Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze, Norberto Bobbio

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Dopo quanto tempo che ci si abita si puo' considerare casa propria

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Su un’autorevole rivista letteraria, il “Nuovo cinese universitario” [Daxue xin yuwen], pubblicata dall’Università di Pechino, vengono pubblicati testi che si auspica gli scrittori cinesi possano tenere in considerazione come esempi di bello scrivere. Per documentare questo nuovo tentativo di influenzare autorevolmente la creazione letteraria locale, si traduce qui la prima parte di uno dei racconti più interessanti.

Liu Liangcheng
DOPO QUANTO TEMPO CHE CI SI ABITA SI PUÒ CONSIDERARE CASA PROPRIA
in Xia Zhongyi (a cura di), Nuovi testi universitari, Pechino, 2008, pp. 207-210

A me piacerebbe abitare sempre nello stesso posto – in particolare, in una casa di campagna. In una casa solida abiterei tutta la vita, senza pensare a trasferirmi altrove. Passare per tutta la vita per lo stesso portone, dormire nello stesso letto, resistere al freddo e prendere il fresco sotto lo stesso tetto. Se la casa fosse pericolante, a quaranta o cinquant’anni, quando i travi fossero ormai marci e i muri crepati, la demolirei volentieri per costruirne un’altra, ma nello stesso posto.
Mi rallegra il fatto di aver già vissuto più di una casa. È una sensazione che si ha solo dopo aver abitato a lungo in un posto. Allora scopri che molte delle cose intorno non hanno resistito al tempo come te. Un giorno, all’improvviso, uno dei passeri sull’albero precipita giù, non sai se perché è morto di vecchiaia o di malattia; un altro giorno, un albero viene abbattuto, per farne mobili o legna da ardere; il bue che ti ha tenuto compagnia per tanti anni, un autunno alla fine non si muove più per quant’è vecchio. Fatti i conti, ha molto meno della tua età, al massimo gli anni del tuo figlio piccolo, e a te non resta che macellarlo o venderlo.
Normalmente, io sceglierei la prima alternativa. Io mi staccherei con riluttanza e non sopporterei di vendere un vecchio capo di bestiame che è stato ai miei comandi per metterlo ai comandi di qualcun altro. Attaccherei la pelle al muro e, dopo averla seccata, ne farei fruste o pellame; le ossa e le carni le stuferei in pentola e me le mangerei, un pasto dopo l’altro. Solo così mi sentirei meglio, non perderei completamente il bue, alcune parti di esso mi servirebbero ancora nella vita, continuerei a tenerlo ai miei comandi. Anche se, prima o poi, pure il pellame sarebbe consumato e la frusta arrotolata stretta si allenterebbe e io li getterei in un canto. È normale.
Perfino certe cose che per me non cambiano mai, dopo varie decine di anni di vita, scopro che sono mutate e sono diventate irriconoscibili. Ma io, che sono sempre vivo e vegeto, anche se alquanto decrepito, non morirò certo di vecchiaia.
Anni fa, quando rifeci il vicolo sul retro della casa, pensai di star compiendo una grande impresa, che sarebbe durata per generazioni: i miei figli e nipoti ci avrebbero camminato sopra. Le strade sono la cosa più durevole di tutte, distese come sono sul terreno, non si spezzano, non sono soffiate via dal vento, possono reggere a cose anche pesanti.
Una volta, un grosso camion entrò nel villaggio, carico di ferro; forse sbagliò strada e voleva fare una conversione a U. La strada principale del villaggio era troppo stretta e il camion non ci girava. L’autista mi vide, mi disse gentilmente che voleva fare marcia indietro nella strada sul retro di casa mia e mi chiese il permesso. D’accordo, dissi io, fa’ con comodo. In realtà volevo scoprire se quel tratto di strada che avevo rifatto sarebbe stato solido abbastanza. Dopo che il camon se ne fu andato scoprii che sulla strada erano rimasti solo due solchi di pneumatici, leggeri leggeri. Io mi sentii più tranquillo, pensai fa me e me che in futuro avrei potuto trasportare fino a casa anche un camion carico d’oro, per quella strada.
Un anno dopo, tuttavia, durante un acquazzone, metà della strada fu portata via e la carreggiata rimasta si ammollò tutta, al punto che quasi non ci si poteva più passare neanche a piedi. Quando, dopo che fu spiovuto, mi misi di nuovo a ripararla, non pensavo più che le strade fossero eterne, ma solo che io sarei sopravvissuto un po’ più a lungo. Avevo sempre creduto che la vita fosse breve e di dover affrettarmi a compiere una qualche impresa di lungo periodo da lasciare al mondo. Adesso invece avevo l’impressione che io sì, sarei potuto restare a lungo su questa terra, ma che tutto il resto era come nebbia al sole.
