Il Castello Interiore di S. Teresa d'Avila: mansioni interiori, moti dell'anima e matrimonio spirituale
Tra gli scritti
di Teresa d'Avila, sicuramente "Il castello interiore" è
l'opera più matura e sistematica (il
testo integrale lo trovate qui, se lo acquistate da questo link contribuirete alla crescita del blog!)
. Con la metafora
del viaggio attraverso le sette dimore del castello, Teresa descrive il
percorso verso la preghiera, percorso fatto di fatiche, di rischi e possibili
illusioni, ma anche segnato dalla gioia e dalla consolazione.
I passi
importanti sono molti, e per certi versi quanto dice Santa Teresa ricalca, in
parte quanto dice Saint-Martin
in merito all’importanza della meditazione, della preghiera e dell’iniziazione
del Cuore.
- Le prime
Mansioni (2 capitoli) sono le anime che hanno desideri di perfezione,
ma sono ancora immerse nelle preoccupazioni del mondo, da cui devono fuggire
cercando la solitudine.
- Le seconde
Mansioni (1 capitolo) sono per le anime che possiedono una grande
determinazione di vivere in grazia e che si danno, pertanto, all’orazione e a
qualche mortificazione, tuttavia tra molte tentazioni perché non vogliono
lasciare del tutto il mondo.
- Le terze
Mansioni (2 capitoli) sono per le anime che esercitano le virtù e l’orazione,
ma con un dissimulato amore per se stessi. Hanno bisogno di umiltà ed
obbedienza.
- Le quarte
Mansioni (3 capitoli) sono per le anime che sono già all’inizio delle realtà
"soprannaturali": l’orazione di quiete ed un principio di unione.
I frutti non sono ancora stabili; le anime devono per ciò fuggire dal mondo e
dalle occasioni.
- Le quinte
Mansioni (4 capitoli) sono già in piena vita mistica, con l’orazione di
unione che è soprannaturale e che viene concessa da Dio come quando vuole, benché
l'anima debba disporvisi. I veri segni di questa unione è che deve essere
totale, che non manchi la certezza della presenza di Dio e che siano presenti
tribolazioni e dolori in cui l'amore verso Dio sia messo alla prova. Qui è
necessaria un’autentica fedeltà.
- Con le seste Mansioni (11 capitoli) si giunge ad
un’alta purificazione interiore dell'anima, e tra le grazie che le vengono
concesse, del tutto soprannaturali, ci sono le locuzioni, estasi, e altre. È
presente un forte zelo per la salvezza delle anime, che porta ad abbandonare la
propria solitudine. È necessaria la contemplazione dell'umanità di Cristo
per arrivare agli ultimi gradi della vita mistica.
- Le settime
Mansioni (4 capitoli) sono la vetta della vita spirituale, in cui si riceve la
grazia del matrimonio spirituale ed un’intima comunicazione con la Trinità,
da cui sgorga spontaneamente per l’anima una grande pace, rimanendone
contemporaneamente attiva e contemplativa. Una contemplazione che non è
solo soggettiva, ma che trascende l’uomo stesso.
Si
potrebbero notare questi passi importanti:
- Mentre l’anima è fuori di sé, le
vengono mostrate grandi cose, e quando ritorna in sé si ritrova con grandissimi
vantaggi. Le cose della terra le appaiono così spregevoli che, di fronte
a quelle vedute, le sembrano immondezze. D’allora in poi non vive quaggiù che
con pena, non essendovi nulla che la possa ancora interessare di ciò che prima
le soleva essere attraente.
- Tuttavia, quando il fuoco interno è
violento, il cuore, benché duro, distilla come un lambicco. Se le lacrime
vengono da questa fonte, non potrete non accorgervene, perché in luogo di
turbare, confortano, lasciano nella pace, e rare volte fan male.
-
Il dolore dei peccati cresce in proporzione dei favori che Dio elargisce;
e ritengo che non cessi se non in quel luogo dove nessuna cosa può dar pena.
Però,
il dolore è più o mene pungente, e non si fa sempre sentire nel medesimo modo.
E’
un po’ il fatto che ognuno porta la croce che è in grado di portare.
- Con queste
grazie così elevate l’anima desidera sì al vivo di godere in pieno Chi gliele
fa, che vivere per lei diviene un grande, benché delizioso tormento.
