, alla quale fa risalire la ancor lontana fondazione di Roma, ma dominante e certa nelle profezie. La guerra di Troia è pertanto narrata per giustificare un unico esito voluto dagli dei: Roma.

Virgilio innova decisamente il poema epico: egli ambienta il suo poema in un'età mitica e introduce la storia come digressione, sotto l'aspetto di visione profetica. La leggenda di Enea rappresentava già la rivincita dei discendenti troiani sui greci; con Virgilio essa assume una forma più coerente e complessa: un ritorno all'antiqua mater, alla terra degli avi, leggenda che parte dall'etrusca Cortona, da dove era partito Dardano, il capostipite dei troiani.
Inoltre il poeta perfezionava la tradizione mitica della nobilissima famiglia Giulia, e cioè di Cesare e Augusto, che si gloriava di discendere da Iulo o Ascanio, figlio di Enea, a sua volta figlio della dea Venere.

Nell'Eneide Virgilio non crea figure di eroi esuberanti e baldanzosi, dotati di una vitalità prorompente, come Omero; i suoi personaggi hanno carattere più sfumato, sono approfonditi psicologicamente, spesso dipinti con atteggiamento dolente e meditativo. Sono personaggi umani e non eroi divinizzati come quelli di Omero. Enea non è un guerriero come Achille o Ettore, o un eroe come Ulisse: egli è colui che accetta con rassegnazione il destino e obbedisce, talvolta con dolore, al Fato.

Le sue caratteristiche sono la pietas, cioè il senso del dovere e la capacità di sacrificio.
Didone, la regina di Cartagine che Enea è costretto dal Fato ad abbandonare e ne rappresenta drammaticamente il suicidio con intenso pathos, rappresenta una delle figure più complete di tutto il poema, presentata prima nella piena forza del sentimento amoroso, poi nella crudezza della morte e, infine, nell'odio inestinguibile, oltre la vita, per l'amante che l'ha tradita.

È la grandezza di Roma che commuove Virgilio, non il trionfo di Enea.
I primi sei libri raccontano la storia del viaggio di Enea da Troia all'Italia, mentre la seconda parte del poema narra la guerra, dall'esito vittorioso, dei Troiani - alleati con i Liguri, alcuni gruppi locali di Etruschi e con i Greci provenienti dall'Arcadia - contro i Rutuli, i Latini e le popolazioni italiche in loro appoggio, tra cui altri Etruschi.

L'orientamento alessandrino verso il poema breve (sul modello delle Argonautiche) risalta nella divisione dodici libri di Virgilio che riprende, in dimensione minore, i poemi omerici: l'Odissea nei primi sei libri (tema del viaggio) e l'Iliade nei secondi sei (tema della guerra). L'ordine delle vicende, rispetto ad Omero, viene rovesciato e l'avventura viene trattata prima della guerra.
Era in uso presso la poesia ellenistica limitarsi a dodici libri, invece dei ventiquattro di impostazione classica: si può dunque pensare che Virgilio abbia ripreso questa consuetudine in quanto i Romani non operavano una sostanziale scissione tra la cultura classica e quella ellenistica.
Col suo modello Virgilio instaura un rapporto di raffinata competizione innovativa.
Il viaggio di Ulisse era un viaggio di ritorno, quello di Enea un viaggio di rifondazione proiettato verso l'ignoto; la guerra nell'Iliade era una guerra di distruzione, quella di Enea è rivolta alla costruzione di una nuova città e di una nuova civiltà.

Enea, esule dalla città di Troia, tenta di raggiungere il Lazio, per fondarvi una nuova città e portare in Italia i Penati, una stirpe nobile e coraggiosa e una razza che sarà conosciuta e rispettata da tutti i popoli, come stabilito da una profezia. Parte con una flotta di venti navi, nonostante l'opposizione di Giunone.
La dea infatti è adirata per tre motivi:
- perché ha perso la gara di bellezza contro la madre di Enea;
- perché la sua città favorita, Cartagine, è destinata ad essere distrutta dalla stirpe troiana nata da una relazione tra Zeus ed Elettra;
- perché Ganimede era stato scelto quale coppiere al posto di Ebe, la figlia di Giunone.
La flotta troiana, dispersa da una tempesta provocata da Giunone, giunge sulla costa libica dove sta sorgendo una nuova città: Cartagine.
Enea in compagnia di Acate si avventura ad esplorare il luogo ed ecco che una giovane, in veste di cacciatrice, su fa loro incontro e, dando notizie del luogo e del popolo, conforta l’Eroe preoccupato. Appena essa si allontana, Enea riconosce dal profumo e dalla chioma Venere, sua madre.

Antonio Balestra, Venere cacciatrice appare a Enea e Acate
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