Nell’addestrare il bestiame giovane, qualche volta mi scappava una bestemma: bestia! tuo nonno quando era un mano mia era tanto buono e lavoratore! Dopo d’improvviso mi rendevo conto che erano passati un bel po’ di anni. Il bestiame e gli attrezzi che mi avevano accompagnato erano già scomparsi da un pezzo, mentre io continuavo le stesse solite cose di tanti anni prima con uguale vigore giovanile e fiducia. Riaffiorava alla mente anche il villaggio com’era tanti anni fa.
Chi potrebbe ancora ricordare così felice come me cose di tanti anni prima! Il puledrino di tre anni, la scrofa di un anno e mezzo, i tre pioppi che crescono da appena tre estati nella cintura verde lungo la strada, come potrebbero sapere che cosa succedeva al villaggio qualche decina d’anni fa? Sono arrivati troppo tardi, non possono che vivere in paese con rimpianto, a guardare con quegli occhi ingenui che non hanno visto niente quello che possono, ad ascoltare quello che gli fischia alle orecchie. Non sanno niente della storia del villaggio, né sapranno mai chi fu a tirare su quel muro, chi a scavare quel canale, chi fu a guadare il fiume per mettere a coltura quella vasta distesa brulla, chi a sospingere fuori del paese la mandria di cavalli, profittando dell’oscurità notturna, chi a svacalcare il muro prima dell’alba coi calzoni rimboccati e a sgattaiolare a casa... Conservo gelosamente tutto, insieme con un lungo tratto integro di anni. Fa di me quello che sono. A meno che non lo dica io, nessuno ci può più entrare.
Naturalmente, quando una persona vive a lungo, possono aumentare anche i fastidi. Proprio come quelli che incidono volentieri il nome sui muri vecchi mille anni o sulle pareti di roccia di diecimila anni per godere dell’immortalità, sono molte le cose in paese che hanno lasciato volentieri la loro impronta su di me. Esse riconoscono che io sono immarcescibile, e comunque sia irriducibile alla morte. Sui miei lombi a tutt’oggi resta l’impronta del mezzo zoccolo di una vacca. Mi sbalzò di groppa e mi diede un calcio sui lombi scoperti. Una volta schiacciatomi, non ebbe fretta di spostarsi e tolse lo zoccolo solo dopo che ritenne che l’impronta mi sarebbe rimasta incisa addosso. Sulle gambe portò le tracce violacee dei denti di parecchi cani, alcune di maschi, altre invece di cagne. Proprio come la gente che lascia il nome sui monumenti, che si affretta a nascondere la mano che l’ha tracciato, rendendo vano ogni tentativo di prevenirli. In faccia, quasi dappertutto, ho i segni delle morsicature delle zanzare, alcuni profondi, altri superficiali. Alcuni sono spariti in pochi giorni, ma molte di più sono le cicatrici che resteranno per sempre. In certi punti celati alla vista ci sono i segni dei denti e delle unghie delle donne. Però sono di più le cose rimaste nel cuore.
Mi sono fatto carico delle tracce preziose della moltitudine di cose insieme alle quali ho vissuto e che mi danno la sensazione di aver vissuto pienamente, e senza alcun senso di stanchezza. Talvolta, quando mi fanno male le reni nel cuore della notte, mi viene in mente la vacca che mi aveva calpestato ormai molti anni or sono, il colore e gli arabeschi del pelo, le mammelle smisurate e la vulva lustra nel periodo dell’estro; talaltra, con le gambe stanche per il gran camminare, ricordo la pelle del cane nero che mi aveva morso, stesa ben spiegata sulla mia stufa di mattoni, che mi è servita da materasso per molti anni. Io sono diventato il tramite vivente della storia del paese, dovunque mi si tocchi, a caso, di là sgorga un vivido racconto.
A vivere a lungo in un paese, si può aver l’impressione che il tempo su di te si sia fermato, mentre sulle altre cose passa come il lampo. È la dimostrazione che sei diventato tutt’uno con il tempo del luogo. Il clima, il raggi del sole e gli spazi si sono assuefatti a te, sanno che sei una persona onesta e rispettosa, che non sarebbe di nessun grave danno se pure vivesse qualche altra decina d’anni. Altri sono diversi, ci sono cose che scorrazzano per il mondo e ti fanno correre dietro per il mondo dal tempo. Forse, anche loro qualche volta evitano il tempo e vivono giovani e comodamente. Il giorno in cui il tempo corresse loro dietro potrebbe vendicarsi crudelmente e toglier loro di botto qualche decina d’anni; i fatti dimostrano che molte persone che abbiano lasciato il villaggio per girare il mondo alla fine non sono più tornate indietro e sono morte altrove. Non hanno avuto il tempo di fare ritorno.
[...]