Sospira ardentemente di morire, e con
lacrime incessanti supplica il Signore di toglierla da questo esilio, dove
tutto l’annoia. Ha un po’ di sollievo nel ritirarsi in solitudine, ma la
pena non tarda molto a tornare.
- Spesso per accendere la volontà si
ha bisogno dell’intelletto.
- Mi chiedevo una volta perché Dio ami
tanto l’umiltà, e mi venne in mente, d’improvviso, senza alcuna mia riflessione
che ciò dev’essere perché Egli è somma Verità, e che l’umiltà è verità.
Allora quella persona comprende quanto
più grandi delle pene del corpo siano quelle dell’anima, e pensa che di questa
natura debbano pur essere quelle del purgatorio, dove l’assenza del corpo non
impedisce all’anima di soffrire assai di più che non qui sulla terra in
compagnia del corpo.
Del resto è
giusto che il molto costi molto, massimamente quando serve a purificare l’anima per poi introdurla nella settima mansione,
come il purgatorio purifica quelle che devono entrare nel cielo, tanto più che
innanzi alla grandezza dello scopo, quel tormento si fa piccolo, come goccia di
acqua di fronte al mare, nonostante che in sé sia di un’afflizione così
angosciosa da superare, a mio parere, tutte le pene della terra.
- Benché nelle altre mansioni vi sian
bestie velenose, grande confusione e se ne oda il tumulto, l’anima rimane al
suo posto e non vi è nulla che la smuova. Il rumore che sente le può dare un
po’ di noia, ma non l’inquieta, né le fa perdere la pace, perché le passioni
sono vinte e temono di entrare da lei, per non doverne uscire più umiliate.
Ecco che
abbiamo il corpo indolenzito ma la testa sana.
-
Ella non si preoccupa più di nulla. Non vuol essere nulla in nessuna cosa, eccetto
quando vede di poter alquanto contribuire nell’accrescere, anche solo di un
punto, l’onore e la gloria di Dio: per questo sacrificherebbe volentieri la
vita.
Non
dovete però credere, figliuole, che trascuri di mangiare e dormire, benché le
sia di gran tormento, e nemmeno che lasci di compiere i doveri a cui per il suo
stato è obbligata: qui non parliamo che delle disposizioni interiori.
Altri passi da
notare potrebbero essere i seguenti:
Frammenti di un insegnamento sconosciuto: Ouspenski su Gurdjieff
Gurjieff afferma che in India
vi sono scuole filosofiche che conducono alla Conoscenza, in Egitto in passato è
stata conservata la teoria, e in Persia la pratica. Che i suoi capisaldi
fossero stati la tecnica dello stop e la danza è noto, e basa il primo sulla
conoscenza di se stessi a partire da quella fisica (e soprattutto sul
rilassamento muscolare) e la seconda su movimenti del corpo ben precisi tesi a
far scattare la scintilla per la scoperta delle leggi della natura.
Egli insiste anche sull’importanza del lavoro di
gruppo che, se rettamente guidato, può fare molto grazie a coloro
che sono usciti dalla prigione.
Gurdjieff parte dal presupposto che un uomo
ha in se molti uomini, e dal fatto che egli è un dormiente, una
macchina incapace di pensare nel vero senso della parola, utilizzando il suo
vero essere. Per smettere di essere una macchina è necessario conoscere la
macchina, che fino a quando non si conosce si è incapaci di fare qualsiasi
cosa. Per fare bisogna essere, altrimenti tutto accade senza che possiamo fare
nulla.
Su grande scala, tutto ciò che avviene è
regolato da leggi cosmiche generali e influenze, è così, dice Gurdjieff, anche
per le guerre. In questo c’entrano anche le influenze planetarie, e la luna
gioca un ruolo importante. La luna è un pianeta allo stato nascente.
Commenti (in semplicità) al Trattato sulla reintegrazione degli Esseri di Martinez de Pasqually
Del Trattato
sulla reintegrazione degli Esseri di Martinez de Pasqually (una bella analisi è
quella di Le Forestier) esistono
7 manoscritti di cui il più conosciuto è il Matter, tradotto anche in
italiano. Il settimo è quello di Saint Martin.
Lo stesso Martinez, a dìfferenza di quello che
comunemente si dice, proclama la superiorità della via cardiaca rispetto alla
via operativa; via cardiaca scelta da Saint Martin, ma anche consigliata a
Willermoz.