Storia della Filosofia Greca, di Wang Zisong, Chen Cunfu, Bao Limin e Zhang Xuefu

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Si segnala la pubblicazione di una vasta storia della filosofia greca, in quattro volumi e cinque tomi, a opera di un gruppo di studiosi cinesi, la più ampia a tutt’oggi uscita in terra cinese.
Per dar modo agli studiosi, sia pure in via del tutto preliminare, di cogliere le caratteristiche dell’opera, se ne traducono in italiano qui di seguito alcuni passi.

Wang Zisong, Chen Cunfu, Bao Limin, Zhang Xuefu
STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA
Pechino, Edizioni del Popolo, 2010, vol. IV, pt II, p. 38

CAP. II
§ 3 L’ “ORIENTALIZZAZIONE” DELLA politeia: MONARCHIA E IMPERO
Alessandro Magno di Macedonia segna la fine della classicità greca e l’inizio dell’ellenismo.
Il termine “ellenismo” viene dal greco ellhnizo, nel senso di “i miei atti e comportamenti sono quelli di un greco” [I behave like a Greek], “adotto il modo di vita greco” [I adopt Greek ways], “parlo greco” [I speak Greek]. A metà del XIX secolo, lo storico tedesco J. C. Droysen lo usò per indicare la fase storica della diffusione della cultura greca nel mondo non greco all’indomani della spedizione a oriente di Alessandro Magno. Tale fase copre circa trecento anni , da tale spedizione fino alla distruzione dell’ultima dinastia reale macedonica in Egitto (quella dei Tolomei) da parte dell’imperatore romano Ottaviano nel 31 a.C. e la sua riduzione a provincia l’anno seguente. “Ellenismo” dunque non è una denominazione dell’epoca, ma fu scelta più tardi per indicare il “mondo greco” , comprendente l’Egitto, la Siria, l’Italia meridionale, la Sicilia e altre aree del mediterraneo calcate dai Greci, fino ai confini dell’India, dopo la dominazione macedone della Grecia. La traduzione cinese del termine, xilahua [lett. “grecizzazione”, n.d.T.] può indurre con facilità a credere erroneamente che la politica, la cultura, l’economia, la lingua, gli usi e costumi di tutta quest’area “diventarono” greci. A rigore, il termine indica invece una fase di “panellenismo” [fanxila], amalgama di tutte quelle culture. Essendo i trecento anni circa seguenti la morte di Alessandro Magno assai intricati e sfaccettati, ne ripercorreremo qui innanzitutto concisamente la storia, per poi trattare i fenomeni culturali del Mediterraneo contraddistinti da tale “panellenismo” nel corso di quei trecenti anni.

1.    IL DIBATTITO POLITICO E LA FORMAZIONE DELL’ALLEANZA TRIPARTITA NELLA FASE DELL’ELLENISMO

Con la morte improvvisa di Alessandro Magno e la scomparsa dell’impero persiano si ebbe un momentaneo “vuoto di potere”. La moglie di Alessandro, Rossana, era incinta. In famiglia c’era solo l’imbelle e inetto fratellastro Arrideo. In punto di morte, Alessandro consegnò il suo anello al generale Perdicca, nella speranza che la sua guardia e i cavalieri di Perdicca potesero proteggere il nascituro. Tuttavia i fanti macedoni si ammutinarono e appoggiarono l’ascesa al trono di Arrideo. Alla fine si giunse a un accomodamento: se Rossana avesse partorito un maschio, sarebbe stato re. Più tardi la regina partorì effettivamente un maschio, che divenne Alessandro IV di Macedonia, mentre Arrideo diventava Filippo III. La coesistenza dei due re scongiurò per il momento i torbidi interni. Mezzo secolo più tardi, l’idea di un impero alessandrino si era andata gradualmente sbiadendo. Nel 280 a.C. si venne alla fine a creare una nuova situazione politica, con i tre regni nominalmente soggetti al regno di Macedonia, ovvero l’Egitto dei Tolomei, la Siria Selgiucide, la Grecia settentrionale degli Antigonidi e la Macedonia propriamente detta. Tale situazione permase per due secoli, durante i quali imperversarono i complotti, le stragi, le macchinazioni e le dispute, e per dare al lettore un’impressione bastevole dei motivi per cui tale epoca investì la sicurezza personale, è necessario ripercorrerne la storia.
[...]

§ 4 L’AMALGAMA CULTURA DEL MONDO MEDITERRANEO

 La cultura greca all’epoca dell’ “ellenismo” fu, in termini moderni, una cultura forte e la lingua greca detenne una posizione egemonica fra le lingue. Tuttavia, le culture dell’Asia occidentale e dell’Egitto, dalla lunga storia e profondamente radicate, non mostravano alcun segno di debolezza, mentre in terra greca il regime delle città-Stato entrava in una fase di decadenza: i cittadini poveri, per scongiurare un destino da schiavi, preferivano diventare mercenari dei Persiani e, dopo la pesante sconfitta inflitta ai Persiani da Alessandro, furono ancor più disposti ad andare in oriente in una “corsa all’oro” per sopravvivere. Si verificò dunque per la prima volta nella storia il fenomeno su vasta scala del’assimilazione di una cultura durata svariate centinaia d’anni, che influenzò la cultura autoctona greca e perfino la politica e l’economia. Tale amalgama culturale si manifestò con la massima evidenza nella filosofia e nella religione della Grecia tara e dell’Impero Romano.
 Dopo che vi ebbero assunto il controllo, i Greci e i Macedoni fondarono in Asia occidentale e in Egitto città e piazzeforti sul modello della città-stato greca e diffusero nei nuovi territori il regime e le teorie politiche, la letteratura e l’arte, la religione e la filosofia greche. Contemporaneamente, venerarono i sistemi delle divinità locali, asunsero funzionari locali, fusero i regimi politici orientali ed egiziano in quello greco, elementi che da parte loro influenzarono le terre greche e accelerarono la transizione dallo status di città-stato a quello di provincia.
 Nell’Asia occidentale, nell’Asia centrale, sulle rive dell’Indo e in Egitto Alessandro Magni aveva fondato svariate città e roccheforti, sul cui numero esatto le opinioni non sono ancora concordi, tutte battezzate col nome di Alessandro. È difficile distinguere nettamente “roccaforte” e “città”; storicamente è rimasta traccia di una decina di loro. L’Oxford Classical Dictionary, terza edizione, ne cita sette, sei delle quali fondate da Alessandro Magno (cfr. pp. 61-62). Secondo il poeta Teocrito, al tempo in cui era al potere Tolomeo I d’Egitto ce n’erano trenta e sciolse un canto a Tolomeo II.

[...]

In “A companion to the Hellenistic world” [tr. cin. Xilahua shijie daodu] è stato pubblicato il testo “Cities” [tr. cin. Chengshi] di Richard Billows, dove si discute ampiamente la questione delle città fondate da Alessandro Magno e i suoi successori in epoca ellenistica nelle aree sotto il loro controllo. Nel testo il Billow afferma:

Scholars who have written histories of the Greek city-states have most often tended to draw their histories to a close with the advent of the Hellenistic Era, on the assumption that the creation of the Hellenistic empires brought the great age of the Greek cities to an end. This is exactly the opposite of reality; for in reality, the Hellenistic era was in many respects the most important period in the history of the Greek cities, a periodo of dramatic growth and development. Geographically, the reach of the Greek cities was enormously expanded by the foundation of several hundred new cities throughout western Asia from the Mediterranean coast all the way to mdern Afghanistan and Pakistan. Not only was there a far greater number of Greek cities in the Hellenistic era, covering a much greater geographical range, but the size of the Greek cities had increased. The largest Greek cities of Classical times, Athens and Syracuse, had population on the order of a hundred to a hundred and twenty five thousand persons, or perhaps as much as a quarter of a million if one includes their surrounding territories. A number of Hellenistic cities were much larger than this – Antioch-on-the-Orontes and Seleukeia-on-the-Tigris may have reached half of a million, Alexandria in Egypt may even have reached a million – and there were quite a few cities that were as large as classical Athens and Syracuse.
Besides sheer numbers and size, one must also consider the sophistification of urban development, both physical and cultural, an the nature of inter-city contacts and relations – far more elaborate during the Hellenistic than during previous eras. In terms of city-state culture, what is clearly observable is the extension of certain uniform institutions and norms throughout the Hellenistic world. Most obvious is the triumph of the ellenistc koine dialect over local (Doric, Aeolic, Ionic, etc.) dialects forms in all Greek cities. It is worth emphasizing that the koine (or “common”) dialect was a slightly modified form of the Attic dialect of classical Athens.

L’autore afferma poi che, oltre che per la lingua, ciò vale anche per le altre manifestazioni culturali. Le città del periodo ellenistico presero tutte a modello l’Atene classica. La tragedia attica fu universalmente ammirata e lodata, ogni singola citta’ esaltò il regime democratico, l’educazione superiore formata sulla retorica di Isocrate [436-338 a.C.] diventò il canone del’educazione superiore ellenistica. Parimenti, le dottrine di Dione Crisostomo e Pausania diventarono i modelli per la costruzione e l’amministrazione delle città: tutt’intorno alle mura delle città, mercati, teatri, campi sportivi, porticati, fontane, parlamenti o municipi e le sedi dei magistrati rispettivi: agoranomos (sovrintendenti ai mercati), gymnasiarchos (gestori dei campi sportivi), amphodarchai (gestori delle vie), astynomoi (vigili) ecc. C’erano inoltre molte leggi che regolavano i rapporti fra individuo e città-Stato e fra queste ultime fra loro. Tali norme furono commentate in epoca ellenistica, per una ragione probabilmente connessa con gli ammaestramenti delle dispute fra città verificatesi in terra greca quattro secoli prima. L’autore divide le città sotto tre aspetti, posizione e grandezza, piano urbanistico e strutture, vita cittadina e cultura urbana e descrive le città dell’Asia occidentale dal periodo greco all’Impero Romano e allega le piante di Efeso e Pergamo.