Il punto da cui parte Martinez è quello di considerare il Desiderio
come ricezione attrazione a se delle influenze astrali (de-siderare).
Egli reinterpreta in chiave esoterica Genesi
ed Esodo,
che vanno sempre intese nelle tre forme: letterale (superficiale), allegorica
ed esoterica.
Siccome la Trinità non può essere raffigurata da
alcuna forma sensibile, il triangolo rappresenta solo le tre essenze che
cooperano nella forma materiale terrestre, cioè Mercurio, Zolfo e Sale.
Tutta la Creazione deriva dall'immaginazione di Dio.
I primi essere emanati da Dio avevano piena autonomia e
libero arbitrio.
A seguito del loro peccato d'orgoglio poichè
tentati dalla loro stessa potenza, pensarono di emanare esseri a loro
volta, ma senza il consenso divino.
Il Creatore non può leggere nelle cause seconde, se
non attraverso il pensiero dell'essere spirituale buono o cattivo, o
dell'aziona buona o cattiva. Esso non può ignorare l'essere pensante demoniaco
che tenta i minori spirituali e perciò ha scelto degli Eletti che
facciano seguire all'uomo le sue leggi.
Dio punisce gli spiriti prevaricatori facendoli cadere nel
mondo fisico della materia apparente, soggetta al tempo.
Adamo (Adam Kadmon), il primo uomo, assume il dominio
sugli spiriti buoni e cattivi e sull'universo con le sue creature.
Egli, in quanto puro spirito, leggeva i pensieri e le
operazioni divine.
Anche Adamo crea un essere spirituale senza il consenso
divino, e crea Eva, essere spirituale racchiuso in un corpo di materia.
Adamo si pente della sua prevaricazione e la bontà divina
accorda lui la possibilità di Riconciliazione.
Adamo ed Eva sono esiliati sulla terra, ma abbandonati ai
sensi fisici (dando vita alla discendenza di Caino) ritardano la
loro Riconciliazione.
L'altra discendenza, senza abbandono ai sensi fisici, è
quella di Abele.
Caino uccide Abele, ma viene a sua volta ucciso per errore
dal figlio Booz.
Enoc tenta con i suoi discepoli la Riconciliazione col
divino, ma uno di questi tradisce e ciò significa la caduta dell'intero genere
umano verso i piaceri della materia.
Il diluvio universale fu mandato da Dio non solo per punire
l'umanità che aveva abbandonato il culto per il divino, ma anche per sottrarla
all'influenza degli spiriti perversi che l'avevano sottomessa.
Dopo il diluvio i figli di Noè erano destinati ad operare
un culto misto spirituale e materiale, perchè anche se non avevano
commesso crimini, vivevano comunque del ricordo dei crimini commessi dai loro
contemporanei prima del diluvio.
La seconda posterità di Noè poteva invece operare solo
spiritualmente.
Il calcolo lunare è il primo che il Creatore ha dato
all'uomo, ed è quello che più innalza l'uomo alla conoscenza della natura
universale.
Quello solare è stato successivamente adottato dai
cristiani, e si tratta della suddivisione dell'anno in due solstizi e due
equinozi.
I 10 culti di cui parla Martinez erano i 10 utilizzati da
Mosè in Israele e da Salomone nel Tempio.
Abramo che toglie il figlio dal rogo rappresenta lo
spirito che il creatore invia in aiuto degli uomini che pagano il tributo
alla sua giustizia.
Isacco rappresenta il tipo di Cristo inviato
da Dio sulla terra per realizzarvi il vero sacrificio.
I tre tipi di Abramo, Isacco e Giacobbe rappresentano il
fatto che Dio era in 3 persone e ha operato tre azioni divine e distinte le une
dalle altre in favore dei tre minori spirituali che a loro volta dovevano
formare 3 tipi distinti nell'universo.
Esse non sono la divinità, che è indivisibile, ma
rappresentano appunto le 3 azioni divine.
Se Noè riconcilia i mortali con il Creatore, Mosè
riconcilia la posterità di Abramo, Isacco e Giacobbe.
Mosè rappresenta la triplice essenza divina nella sua
creazione universale, generale e particolare, poichè: la sua nascita
rappresenta l'azione del Creatore, la sua operazione di riconciliazione
rappresenta l'operazione di riconciliazione del Figlio, la condotta del popolo
di Mosè rappresenta lo Spirito divino che conduce.