Le dinastie dei Seleucidi e dei Tolomei continuarono a propagare l’ellenismo, facendo del greco una lingua franca. Il popolo minuto e i vari professionisti greci poterono operare nell’Asia Occiden-tale e in Egitto e fondarvi le loro basi. Su questo sfondo, le accademie platoniche tarde, il neoplato-nismo la scuola stoica fondarono in questi luoghi proprie sedi e punti operativi, o almeno li visita-rono e propagarono le proprie dottrine. Pergamo e Alessandria diventarono centri culturali proprio grazie a questo ambiente linguistici. Secondo Strabone, Pergamo era una città dell’Asia Minore (entro i confini dell’odierna Turchia) non solo celebre, ma anche straordinariamente ricca, vi orgeva il tesoro di Lisimaco, ammontante a 9.000 talenti. Nelle dispute fra Lisimaco, i Seleucidi e i Tolomei, i discendenti di Filetero di Tio [343-263 a.C. ca] sconfissero i Seleucidi e fondarono una propria città e la dinastia Attalide, che più tardi, alleata dei Romani, resistette alle invasioni e restò stabile per oltre un secolo [283-129 a.C.]. Durante il regno di Eumene II [197-160 a.C.], la città fu ampliata e vi fu aperta una grande biblioteca, seconda solo a quella di Alessandria,, dove cnvenero numerosi studiosi e che più tardi decadde, per le guerre e la deperibilità del materiale cartaceo.

Robert Van Der Hilst - Netherlands

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Esoterismo guenoniano e mistero cristiano: Jean Borella e Rene' Guenon

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Esoterismo guénoniano e mistero cristiano, il testo di Borella qui.

Con la nuova Alleanza, Cristo guarda all'interiorizzazione della religione di Dio, e al superamento delle forme esteriori.
Gli insegnamenti per un primo periodo sono segreti e coperti da silenzio, ma annuncia che "non c'e' nulla di nascosto che non debba essere manifestato" (Lc. 8, 17).
In questo contesto rientra il discorso del battesimo.
Il battesimo dato ai bambini per Guenon non ha il valore di un'iniziazione poiche' non si possono determinare nei bambini le qualificazioni adatte ad essere iniziati: e' per questo un segno dell'essoterizzazione dei sacramenti.
Secondo gli Atti degli Apostoli, il battesimo e' dato a una folla, tra cui bambini; Cristo stesso diceva: "Venite che i bambini vengano a me" (Lc. 18, 16); prima dell'Ascensione: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt. 28, 19).

Il Granducato di Seborga: in Italia lo Stato più piccolo del Mondo

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Lo Stato più piccolo d’Europa è un paesetto di 300 abitanti
IL PRESIDENTE DEL PARLAMENTO FA LA DROGHIERA

Nell’Italia nordoccidentale sorge lo Stato più piccolo d’Europa: il Granducato di Seborga, in origine un normale paesetto agricolo, che nel 1963 si proclamò indipendente e si costituì in “Stato sovrano”. Pur avendo soltanto 362 abitanti, è dotato di una costituzione, di una moneta, di francobolli e perfino di un esercito; a tutto il 2009 ha “relazioni diplomatiche” con 46 nazioni. Ciò nondimeno, lo Stato italiano considera il granducato una cosa da ridere.

IL PAESETTO DI MONTAGNA SI È PROCLAMATO STATO INDIPENDENTE

A quanto si sa, in origine il granducato era un normale paesetto agricolo della Liguria, nell’Italia nordoccidentale, su un monte vicino al confine francese. A circa trenta miglia da una meta turistica, la riviera ligure, confina con il Principato di Monaco, un piccolo Stato indipendente e autonomo. Nel 1963, il ventisettenne capo dei fiorai della zona, Giorgio Carbone, nello sfogliare la storia locale scritta dal vecchio parroco del paese, scoprì che il paese era sorto nel 954 d.C. e che dal 1079 al 1729 era stato un granducato sottoposto al Sacro Romano Impero. Nel 1861 però, dopo l’unificazione italiana a opera dei Savoia, il granducato non fu elencato nell’elenco delle proprietà del Regno d’Italia dei Savoia. Il Carbone ritenne così che il granducato non fosse mai entrato a far parte dell’Italia moderna!