Nell'operazione di riconciliazione si offre corpo e anima a
Dio.
L'anima come legame fra corpo e spirito nella notte si
ritira; la stessa cosa capita durante la contemplazione quando è abbastanza
forte a far impressionare vivamente l'anima. Essa è staccata dal corpo solo in
azione spirituale e non in natura.
Il culto del Creatore e il suo cerimoniale sono sempre
restati fra gli uomini della terra, ma la debolezza e l'iniquità degli
uomini gli ha fatto dimenticare quelle divine conoscenze.
“Ugualmente, senza la reazione demoniaca, nulla avrebbe
vita spirituale fuori dalla circonferenza divina”.
Lo spirito settenario per Pasqually assolve alla
funzione di essere la guida dell'essere umano durante e dopo l'incorporazione
fisica.
Le dodici tribù d'Israele sono la rappresentazione di un corpo
unico in intimo legame, e la loro separazione l'una dall'altra rappresenta la
caduta nell'ignoranza.
Trattato sulla reintegrazione degli esseri. Le concezioni teurgico-massoniche dell'Ordine dei cavalieri eletti Cohen dell'universo
Trattato sulla reintegrazione degli esseri. Le concezioni teurgico-massoniche dell'Ordine dei cavalieri eletti Cohen dell'universo
L'Eneide e Virgilio: storia e percorso artistico
Il testo completo dell'Eneide lo trovate qua.
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L'Eneide (29-19 a.C.), poema epico di 12 libri, narra le peregrinazioni di Enea e gli scontri da lui sostenuti contro i latini per dare vita a un nuovo popolo, che avrebbe in seguito fondato Roma. L'opera fu composta nell'ultimo decennio di vita di Virgilio e rimase incompiuta perché la morte del poeta troncò il lavoro di rielaborazione e rifinitura. Virgilio aveva espresso, per questo, la volontà che l'Eneide fosse distrutta dalle fiamme, ma Vario Rufo e Tucca, gli esecutori testamentari, la consegnarono ad Augusto, il quale ordinò che fosse pubblicata senza alcuna correzione, nonostante qualche incoerenza e 58 versi incompiuti, e avesse la massima divulgazione possibile: l'Eneide rappresentava infatti il poema da lui tanto atteso.
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L'Eneide (29-19 a.C.), poema epico di 12 libri, narra le peregrinazioni di Enea e gli scontri da lui sostenuti contro i latini per dare vita a un nuovo popolo, che avrebbe in seguito fondato Roma. L'opera fu composta nell'ultimo decennio di vita di Virgilio e rimase incompiuta perché la morte del poeta troncò il lavoro di rielaborazione e rifinitura. Virgilio aveva espresso, per questo, la volontà che l'Eneide fosse distrutta dalle fiamme, ma Vario Rufo e Tucca, gli esecutori testamentari, la consegnarono ad Augusto, il quale ordinò che fosse pubblicata senza alcuna correzione, nonostante qualche incoerenza e 58 versi incompiuti, e avesse la massima divulgazione possibile: l'Eneide rappresentava infatti il poema da lui tanto atteso.
La composizione
fu lunga e travagliata perché Virgilio non possedeva una tradizione alla quale
potesse rifarsi e perciò doveva scegliere fra le molte versioni del mito,
narrare il crollo di una città antenata di Roma, creare un “padre
fondatore”, esule ed errante.
Era necessario rappresentarlo
come un combattente e accettare la tradizione secondo la quale una guerra
sanguinosa era stata combattuta fra i progenitori di Roma e quelli che
sarebbero stati i suoi alleati storici, i latini. Virgilio si stacca dal
presente, risale alla leggendaria caduta di Troia, alla quale fa risalire la
ancor lontana fondazione di Roma, ma dominante e certa nelle profezie. La guerra
di Troia è pertanto narrata per giustificare un unico esito voluto dagli
dei: Roma.
Virgilio innova
decisamente il poema epico: egli ambienta il suo poema in un'età mitica e
introduce la storia come digressione, sotto l'aspetto di visione profetica. La
leggenda di Enea rappresentava già la rivincita dei discendenti
troiani sui greci; con Virgilio essa assume una forma più coerente e
complessa: un ritorno all'antiqua mater, alla terra degli avi, leggenda
che parte dall'etrusca Cortona, da dove era partito Dardano, il capostipite dei
troiani.