Dopo che ebbe espresso la sua sorprendente opinione, il Carbone ottenne subito il sostegno unanime dei compaesani. Con un plebiscito, la comunità lo elesse “granduca”, col nome di Giorgio I.
Nel 1963, il Carbone proclamò ufficialmente l’indipendenza del granducato e donò un passaporto stampato con tutti i crismi ai turisti che vi giungevano, proclamando ufficialmente la “fondazione dello Stato”. Nel 1995, lo Stato promulgò la costituzione.

LO STATERELLO HA “RELAZIONI DIPLOMATICHE” CON 46 NAZIONI

In quanto Stato più piccolo d’Europa, il granducato ha una superficie di circa km 2,4 e una popolazione di soli 362 abitanti, ma è dotato di una costituzione, una moneta, francobolli, di un esercito ecc., e nel 2009 aveva “relazioni diplomatiche” con 46 nazioni.
Dal 1994 al 1996, il Granducato di Seborga ha battuto moneta, il luigino. La moneta circola localmente ed è riconosciuta dalle banche internazionali; un luigino si cambia a 6 dollari americani e può a buon diritto vantarsi di essere la valuta circolante di valore più alto al mondo. Tuttavia, fuori del granducato, il luigino non ha valore legale e il governo italiano è il primo a non riconoscerlo. Il granducato emette anche francobolli, che però hanno solo un valore collezionistico e non possono essere usati sulle buste.


IL MINISTRO DEGLI ESTERI FA L’OSTE

 A quanto risulta, le poste e telegrafi, le scuole e gli altri servizi del Granducato non differiscono in nulla da quelli delle altre parti d’Italia. Alle porte del paese montano la guardia alcuni “militi”, in uniforme napoleonica del XIX secolo. Le pratiche d’ingresso non sono affatto complicate, basta riempire qualche modulo e mostrare un documento d’identità e si otterrà dalle mani del “funzionario locale” un “passaporto” turistico. Tuttavia è un passaporto che funziona solo nel granducato, a livello internazionale è totalmente ignorato.
 Comicamente, il “presidente del parlamento” del granducato fa la drogheria, mentre il “ministro degli esteri” fa l’oste. Quest’ultimo ha dichiarato ai giornalisti di aver sostenuto vari “negoziati” con l’Italia in rappresentanza del granducato.

LO “STATO NELLO STATO” NON È MAI STATO RICONOSCIUTO

PRINCIPATO DI SEBORGA
Anno 1079
Anno 1118
Anno 1263
Anno 1666
Anno 1729
Anno 1748
Anno 1782
Anno 1786
                                                     Anno 1815
                                                     Anno 1939
                                                     Anno 1946

Tuttavia, il governo italiano non ha mai riconosciuto il Granducato di Seborga come Stato indipendente. Per molti italiani, la presunta “indipendenza” del granducato è solo uno scherzo per attirare turisti. I servizi sociali del granducato sono forniti dall’Italia e le leggi, il sistema sanitario, le comunicazioni, il regime scolastico ecc. sono identici a quelli delle altre parti d’Italia. I sudditi del Granducato di Seborga pagano regolarmente le tasse al governo italiano e votano alle elezioni nazionali e locali italiane.
Nel 2005, la BBC ha incluso il Granducato di Seborga e altri “Stati” fondati privatamente in un documentario comico intitolato “Come fondare il proprio Stato”.


Cronistoria a cura del
Gruppo di Amici di Seborga di Milano e Provincia
                                              

Anno 954
-Il Conte Guido di Ventimiglia, per testamento, lega (“dono et lego”, sic) inalienabilmente al Monastero di Lérins
(Lerino):
>I suoi diritti signorili con piena sovranità (“cum mero et libero imperio”) su Seborga, il suo castello e il territorio circondante di circa 14 km2.
>I suoi diritti di proprietà, senza sovranità, su ampi terreni dell’arco intemelio, con specialmente la Chiesa di San Michele in Ventimiglia-nord e le sue vaste proprietà.

-Elevazione congiunta della Signoria di Seborga a Principato Imperiale da parte delle due potenze supreme dell’epoca: la Santa Sede e il Santo Impero.
-L’Imperatore conferma la piena sovranità  di Seborga: “Cum mero et libero imperio”, “tam in Spiritualibus quam in Temporalibus” (religiosa e politica) e persino “et Mixto Imperio cum Gladii Protestate”.