Inoltre il poeta
perfezionava la tradizione mitica della nobilissima famiglia Giulia, e
cioè di Cesare e Augusto, che si gloriava di discendere da Iulo o Ascanio,
figlio di Enea, a sua volta figlio della dea Venere.
Nell'Eneide
Virgilio non crea figure di eroi esuberanti e baldanzosi, dotati di una
vitalità prorompente, come Omero; i suoi personaggi hanno carattere più
sfumato, sono approfonditi psicologicamente, spesso dipinti con
atteggiamento dolente e meditativo. Sono personaggi umani e non eroi
divinizzati come quelli di Omero. Enea non è un guerriero come Achille o
Ettore, o un eroe come Ulisse: egli è colui che accetta con rassegnazione il
destino e obbedisce, talvolta con dolore, al Fato.
Le sue
caratteristiche sono la pietas, cioè il senso del dovere e la
capacità di sacrificio.
Didone, la regina
di Cartagine che Enea è costretto dal Fato ad abbandonare e ne rappresenta
drammaticamente il suicidio con intenso pathos, rappresenta una
delle figure più complete di tutto il poema, presentata prima nella piena forza
del sentimento amoroso, poi nella crudezza della morte e, infine, nell'odio
inestinguibile, oltre la vita, per l'amante che l'ha tradita.
È la grandezza
di Roma che commuove Virgilio, non il trionfo di Enea.
I primi sei libri
raccontano la storia del viaggio di Enea da Troia all'Italia, mentre la seconda
parte del poema narra la guerra, dall'esito vittorioso, dei Troiani - alleati
con i Liguri, alcuni gruppi locali di Etruschi e con i Greci provenienti
dall'Arcadia - contro i Rutuli, i Latini e le popolazioni italiche in loro
appoggio, tra cui altri Etruschi.
L'orientamento
alessandrino verso il poema breve (sul modello delle Argonautiche) risalta
nella divisione dodici libri di Virgilio che riprende, in dimensione minore, i
poemi omerici: l'Odissea nei primi sei libri (tema del viaggio) e l'Iliade
nei secondi sei (tema della guerra). L'ordine delle vicende, rispetto ad
Omero, viene rovesciato e l'avventura viene trattata prima della guerra.
Era in uso presso
la poesia ellenistica limitarsi a dodici libri, invece dei ventiquattro di
impostazione classica: si può dunque pensare che Virgilio abbia ripreso questa
consuetudine in quanto i Romani non operavano una sostanziale scissione tra la
cultura classica e quella ellenistica.
Col suo modello
Virgilio instaura un rapporto di raffinata competizione innovativa.
Il viaggio di
Ulisse era un viaggio di ritorno, quello di Enea un viaggio di rifondazione
proiettato verso l'ignoto; la guerra nell'Iliade era una guerra di distruzione,
quella di Enea è rivolta alla costruzione di una nuova città e di una nuova
civiltà.
Enea, esule dalla
città di Troia, tenta di raggiungere il Lazio, per fondarvi una nuova città e
portare in Italia i Penati, una stirpe nobile e coraggiosa e una razza
che sarà conosciuta e rispettata da tutti i popoli, come stabilito da una
profezia. Parte con una flotta di venti navi, nonostante l'opposizione di Giunone.
La dea infatti è
adirata per tre motivi:
- perché ha perso
la gara di bellezza contro la madre di Enea;
- perché la sua
città favorita, Cartagine, è destinata ad essere distrutta dalla stirpe troiana
nata da una relazione tra Zeus ed Elettra;
- perché Ganimede
era stato scelto quale coppiere al posto di Ebe, la figlia di Giunone.
La flotta
troiana, dispersa da una tempesta provocata da Giunone, giunge sulla costa
libica dove sta sorgendo una nuova città: Cartagine.
Enea in compagnia
di Acate si avventura ad esplorare il luogo ed ecco che una giovane, in veste
di cacciatrice, su fa loro incontro e, dando notizie del luogo e del popolo,
conforta l’Eroe preoccupato. Appena essa si allontana, Enea riconosce dal
profumo e dalla chioma Venere, sua madre.
Antonio Balestra, Venere
cacciatrice appare a Enea e Acate
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