-Per la nomina dei primi Cavalieri Templari non ci sono al momento riscontri documentari su Seborga.
-Invece sulla presenza dei Cavalieri Templari a Seborga si può precisare:
-Nel 1159 Papa Alessandro III, constatando la brutta gestione del Monastero di Lérins, confida la gestione del Principato di Seborga  ai Cavalieri Templari, ben installati in Liguria e che avevano persino un loro porto privato
a Monaco (niente di sorprendente in quanto i Cavalieri Templari hanno anche gestito la Contea di Namur in Belgio durante la prigionia del Conte Guy Dampierre).
-Fino al loro scioglimento, all’inizio del Trecento I Templari disponevano disponevano del Principato di Seborga, 
(poco popolato, di difficile accesso ed anche da trovare!) come di un loro Stato sovrano “privato”.
-E’ questo il solo caso conosciuto.

L’inalienabilità originale del feudo viene confermata nel 1263 e già nel 1267 i suoi Statuti Comunali vengono modificati.
-Ciò prova che sono anteriori ai più anziani della regione, quelli di Apricale dello stesso 1267.

-Apertura ufficiale della Zecca di Seborga, ma la coniazione sembra aver funzionato già dal 1630.
-Su pressione del Re di Francia con la promessa, non mantenuta, di un risarcimento finanziario, viene chiusa verso il 1688.
-La Zecca di Seborga coniò una grande quantità di “Luigini” di cui restano oggi una dozzina di esemplari conosciuti.

-Vittorio Amedeo II di Savoia tenta l’acquisto dei diritti signorili sul Principato sovrano di Seborga dal Monastero di Lérins, (acquisto impossibile perché il feudo di Seborga è inalienabile sin dall’inizio) e malgrado:
>L’interdizione imperiale (lettera di diffida seria già nel 1679!)
>L’assenza del consenso del Papa
>L’opposizione del Principe di Seborga dell’epoca, l’Abate Biancheri (solo detentore di procura generale di Lérins per tutti gli affari del Principato)
>L’opposizione della popolazione di Seborga.
-La bozza di acquisto, redatta a Parigi (prepotenza sabaudo-francese anche se la Francia non c’entrava nulla
nella  sovranità di Seborga), non è mai stata registrata da nessuna parte e resta nell’archivio privato del Re
di Francia fino al 1787.
-I Savoia, comunque, occupano militarmente Seborga e tentano di neutralizzare le opposizioni.

-Con il Trattato di Aquisgrana finisce la guerra di successione Austriaca, funesta anche in Liguria.
-Essendo nel frattempo morto (1746) il Principe di Seborga, l’Abate Biancheri (che i Savoia avevano lasciato in posto dopo la loro occupazione militare del 1729) la Santa Sede accorda  ai Savoia  nel 1749 lo “Jus Patronatus”
che loro immediatamente trasformano in Protettorato privato di fatto.
-Re Carlo Emanuele III se ne diceva “Protettore” e ancora oggi a Seborga c’è un monumento del sec.XX con l’iscrizione “alla dinastia protettrice”.
-Cominciava così l’usurpazione (che, in Diritto Internazionale, non è annessione in nessun modo).
-Tranne la parentesi dell’occupazione francese, i Savoia hanno amministrato Seborga fino al 1946, tentando di fare dimenticare la realtà della “Sovranità di Seborga”, raggruppandola con la provincia vicina (prima Sanremo, poi Imperia).

Anno 1759
-I Savoia fanno rifissare per iscritto tutte le frontiere del Principato di Seborga, contraddittoriamente con la Repubblica di Genova.
-Seborga perde un po’ di territorio a sud e sud-ovest (Giairini, Massatorta) a favore del Comune di Vallebona, ma il territorio essenziale è salvo.
-Anche la frontiera tra Seborga e il Piemonte viene riprecisata; questa è la prova provata che non c’e mai stata
alcuna annessione.

-Il Papa e l’Imperatore annullano il tentativo d’acquisto di Seborga del 1729.

-Il Papa sopprime il Monastero di Lérins.

-Al Congresso di Vienna, il Principato di Seborga non viene neanche citato ma viene restaurato simultaneamente con Monaco, dall’art.89 dei Trattati di Parigi (Nb/ Il Congresso di Vienna ha fatto due trattati nei quali è precisato che gli ex Feudi Imperiali della Liguria vengono dati ai Savoia per annessione a condizione che abbiano fatto parte dell’effimera “Repubblica Ligure” giacobina  installata dai Francesi a Genova.
-Questo ne esclude due, che non ne hanno mai fatto parte : Monaco e Seborga (facevano parte del primo Dipartimento delle Alpi Maritime francese, che si estendeva fino a Sanremo).

-Pare che esistano un documento dove Benito Mussolini scrive che  il Principato di Seborga non appartiene all’Italia
ed una sua nota alla Santa Sede dove dichiara di estendere la coscrizione militare italiana ai giovani Seborghini.
-Si riferisce ad una faccenda italo-vaticana: il Concordato del 1929 vieta le Diocesi transfrontaliere e siccome Seborga non è Italia non può fare parte della Diocesi di Ventimiglia.
-Seborga, per di più, gode del “Nullius Diocesis” (confermato nel 1749) che implica il riconoscimento diplomatico perchè è una condizione per ottenerlo.

-Dal 1946, per la facilità, Seborga è raggruppata “de facto e non de jure” con la Diocesi di Ventimiglia.
-In sostanza nessun evento ha mai cambiato lo Statuto Internazionale di Seborga:  né lo Statuto Albertino, né l’unificazione italiana, né il cambio di nome del Regno di Sardegna in Regno d’Italia, né la Tregua Costituzionale, né la proclamazione della Repubblica Italiana (Nb/fatta senza precisarne le frontiere!)…
-Ma nel 1946 la caduta dei Savoia ha anche provocato la fine del loro Protettorato su Seborga, perché in Diritto Canonico si perde lo “Jus Patronatus (sorgente dal Protettorato di fatto) quando si perde una condizione per ottenerlo,
in questo caso la posizione di Regnante del Regno di Sardegna poi d’Italia ed inoltre in Diritto Internazionale l’usurpazione, anche lunga, non crea mai annessione!

Si ringrazia vivamente l’Ill.mo Barone Jean-Philippe Arnotte per il  prezioso aiuto nella ricostruzione.

Liu Xiaodong - China

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Emigration of the three gorges 2003

EXPO SHANGHAI 2010: Eventi in programma nel fine settimana: Audizione del Basso cinese Li Shi e Mostra del pittore italiano Salvo Pastorello.

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La Moltitudine di Salvo Pastorello

L’essenza di Salvo Pastorello sta nel comunicare una moltitudine di forme e di colori: il suo progetto non esprime soltanto il desiderio di un mondo caratterizzato dall’eguaglianza e dalla libertà, non esige soltanto una società democratica globale aperta e inclusiva, ma ha in sé anche gli strumenti per tradurli in realtà.

Le tele, di ampiezza e di colore più o meno profondi, sono composte da innumerevoli differenze interne; differenze di cultura, etnia e genere, ma anche da diversi lavori, stili di vita, ampie e lungimiranti visioni del mondo, auspicabili desideri.

Le peculiarità che Pastorello pone in essere non possono pertanto mai essere ridotte a un’unità o a una singola identità: la moltitudine è una molteplicità costituita e che comprende tutte le singolarità insite nelle scintille umane individuali.

Non viene accantonata con gesto sbarazzino la questione dell'Universale, del comune/condiviso, in definitiva dell'Uno, ma l’artista pensa ad una vera e propria riqualifica nella sua interezza.
Si ha un rovesciamento nell'ordine dei fattori: le immagini archetipiche tendono all'Uno, come fossero i raggi di un cerchio che si dirigono verso il centro; i "molti" derivano dal principio unitario e ne sono espressione, e lo si capisce anche per mezzo di un colore spesso, coinvolgente, con pura capacità attrattiva.

Per il pubblico l'universalità è una promessa; per i soggetti rappresentati è anche una premessa: la trasformazione delle tonalità è infatti espressa nella stessa definizione della compartecipazione astrattiva, dove a prevalere è un sistema a rete: di invidivui, passioni, aree geografiche.

Il collettivo non lede, né attenua l'individuazione, ma la prosegue, potenziandola a dismisura. Spinoza, il grande filosofo nordeuropeo, è qui rappresentato, e diviene non solo il principio di una nuova forma di vita, ma anche di una inedita possibilità di ripensare il soggetto e l’individuo.

Un principio di unione, di alleanza e cooperazione: tutto questo è quello che Salvo Pastorello racconta.

Dott. Paolo Sabbatini, Direttore
Dott. Gionata Ricci Alunni, Program Officer
_____________________________________________________________

In occasione dell’Expo 2010, l’IIC Shanghai e’ lieto di annunciare il programma degli eventi che si terranno presso il sito Expo durante il fine settimana:

18 settembre p.v., ore 18.00: Audizione del Basso cinese Li Shi, finalista del Concorso Internazionale per Giovani Cantanti Lirici “Riccardo Zandonai” dell’Associazione “Musica Riva”, presso il Padiglione Italia.
Arie di Verdi, Mozart, Gluck.
19 settembre p.v., ore 12.00: Vernissage della Mostra del pittore italiano Salvo Pastorello, presso il Ristorante Italiano “Da Marco”, Expo Village.


Date, Orari e Luoghi:
18th September 2010, 18.00:
Auditorium, Italy Pavilion, Expo Park, Shanghai - 上海世博意大利馆多功能厅.


19th September 2010, 12.00:
Italian Restaurant “Da Marco”, Expo Village, Shanghai - 上海,大马可意大利餐厅世博店
(世博大道690号).
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